Lo sport a Washington durante l’attacco al Congresso

  ▻ Eccola Washington, con le sue ferite che non sono ancora diventate cicatrici, mentre cerca di ripulire la scena del dramma, conta gli arresti, rimanda indietro i nastri delle telecamere di sicurezza per identificare chi ha attaccato il Congresso. Eccola, mentre statisti, costituzionalisti e filosofi discutono se sia stata una insurrezione, una rivolta o un colpo di Stato. Eccola, mentre ondeggia tra la legge e i cartoon, mentre avvia un impeachment e si domanda se davvero i Simpson avevano previsto tutto, mentre prova a riprendersi le sue cadenze normali e a sanare questo sdoppiamento della propria personalità urbana, come in quel romanzo di William Peter Blatty reso assai famoso dal cinema capitava a Regan MacNeil, la dodicenne di Georgetown all’improvviso violenta e affidata a un esorcista. 

Eccola Washington, miniatura di un’America che ha fatto dire a Bill Russell, 86 anni e 11 anelli NBA: «Quanto tempo ci avrebbero messo a chiamare la Guardia Nazionale se i manifestanti fossero stati neri e quanti sarebbero morti? C’era una bandiera confederata fuori al Senato. Come facevano a non sapere che sarebbe successo?».

 

    Gianni Riotta su la Stampa si chiede “E ora America? Ora che hai visto il tuo Campidoglio in mano a fascisti, nazisti, razzisti, terroristi, saccheggiato, sporcato, violentato, irriso davanti al mondo, con quattro morti in strada e le divise dell’esercito più forte della storia incapaci di fermare una teppa tanto ignobile quanto pezzente? Quali saranno le conseguenze, quali le ferite nell’anima collettiva del Paese?”. La risposta che si dà è che “l’America deve scegliere, tornare comunità o risolvere in un duello atroce i diversi valori. Anagrafe, demografia, economia sono dalla parte dei progressisti, ma se i conservatori raziocinanti non sapranno controllare i populisti rivoltosi, lo scempio dell’Epifania a Washington sarà l’inizio della diaspora nazionale, non la sua fine”. 

In un commento per l’Express che Repubblica traduce, il politologo Yashka Mounk considera che “le istituzioni americane sono seriamente danneggiate. Anche nello scenario più ottimistico, ci vorranno decenni perché recuperino la fiducia e il prestigio di cui godevano. Le immagini di due giorni fa ci perseguiteranno per molti anni a venire”. Mentre Ezio Mauro sottolinea che “lo spettacolo sovversivo inscenato in Campidoglio segnala l’alterità radicale del nazional-populismo rispetto al sistema dello Stato di diritto occidentale, cui abbiamo affidato la tutela delle nostre libertà”. Gad Lerner sul Fatto quotidiano considera che “la fragilità rivelata dalla democrazia americana, e la fatica con cui ha generato anticorpi per reagire alle smanie del megalomane, rappresentano un segnale preoccupante per tutto il mondo occidentale”. 

Paolo Guzzanti sul Giornale riferisce che “secondo un analista di cui ci fidiamo molto perché è un ingegnere delle previsioni, George Friedman, l’America sta passando una delle sue tremende crisi di crescita paragonabile a quella della guerra civile, dell’integrazione, delle proteste contro il Vietnam e dei movimenti «Occupy Wall Street». Si sarebbe consolidata una sorta di mitologia secondo cui Trump sarebbe l’ultimo baluardo, un angelo sterminatore, che si batte contro il deep State, Soros, le lobby e tutto ciò che non è visibile ma determina i destini umani. Questa è stata l’idea vincente di Trump, anche se poi non ha rivinto. Ma non si sente fuori: anzi, pensa che il gioco sia appena cominciato”.

