Il caso Vinicius e l’impotenza degli arbitri dinanzi al razzismo

Il razzismo non si può cancellare. È come le sigarette: non puoi smettere di fumare se non lo vuoi.

Mario Balotelli

 

I tre tifosi del Valencia accusati di avere insultato Vinicius sono stati espulsi a vita dallo stadio Mestalla. Il loro fermo di polizia è durato tre ore. A Madrid invece sono stati arrestati 4 ultras dell’Atlético, accusati di aver impiccato a gennaio su un viadotto un manichino con la maglia di Vinicius. 

 

L’uomo che si sente in parte responsabile per tutto questo si chiama Esquinas Torres. Fa l’arbitro. Faceva. Il 25 febbraio del 2006 era alla Romareda, lo stadio di Saragozza dove giocava il Barcellona. Fu là che Samuel Eto’o  minacciò di andarsene. Gli facevano buuu. Esquinas Torres era preoccupato solo di far continuare la partita, l’allenatore del Barça Frank Rijkaard lo stesso. Corsero da Eto’o, lo pregarono di fermarsi, gli insulti continuarono. 

Continuarono quel giorno e tutti i giorni appresso, per anni, fino a domenica scorsa al Mestalla, con Vinicius al posto di Eto’o. Così, a El Mundo, Esquinas Torres si è detto pentito per non aver fatto di più, diciassette anni fa. 

«Il problema si ripresenta sempre e quando succede i media si ricordano di me. Non credo che si risolverà qualcosa, nemmeno questa volta». Oggi ha 62 anni, lavora alla Renfe come direttore delle Risorse Umane. Dice che la legge attualmente in vigore non funziona. Il protocollo in vigore in Spagna dal 2007 consente a un arbitro di far diffondere un messaggio attraverso l’altoparlante dello stadio, riomandare casomai le squadre negli spogliatoi per un po’, solo alla fine sospendere la partita. Nella sostanza, il primo passaggio non viene superato mai. Torres sostiene che non accade perché gli arbitri hanno paura, temono di veder penalizzata la loro carriera. 

Non è una tesi campata in aria. La carriere dell’arbitro italiano Gavillucci è finita quando a Genova fermò Sampdoria-Napoli per i cori razzisti contro Koulibaly. Torres dice a El Mundo che sono tutti consapevoli della presenza del razzismo nel calcio, ma gli arbitri vengono lasciati soli, senza sostegno. 

«Tutti fanno dichiarazioni, dichiarazioni e tweet, ma il protocollo attuale è firmato dalla Federazione e dai club della Lega in un modo che impedisce di fatto la sospensione di una partita. Fu Rijkaard a convincere davvero Eto’o a restare in campo. Gli disse che doveva sopportare, che c’era in gioco la Liga. Erano sullo 0-0. La situazione si è addolcita perché il Barça conquistò un calcio d’angolo, qualcuno toccò la palla con le mani, fischiai un rigore e Ronaldinho lo segnò. Il morale dei tifosi del Saragozza si spense. Ma gli insulti a Eto’o sono continuati fino alla fine».

Ieri mattina Marca è uscito con l’intera prima dedicata al caso Vinicius. Il titolo diceva: Non basta non essere razzisti, bisogna essere antirazzisti

Torres riferisce  al giornalista Javier Sánchez che alla federazione dell’epoca non piaceva affatto l’idea di una partita sospesa per razzismo. La tesi di fondo era che non ci sono problemi di razzismo nel calcio spagnolo. Sì, certo, qualche mela marcia, sono scene che fanno male al calcio, ma non sono tifosi, quelli là. Le solite cose. Il famoso giorno di Eto’o, Emerton del Saragozza andò a dire all’arbitro che sarebbe stato pronto a lasciare il campo per solidarietà. Poteva succedere qualcosa, non accadde.

