Io parteggio per l’uguaglianza e l’equilibrio,
e naturalmente anche per la tenerezza e per l’amore
Theodor Fontane
▻ Non c’era un solo bookmaker in America che tra agosto e settembre non indicasse nei Brooklyn Nets i favoriti per l’anello. Kevin Durant era rientrato dalle Olimpiadi di Tokyo con una medaglia d’oro e con l’etichetta di trascinatore della Nazionale americana, pronto a brillare tra James Harden e Kyrie Irving. Blake Griffin aveva firmato per un altro anno, erano arrivati Patty Mills e Paul Millsap, LaMarcus Aldridge aveva risolto il problema cardiaco e aveva deciso di tornare a giocare. I Nets in una parola sola: una corazzata.
A Capodanno erano in effetti in testa alla classifica a Est. E poi.
E poi Kevin Durant si è distorto il ginocchio. È rimasto fuori dal 17 gennaio al 2 marzo. Bilancio: 17 sconfitte in 22 partite, di cui 11 consecutive. James Harden ha chiesto lo scambio. A metà febbraio era di Philadelphia, mentre Ben Simmons arrivato in cambio non ha ancora debuttato. Kyrie Irving non si è vaccinato. È rimasto nelle maglie del provvedimento comunale che impediva ai no-vax di frequentare i palazzetti di New York. Ha potuto giocare solo fuori casa. I Nets sono stramazzati dal primo al settimo posto. Fino alla prossima notte non avranno ancora la certezza di partecipare ai play-off, una condizione abituale tra 2008 e 2012 quando erano la squadra di New Jersey, e di nuovo tra 2016 e 2018. Ma l’anno scorso sono arrivati a gara-7 della semifinale di Conference contro i futuri campioni di Milwaukee. Brooklyn è in un’altra dimensione. Promette a New York quel che i Knicks non riescono a darle dal 1973. Eppure, adesso deve passare dai preliminari. La NBA li chiama play-in.
◆ PAESAGGI Che cosa sono i play-in | Sono stati aggiunti per la prima volta al format del torneo nel 2020. L’anno d’inizio pandemia, del lockdown e della ripresa del campionato in bolla a Disneyworld, Orlando. Fu uno stratagemma per riaccendere l’interesse intorno alla NBA. Cambiarono le regole in corsa. Per il bene del sistema. Qualcuno brontolò, compreso The King LeBron. La settima e l’ottava di ogni Conference non sono più qualificate di diritto, ma spareggiano tra loro. Chi vince avanza. Chi perde va a un ripescaggio contro la vincente di una seconda semifinale, giocata tra la nona e la decima. In bolla a Orlando i play-in dovevano coinvolgere più squadre e più giocatori, troppo a lungo fermi. Dovevano generare entrate televisive extra per compensare la perdita degli introiti ai botteghini. Avrebbero offerto una chance in più a squadre più deboli. Funzionò. Li hanno tenuti.
A un mese dalla fine della stagione regolare, 25 delle 30 squadre della Lega erano ancora in corsa per un posto ai play-off. Non era mai successo. Il vicepresidente NBA Evan Wasch ha detto al New York Times che grazie all’allargamento del campo, il pubblico televisivo è aumentato del 10-15% durante l’ultimo mese della stagione rispetto al mese precedente. Prima dei play-in, nell’ultimo mese generalmente calava dal 10 al 30 percento.
◆ ORIZZONTI Il modello americano | La NBA è quel posto meraviglioso dove pensano che la crescita di uno passi dalla crescita di tutti, e viceversa. Dove i più forti fanno mercato per ultimi. Dove esistono il tetto salariale e la tassa sul lusso. Dove la ripartizione dei ricavi deve mantenere l’equilibrio tra grandi e piccoli. Dove i trenta club versano a un fondo comune una percentuale dei loro introiti e ricevono un trentesimo della somma: chi mette di più riceve di meno. Dove la conseguenza di tutto ciò è nelle sei finaliste su sei negli ultimi tre anni, nelle 8 squadre campioni differenti in 11 edizioni, nonostante 4 stagioni di fila di sole Golden State-Cleveland. Tutto nel cuore del liberismo e del capitalismo. Perché il denaro non è stupido. Va dove c’è drama.
Così, Ben Golliver sul Washington Post scrive che “stride vedere i Nets, favoriti per il titolo, costretti a farsi strada attraverso i play-in, ma gli poteva perfino andare peggio. I Nets ospitano i Cavaliers pieni di infortunarsi e hanno la chance di qualificarsi per il primo turno dei play-off. Contro i Boston Celtics. Se i Milwaukee Bucks non avessero perso domenica, sarebbero stati loro gli avversari. Durant e compagnia dovrebbero ringraziare lo stellone. Boston è un avversario formidabile, ma è meglio ritardare la possibilità di una rivincita con Giannis Antetokounmpo il più a lungo possibile”.
Secondo alcuni, non è improbabile che lo stesso ragionamento sia stato fatto a Milwaukee, prima di perdere a Cleveland. Durant non ci crede. Pensa non sia possibile che i campioni in carica abbiano manipolato la classifica per evitare i Nets, mentre l’allenatore dei Celtics Ime Udoka c’è rimasto di stucco, ha allargato le braccia e ha detto la frase dell’anno in tema di fatalismo e rassegnazione: «Possiamo solo lasciar cadere le patatine e vedere dove vanno».