Aldo Cazzullo sul Corriere della sera è più ottimista nella lettura della crisi e scrive: “Ora Biden non ha solo un’America da pacificare. Ha un mondo da riconquistare, o meglio con cui ricucire. La forza dell’America è proprio quella complessità che The Donald e i suoi miliziani tentano di negare o di semplificare con la brutalità. Ora che tutti hanno compreso la forza e la pericolosità degli estremisti, può cominciare la loro discesa”.

E anche Paola Peduzzi sul Foglio racconta che “accanto alle immagini della notte “dell’infamia“, come l’ha definita Edward Luce sul Financial Times, ci sono quelle dei deputati e dei senatori che, una volta finita l’insurrezione, si rimettono al lavoro, c’è l’immagine splendida delle ragazze eleganti che trasportano in un posto sicuro, prima di lasciare il Senato alle razzie, il bauletto con dentro i voti elettorali, il tesoro da custodire e da ritirare fuori quando poi, il giorno dopo, risorge il sole”.

 

    È questo il clima nel quale iniziano domani i play-off del campionato di football, lo sport che almeno quanto il baseball mette in scena il DNA americano, l’intraprendenza dei pionieri, i padri fondatori della nazione, l’avanzata progressiva per prendere il territorio, la quotidiana battaglia «per difendere con le unghie e con i denti ogni centimetro», come dice Al Pacino in quel discorso assai famoso e assai citat0. La differenza tra vivere e morire. Lo sport nel quale – dice Chris Ault, il coach di Nevada visto anche a Milano – «ti buttano a terra e devi rialzarti». 

 

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Al Pacino e il mito del discorso nello spogliatoio

Washington s’è rialzata dopo anni di sconfitte e fallimenti con la sua squadra senza nome, semplicemente Football Team, arrivata ai play-off per la prima volta dal 2015 con 7 vittorie e 9 sconfitte, il peggior cammino di una qualificata da quando la NFL ha allargato il formato della fase finale a 12-14 squadre. Eppure c’è. Proprio nell’anno della riscrittura della propria storia e della rinuncia a chiamarsi Redskins, sotto la spinta dello spirito del tempo, il vento che abbatteva in primavera statue e monumenti, nella rilettura postuma di parole opere e omissioni di uomini celebrati alla loro epoca ma dalle biografie che a molti paiono oggi insopportabili. 

Era un nome da tempo considerato offensivo dai nativi americani. La proprietà aveva a lungo scartato l’ipotesi di cambiarlo fino all’uccisione di George Floyd e alle proteste di Black Lives Matter contro ogni discriminazione, fino alle pressioni di sponsor e azionisti (Fedex, Pepsi, Bank of America) che minacciavano di azzerare i loro contributi, mentre Donald Trump bollava l’iniziativa come una resa alla stagione del politicamente corretto e l’attivista Suzan Shown Harjo diceva invece al New York Times che «questo giorno del ritiro della parola che inizia con la R e del logo stereotipato è una vittoria per tutte le famiglie dei nativi, per tutti coloro che hanno sopportato il peso e portano le cicatrici degli epiteti, dei pestaggi, delle minacce di morte e di altre brutalità emotive e fisiche derivanti da tutti i nomi e tutte le immagini che causano ferite ai nativi reali».

 

    “Non una cosa da poco nello sport americano – raccontava qualche giorno fa Gianluca Cordella sul Messaggero – che sui simboli si appoggia. Si è ripartiti senza identità, per quanto discutibile fosse, e dietro un’etichetta generica come Washington Football Team. Ma tanto è bastato. L’identità i giocatori l’hanno trovata nello spogliatoio, grazie soprattutto a due esempi: l’allenatore Ronald Eugene Rivera, per tutti Ron, e il quarterback Alex Smith”. 