 

Se le cose stanno così, dove si può sperare di andare a parare? The Athletic racconta che sulla gamba destra, Vinicius Junior porta tatuata una frase che gli serve da bussola nella vita. La frase dice: Finché il colore della pelle sarà più importante della brillantezza degli occhi, ci sarà la guerra. L’ha detta Bob Marley, è nel testo della canzona War. Vinincius ha fatto quel tatuaggio quando aveva 17 anni. Allo stadio Nilton-Santos di Rio de Janeiro, era appena stato insultato da un tifoso del Botafogo. Da quel giorno Vinicius si è sentito in battaglia. Una crociata la chiama il magazine americano. Dal suo arrivo a Madrid nel 2018, questa lotta è entrata in un’altra dimensione. Perché la Spagna non riconosce a Vinicius il diritto di essere stronzo. Di irridere con i suoi dribbling, di fare i balletti dopo un gol, l’alibi perfetto per i razzisti, il classico caso di uno che se l’è andata a cercare. 

Antonio Camacho, editorialista del giornale conservatore Abc dice per esempio che Vinicius ha la tendenza all’esagerazione e alla provocazione antisportiva, ma riconosce che nessuno lo insulta chiamandolo provocatorio o arrogante. Lo chiamano scimmia e gli fanno quel verso là

Il cartellino rosso preso per avwer commesso un fallo di frustrazione è stato cancellato dalla federazione. Per dire poi come vanno le cose in Spagna, nella faida perenne Real-Barcellona  [ma non solo in Spagna], Xavi dalla Catalogna ha balbettato che bah, forse, ecco, quel cartellino rosso, perché toglierlo? Invece la domanda per Xavi è un’altra: come fa a non rendersi conto che in gioco c’è molto di più? Peraltro a scudetto già assegnato? 

È un week-end di elezioni comunali e regionali, in Spagna, ma il razzismo contro Vinicius domina la scena mediatica e ha riflessi ovvi in ambito politico Dal Brasile si è fatto sentire Lula, il capo del governo Pedro Sánchez ha scelto le due parole più facili da mettere insieme: Tolleranza zero. 

Ma ci sono altre due figure chiave sulla scena, due figure istituzionali che hanno assunto una posizione ambigua, quando non addirittura indecente. Javier Tebas, presidente della Liga, è stato chiamato in causa dal brasiliano per la tiepidezza con cui risponde. La replica di Tebas: “La Liga non è razzista, 8 su 9 casi sono contro di lui”. Ecco. Luis Rubiales, presidente della Federcalcio spagnola, viene a sua volta accusato di non aver fatto abbastanza. Perché è vero che 8 casi su 9 hanno riguardato Vinicius, ma solo 2 volte la federazione è intervenuta per davvero. 

Nove anni fa dovette vedersela da solo Dani Alves. Gli lanciarono banane dagli spalti dello stadio di Vila-Real. Non accadde nulla, se non che Alves prese la banana, tolse la buccia e la mangiò. 

Alfredo Relaño, il decano dei giornalisti sportivi di Spagna, ha scritto su As: Nella sua ultima conferenza stampa, Ancelotti ha detto che la Spagna non è razzista, ma che i razzisti ci sono, che abbondano sui campi di calcio e che le autorità non si sono realmente accorte di quanto sta accadendo. Ha ragione. Era ora che se ne parlasse. Questo non sarà un Paese razzista, come protestano in coro le autorità, ma è un Paese che non dà fastidio a chi lo è . La reazione del Valencia è benvenuta se culmina, come ci auguriamo, con la severa espulsione dei colpevoli e le opportune sanzioni penali. Benvenuta è la reazione della polizia di Madrid, che in poche ore ha risolto una questione impantanata da mesi. Ben venga questa catarsi che Vinicius ha scatenato. La stanchezza di essere vittima lo ha armato di un coraggio i cui effetti cominciano a vedersi

 

      TITOLI

Corriere della sera: “Rio spegne il Cristo Redentore per gli insulti razzisti a Vinicius – Lula protesta con la Spagna e chiede «misure serie. Sánchez: nessuna tolleranza

Quotidiano Sportivo: Contro i razzisti servono i fatti – Doriano Rabotti scrive: È escluso che Ancelotti sia un sostenitore del pugno di ferro che rese famosa la Thatcher e la cui onda lunga ha reso la Premier il campionato più bello del mondo. Se anche una persona mite come lui finisce il serbatoio della pazienza, significa che davvero la misura è colma. Intanto in Spagna hanno arrestato sette tifosi, quattro dell’Atletico che esposero un manichino impiccato con la maglia di Vinicius, tre del Valencia coinvolti nei cori di tre giorni fa. Siamo troppo vecchi per illuderci che possa bastare. Ma intanto in Spagna l’hanno fatto.

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