◆ FIGURINE Il vecchio Herb che teneva i conti | Proprio alla vigilia della fase finale, Brooklyn ha perso una delle sue figure più pop, Herb Turetzky, il segnapunti ufficiale della franchigia, entrato nel Guinness dei primati per le sue 2.206 presenze a bordo campo, al tavolo degli ufficiali della NBA, dal 1967 fino allo scorso anno. È morto lunedì nella sua casa di Whitestone, nel Queens. Aveva 76 anni.
“In 54 anni di meticolosa conservazione delle statistiche – l’omaggio del New York Times – Turetzky ha registrato tiri, rimbalzi, assist, falli di star dei Nets come Julius Erving, Rick Barry, Buck Williams, Jason Kidd e Kevin Durant. Era di fatto lo storico della squadra, un amico dei giocatori e dei media”. Doctor J ha detto che Herb portava classe al tavolo del punteggio, «non il primo dove necessariamente credi di trovarne».
Ai play-in, cari scettici, vi beccate anche Trae Young con LaMelo Ball (Atlanta-Charlotte), ci trovate i Pelicans di New Orleans sopravvissuti alla cronica assenza di Zion Williamson (ultima partita: 5 maggio 2021) grazie a Brandon Ingram e CJ McCollum, e avrete fra i piedi finanche i Clippers, appena un anno fa in finale di Conference a Ovest per la prima volta nella storia della franchigia. Questo è – alla fine – il famoso modello americano.
Che fine hanno fatto i Lakers
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Se invece vi state domandando perché non ci sono i Lakers, campioni nel 2020, allora non avete letto Slalom #909 del 7 aprile. LeBron James e Anthony Davis sono stati tormentati per un anno dagli infortuni. La rosa è stata allargata con degli ultratrentacinquenni. La scarsa forma di Russell Westbrook ha fatto ruzzolare la squadra all’undicesimo posto, 6 vittorie in 24 partite dopo la sosta per l’All-Star Game. Esclusi dai play-off come tra 2014 e 2019. L’allenatore Frank Vogel è stato esonerato. Bill Plaschke, ruvido editorialista del Los Angeles Times, ha scritto che la prossima mossa dovrebbe essere la consegna della panchina a Doc Rivers. Fate conto: come convincere Taylor Swift a cantare un pezzo di Katy Perry. Eppure, secondo Plaschke sarebbe la scelta giusta.
“Ha coperto gli stendardi dei Lakers nel palazzetto: fatevene una ragione. Ha ridicolizzato il fatto che i Lakers si approprino dei titoli vinti quando la franchigia era a Minneapolis: ignoratelo. Ha polemizzato con loro per anni. Tutto ciò farebbe sembrare questa proposta oltraggiosa. Invece è sensata. Nessun allenatore genera tanta animosità tra i tifosi dei Lakers quanto lui. Eppure nessuno sarebbe più perfetto di lui”.
Doc Rivers è l’attuale allenatore dei Philadelphia 76ers. Ha un contratto di altri tre anni. Salvo disfatte ai play-off. Il Los Angeles Times dice che in quel caso di renderebbe “disponibile per un lavoro che ha sempre desiderato, in una città che ha sempre amato, con una squadra che dovrebbe semplicemente tacere e ascoltarlo. Vogel non aveva la credibilità per resistere alle turbolenze. Alla prima apparizione di una personalità divisiva, ha dimostrato di non possedere le capacità per sedare un ammutinamento. Quando Russell Westbrook si è presentato, la chimica è finita e Vogel è stato bruciato. I Lakers devono rendersi conto che Vogel è andato via, ma il problema è ancora qui. LeBron James non andrà a giocare da nessuna parte, Anthony Davis probabilmente lo stesso e Westbrook pure. Il cuore del roster non cambierà, quindi deve mutare il pedigree dell’allenatore. Dovrebbero chiamare un anti-Vogel. Doc Rivers, ex coach dei Clippers, potrebbe essere il responsabile ideale di quello che sarà di sicuro il museo delle ultime stagioni NBA di James. Rivers ha vinto un campionato e ha allenato delle superstar. Lo ascolteranno. Rivers rispetta la grandezza e le consente di esprimersi. Anche lui ascolterà loro. Rivers ha trascorso sette anni nel cuore di Los Angeles, passando così tanto tempo a trollare i Lakers da acquisire una profonda comprensione del loro mondo e della loro cultura. È una delle personalità più coinvolgenti. Domina ogni conferenza stampa. Ora lo odiano, ma smetterebbero presto. Lo vedono come un simbolo dei Clippers, ma se ne dimenticherebbero presto. Qualcuno si chiede: se Rivers non è riuscito a vincere un titolo con i Clippers, come vincerà con i Lakers? Questo è il bello. Non deve vincere un titolo, nessuno se lo aspetta dopo questo pasticcio. Nessuno se lo aspetta finché James e la sua banda non se ne saranno andati. Basta rendere i Lakers competitivi. Evitare che siano imbarazzanti. Basterà”.
Ma vista con occhi distanti da Los Angeles, la domanda è un’altra: perché Doc Rivers dovrebbe andare ai Lakers, se con Embiid e Harden può puntare a vincere l’anello a Philadelphia?