Ronald Eugene Rivera ha vinto un Super Bowl da giocatore con Chicago e ne ha sfiorato un altro da capo allenatore dei Carolina Panthers a Charlotte. Nel mese di agosto gli è stato diagnosticato un carcinoma a cellule squamose, il cancro che colpisce gli strati medio-esterni della pelle. Rivera lo annunciò all’opinione pubblica attraverso gli account social della franchigia: «So che saranno giorni difficili, ma non voglio pensare a un piano B. Finché potrò, sarò agli allenamenti». Dopo l’ultimo ciclo di cure, la malattia è stata fermata. 

Alex Smith, il quarterback, era stato la prima scelta al Draft 2005 dei San Francisco 49ers. Nel novembre del 2018 la sua gamba destra si spappolò in uno scontro di gioco durante una partita contro i Texans di Houston. Frattura della tibia dalla caviglia al ginocchio, frattura del perone, infezione batterica dopo il primo intervento, i medici che ipotizzano l’amputazione per salvargli la vita. L’hanno operato 17 volte e a ottobre Alex Smith è stato restituito al campo come Lazzaro alla sua Betania, a distanza di 693 giorni dall’ultima partita. 

A Washington non vincono una partita di play-off da 15 anni. Da allora sono cambiati sei allenatori, 15 quarterback e 4 inquilini della Casa Bianca. Pare quasi impossibile farcela pure stavolta. Nella notte tra domani e domenica al Football Team tocca la partita delle partite contro Tom Brady, 43 anni, 6 Super Bowl vinti, autore di 43 touchdown in stagione e probabilmente il più grande di tutti i tempi in questo gioco taglia XL. È alla sua prima stagione con i Tampa Bay Buccaneers dopo un ventennio trascorso con la maglia assai wasp dei New England Patriots, la franchigia di proprietà di Robert Kraft, così trumpiano da essere definito un paio d’anni fa un avatar del presidente dal Washington Post. Con i Buccaneers gioca pure Mike Evans, l’unico nella storia della NFL a raggiungere le mille yard ricevute per 7 anni consecutivi. Risultato: Tampa Bay è andata ai play-off dopo 13 anni di assenza, New England è rimasta fuori per la prima volta dal 2008. Non solo: il Super Bowl 2021 si gioca nello stadio di Evans e Brady. 

 

  I play-off iniziano con i Kansas City Chiefs che difendono il titolo da favoriti e i Green Bay Packers come loro principali sfidanti, forti di Aaron Rodgers, il probabile MVP della stagione per la terza volta in carriera. Un traguardo che nella storia hanno raggiunto finora in cinque: Brady, Peyton Manning, Brett Favre, Johnny Unitas e Jim Brown. La squadra sorpresa è stata Cleveland Browns, che non si qualificava da 19 anni. “Erano diventati la macchietta della lega” ha scritto Riccardo Crivelli sulla Gazzetta dello sport qualche giorno fa. È la squadra per la quale una dozzina d’anni fa un pubblicitario creò una t-shirt sulla quale scrisse tutti i nomi delle pippe viste passare anno dopo anno, “una sorta di colonna infame della delusione” (la Gazzetta). La maglietta è appesa a un manichino fuori dalla finestra del suo ufficio e dopo ogni sconfitta i tifosi ci sono andati in processione, celebrando la religione della disfatta e quella che il comico-tifoso Mike Polk ha chiamato la fabbrica della tristezza. 

Non è che l’antica maledizione li abbia lasciati poi del tutto. La squadra è decimata dal virus. Il covid ha spinto a chiudere il campo d’allenamento. I giocatori si stanno preparando come possono. 

Sono rimasti di nuovo fuori i Dallas Cowboys, la squadra dalla valutazione più alta secondo Forbes (5 miliardi di dollari) e la terza più vincente nella storia della NFL. Ma negli ultimi 25 anni non ha mai giocato un Super Bowl e ha fatto i play-off solo 7 volte, andando subito fuori al primo turno in cinque occasioni. 

