Lo zainetto di Dybala

  OGGETTI DI SCENA

Colore: nero. Uno di quelli piccoli. Bagaglio a mano. Paulo Dybala è sceso dal pullman portandoselo dietro le spalle, sapendo di doverne lasciare tutto il peso sulla panca dello spogliatoio, prima di entrare in campo. Non c’è riuscito. Non subito. 

Matteo Pinci su Repubblica scrive che per sessantotto minuti il ritorno a Torino era stato un incubo per Paulo Dybala. Poi, quell’unico sorriso: una sforbiciata ripescando in fondo a un barile di nostalgia il colpo da fuoriclasse, depositando sulla testa di Abraham la palla che ha permesso alla Roma di prendersi un punto. Ma mentre gli altri esultavano, lui ha preso il pallone per riportarlo a centrocampo. Un segnale per dire “proviamo a vincerla”, o un modo per non festeggiare contro quella maglia. Nonostante fosse l’unico momento memorabile di un ritorno al passato che deve aver pesato sul suo umore per giorni.

Nero. Come lo zainetto. O forse era solo concentrazione – e dal divano a noi pare un’altra cosa. 

Allo Stadium – racconta ancora Pinci – s’era presentato con un volto che era tutto un programma: la rappresentazione materica della tensione che doveva avvertire, e che nemmeno la pratica dello yoga, a cui da un paio d’anni si dedica con un certo interesse, ha saputo allentare

SCANNER Trentotto I palloni toccati, due persi, un dribbling in 78 minuti, un assist, nessun tiro in porta. Paolo Tomaselli sul Corriere della sera gli ha dato 6: “Partita anonima, fino all’assist del pareggio, per nulla banale. Si gode l’abbraccio dello Stadium. Gianluca Oddenino su La Stampa pure: “L’assist in sforbiciata è una piccola Joya in una partita dove paga la tensione della sua prima volta da ex. Troppe emozioni 

 

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