HO FATTO LE OLIMPIADI | CERTE VITE TRA I CERCHI #17
DI ELENA BUONOCORE
1972 ► Il primo che entrò nello stadio non aveva vinto e l’ultimo quasi non riuscivano a riportarlo fuori. In mezzo la maratona fu abbastanza normale, per quanto possa dirsi normale una maratona corsa cinque giorni dopo un massacro, con undici atleti israeliani uccisi, due dentro il villaggio, cinque terroristi ammazzati e un agente di polizia, in tutto 17 morti che non fermarono comunque le Olimpiadi. A un giorno dalla conclusione dei Giochi più drammatici della storia, il servizio di sicurezza mostrò un’altra breccia a un km dallo stadio, dove un ragazzo in maglia blu e pantaloncini arancioni, con il numero 72, si mise a correre verso l’Olympiastadion senza che ci fossero transenne né polizia a fermarlo. Si chiama Norbert Südhaus, 16 anni, un giovane mezzofondista di Wiedenbrück, nell’Alta valle del Reno, sul fiume Eems, non distante dal confine con l’Olanda. Ha preso un letto all’ostello della gioventù fuori München, non ha il biglietto per lo stadio ma vuol vedere la maratona. Trova il modo migliore. Ci entra dentro. Nonostante l’attentato di cinque giorni prima, il suo piano da liceale non incontra ostacoli.
Südhaus entrò sulla pista e ne percorse un tratto, finché i giudici si accorsero dell’anomalia e con grande aplomb lo dirottarono verso la porta d’ìngresso dei maratoneti prima che potesse tagliare il traguardo, mentre il vero leader della corsa si trovava a metà del rettilineo opposto. Frank Shorter, americano, baffuto, nato proprio a München, figlio di un chirurgo militare di stanza in Germania. Era arrivato secondo ai Trials e si presentava dentro lo stadio con un minuto e mezzo di vantaggio sul belga Karel Lismont, quasi tre sull’etiope Mamo Wolde. Eppure alle spalle di quell’impostore di Südhaus, costretto dal comitato olimpico tedesco a scrivere una lettere di scuse. Diventerà ingegnere meccanico a Ingolstadt, sempre Baviera. Shorter così si trovò dentro l’incubo delle maratone americane, il terzo USA della storia a vincerne una senza essere entrato per primo nello stadio. Era capitato a Thomas Hicks in St. Louis, anche lui beffato da un mezzo imbroglione di nome Fred Lotz, e poi a Johnny Hayes in Londra, quando davanti c’era Dorando Pietri, poi crollato a quel modo che sappiamo.
Un’ora e un quarto dopo il vincitore, entrò l’ultimo degli ultimi, tale Maurice Charlotin, un haitiano, ma soprattutto uno stremato. Lo seguivano da vicino il regista Claude Lelouch e il suo operatore di macchina Pierre Jansen, che per il film ufficiale della manifestazione cercavano facce di perdenti. Su quella di Charlotin c’erano la pioggia e il mistero. La macchinina elettrica dell’organizzazione che lo raccolse per riaccompagnarlo in camera, ebbe un guasto. Charlotin rimase a lungo da solo dentro lo stadio in attesa che ne arrivasse un’altra. Forse non era nemmeno un maratoneta. Si raccontava che Jean-Claude Duvalier, 21enne figlio di François, il Baby Doc che aveva preso il posto da dittatore del Papa Doc morto un anno prima, avesse scelto come atleti per i Giochi certi amici suoi. Tra cui Charlotin, e non solo. Una settimana prima nella finale dei 10 mila metri si era distinto Joseph Anilus, evidentemente ignaro di cosa stesse combinando quando sprintò per tutto il primo giro in 59”6. Era ancora in testa al secondo e poi un ectoplasma al quarto giro, ormai all’ultimo posto. Al suono della campana era di nuovo insieme ai primi della corsa, o meglio di fianco a loro, ma come pluri-doppiato, con quattro giri di ritardo. Si lanciò comunque in volata insieme ai migliori e quando scoprì che il traguardo valeva per gli altri e non per lui, chiese quale fosse la strada più breve per Haiti, e là tornò.