 

in tv domani ore 22.40 DAZN: Seattle Seahawks-Los Angeles Rams | 2.15  DAZN: Washington-Tampa Bay Buccaneers | domenica ore 19.05 DAZN: Tennessee Titans-Baltimore Ravens | 22.40 DAZN: New Orleans Saints-Chicago Bears | 2.15 DAZN: Pittsburgh Steelers-Cleveland Browns

 

Le reazioni in NBA all’assalto al Congresso

Questo è il campionato che discusse se entrare o meno nella bolla di Orlando per continuare a giocare, con il rischio di trasformarsi nell’oppio d’America mentre Black Lives Matter testimoniava in strada dopo l’uccisione di George Floyd. Questo è il campionato che ha quotidianamente condotto un braccio di ferro con la Casa Bianca di Trump, lo ha sfidato, ha visto LeBron James assumere una dimensione politica e battersi affinché il maggior numero di persone andasse a votare. Questo è il campionato che bloccò le partite per due giorni quando a Milwaukee la polizia sparò 7 proiettili nella schiena di Jacob Blake. Lia Capizzi per Sky Sport ha scritto che “il 2021 è un anno nuovo ma resta immutato l’impegno dello sport nel voler contribuire al cambiamento”.

Dinanzi alle immagini dell’assalto al Congresso, mentre tra i rivoltosi suonava il corno come una tromba un signore di 2 metri e 06 – e quel signore era David Wood, 56 anni, ex Bulls, Rockets, Spurs, Pistons, Warriors e Bucks, ex Barcellona e pure ex Livorno da noi – mentre accadeva tutto questo, i Boston Celtics si stavano tirando indietro. Non volevano giocare. 

Ora le stelle del campionato riparlano delle due Americhe. Kawhi Leonard, dei Clippers: «Quello che abbiamo visto è il privilegio in America. È triste perché se chiunque di noi fosse stato lì, sarebbe stato colpito col gas, col taser, forse ferito da armi da fuoco. Lo sapete?». Doc Rivers, coach di Philadelphia: «Quando ci sono state le proteste in estate, si vedevano la polizia, la guardia nazionale e l’esercito. Ora guardi le immagini e non c’è niente di tutto questo. Significa che esiste una vita privilegiata e una no». Steve Kerr, allenatore di Golden State: «Se permettiamo alle persone al potere di mentire, avremo milioni di persone che dubitano di un’elezione certificata in ogni stato». 

Jaylen Brown e Jayson Tatum, dei Boston Celtics, hanno citato Martin Luther King: «Ci sono due Americhe divise. In una vieni ucciso se dormi nella tua macchina o vendi sigarette. Nell’altra puoi fare irruzione nel Congresso e non venire fermato». 

Monty Williams, coach dei Phoenix Suns, ha detto che dinanzi alle immagini tv, la prima cosa che ha fatto è stata una telefonata a sua madre, che vive a Washington. Williams ha raccontato di essersi a lungo battuto perché i suoi giocatori non portassero «felpe con cappuccio e cose del genere in allenamento. Come afroamericano, ho lottato contro questo esempio che potrebbe influenzare i bambini, dopo quello che è successo a Trayvon Martin». 

Trayvon Martin è il 17enne ucciso nel febbraio 2012 a Sanford, in Florida. Usciva da un negozio e aveva in mano una bibita e un pacchetto di caramelle. Un volontario delle ronde per la sicurezza nel quartiere, insospettito, gli ha sparato un colpo di pistola. Martin portava una felpa col cappuccio. Seerat Sohi si è fatta delle domande sul portale Yahoo. “Un’America mette l’altra America in situazioni impossibili e si aspetta che reagisca con grazia. I bianchi pensano che i neri con le felpe siano sospettabili. Ti metti a rischio e combatti questo stereotipo? Oppure ti metti in sicurezza anche se questo significa che lasci vincere lo stereotipo?”. 

Secondo le fonti di Yahoo, i Lakers si sono informati sul protocollo da seguire per chiedere di essere ricevuti dal neopresidente Biden alla Casa Bianca in occasione della loro prossima trasferta a Washington, senza ancora una data, e non prima di marzo. 

 

  Nell’NBA è quasi la norma parlare di politica e società, non solo di basket. Perché non è solo sport, e non è solo industria, non sono solo soldi. Paragoni coi parigrado di qualsiasi altro sport in Europa: zero virgola.

Gianni Agostinelli aka @ Beppe Viola Fc

 

scenari  Come la WNBA ha condizionato le elezioni per il Senato ➔  William C. Rhoden per The Undefeated ha spiegato: “Se pensate che le voci degli atleti non contino, guardate la Georgia e la storica elezione del reverendo Raphael Warnock. È diventato il primo senatore nero del Sud e lo ha fatto con un enorme assist della WNBA. Gli atleti non dovrebbero mai più dubitare delle montagne che possono spostare quando si mettono insieme”.

Che cosa è successo? Ha battuto Kelly Loeffler, la candidata del partito repubblicano, proprietaria attraverso la Dream Too LLC dell’Atlanta Dream. La scorsa estate aveva inviato una lettera alla lega professionistica femminile per esprimere la sua opposizione al sostegno dato al movimento Black Lives Matter, “ripetendo a pappagallo – scrive il Washington Post – la retorica del presidente Trump che si batteva per rimanere al suo posto. L’abbraccio di Loeffler al trumpismo aveva scioccato le persone che l’avevano conosciuta come una manager inclusiva in un campionato dominato dalle donne afro-americane”. 

In quel momento era in testa ai sondaggi e tra i suoi avversari il reverendo Raphael Warnock era accreditato del 9 percento dei consensi. Le giocatrici della WNBA hanno risposto alla lettera di Loeffler, l’hanno respinta e sono andate in campo con una t-shirt su cui era scritto Vote Warnock. L’hanno messa pure le giocatrici di Atlanta. Nei tre giorni successivi, la campagna di Warnock ha raccolto più di 236 mila dollari e ha aggiunto 4 mila follower su Twitter. 

“Quel sostegno – racconta il Washington Post – è cresciuto da lì, catapultandolo al ballottaggio con Loeffler e poi alla vittoria”. 

Ora Loeffler vive l’imbarazzo di dover rientrare in una Lega che le ha fatto perdere le elezioni. LeBron James ha detto che le Atlanta Dream adesso vuole comprarsele lui. 

 

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Storia della lotta al razzismo in NBA

il campo le partite della notte ➔ Gli eurofenomeni hanno fatto i fenomeni. Due dei tre non USA candidabili al titolo di MVP (il terzo è Antetokounmpo), si sono sfidati in Denver-Dallas ed è finita con Doncic a 38 punti e Jovic pure. Lo sloveno di Dallas ha aggiunto pure 13 rimbalzi e 9 assist, con 13 su 22 al tiro. Il centro serbo ha preso 11 rimbalzi e servito stavolta solo 4 assist contro i 12 soliti di media. Ha vinto Dallas 124-117 al supplementare. Philadelphia ha scoperto di avere Steph Curry positivo prima della partita con Brooklyn (persa 122-109) mentre i Nets non hanno potuto schierare Kevin Durant, fermato 10 giorni dalla Lega non perché contagiato ma per aver avuto contatti con un positivo. Non può neanche allenarsi. Il potere di una Lega seria e di un commissioner realmente autonomo. 

 

in tv stanotte ore 2 Sky Sport 1: Milwaukee-Utah | 2 Sky Sport NBA: Memphis-Brooklyn |  sabato ore 21 Sky Sport 1 e NBA: Philadelphia-Denver | 1 Sky Sport NBA: Indiana-Phoenix | 4 Sky Sport NBA: Sacramento-Portland | domenica ore 22 Sky Sport NBA: Clippers-Chicago | 2 Sky Sport NBA: Golden State-Toronto

 

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