A tavola non si invecchia
Proverbio
MAPPE
A otto anni di distanza dall’oro di Roland Fischnaller nello slalom parallelo di Lachtal, l’Italia ha vinto un nuovo titolo mondiale nello snowboard. Sotto la neve di Bakuriani, in Georgia, Nadya Ochner e Aaron March hanno battuto nella finale del parallelo a squadre gli austriaci Andreas Prommegger e Sabine Schöffmann.
Lui si chiama Aaron March, 36 anni, di Bressanone. Vive all’Alpe di Siusi. Ha una laurea in Economia e commercio. Fino a due anni fa era stato più un signor piazzato che un gran vincente. Quando da una sola stagione ricavò due Coppe del mondo, il suo ambiente disse che finalmente aveva smesso di essere quell’altro, l’outsider all’ombra della stella del movimento, Ronald Fischnaller, il famoso compagno di banco che al compito prende 7- quando tu hai strappato finalmente un sei e mezzo.
March è partito per primo e all’intermedio iniziale aveva 2 decimi di distacco. Dopo il dosso, ha approfittato di un’indecisione di Andreas Prommegger. Ha continuato a danzare tra le porte rosse, sulla linea del traguardo aveva 74 centesimi di vantaggio.
È questa una staffetta senza che ci siano testimoni da passare.
Il sistema elettronico memorizza il distacco tra i tempi e sblocca i cancelletti di partenza in alto con lo stesso margine. Quello italiano si è aperto allora con 74 centesimi di anticipo, per far partire lei.
Lei si chiama Nadya Ochner, 29 anni, poliziotta di Merano, di lingua tedesca. Vive a Postal, in provincia di Bolzano. Ha iniziato a scendere su uno snowboard grazie a papà. La prima volta aveva cinque anni. Lui stesso faceva gare regionali e la portava ai suoi allenamenti. A otto anni la prima volta, Nadya si piazzò seconda. Le iscritte erano due.
È uscita dunque dal cancelletto con quei 74 centesimi di vantaggio, ma dopo quattro-cinque porte se lo era fatto mangiare tutto, per una grattata in una piega sul lato sinistro. Sempre che nello snowboard si dica grattata in una piega. Sul divano si dice.
Sabine Schöffmann è passata all’intermedio avanti di 13 centesimi. Nadya si è rimessa in testa sul successivo pendio, si coglieva anche a occhio nudo, e nelle ultime sei porte non ha ceduto più.
Snow, skate e surf
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
Ci sono tavole e tavole, non sono tutte uguali. Quelle urban che abbiamo visto per la prima volta a Tokyo 2021 sono state introdotte nel programma olimpico, lo skateboard, nel tentativo di abbassare l’età media di chi si interessa alle dirette televisive dei Giochi. Hanno certamente raggiunto lo scopo di abbassare l’età media di chi è salita sul podio.
Kokona Hiraki vinse l’argento nella disciplina Park a 12 anni e 343 giorni, la più giovane medaglia giapponese di sempre. A 10 anni e 11 mesi, era stata anche la più giovane skateboarder a vincere una medaglia agli X Games, un argento.
A questa genìa appartiene Sky Brown, la più giovane tra le stelle vestite con il baffo Nike. A 13 anni e 28 giorni, diventò anche la più precoce sul podio ai Giochi per la Gran Bretagna. Ha già firmato accordi pubblicitari con Barbie, Claire’s Accessories e Visa. Ha un milione di follower su Instagram, pare che sia un valore. Ha imparato i suoi trucchi da YouTube. Quando impenna sulla rampa, sale in cielo fino a quattro metri d’altezza.
Hiraki e Sky furono battute da quella matusalemme di Yosozumi Sakura, di anni 19, in gara con una maglia rossa e una tavola rosa, perché il suo nome in giapponese significa fiore di ciliegio.
Non è finita. Momiji Nishiya vinse sempre a Tokyo la gara inaugurale della categoria Street a 13 anni e 330 giorni, davanti alla coetanea brasiliana Rayssa Leal, famosa perché otto anni fa su Internet la leggenda dello skate Tony Hawk condivise un video nel quale in costume da principessa lei volteggiava nell’aere. Terza Funa Nakayama, sedici anni. Il conto è presto fatto. Il podio aveva 42 anni complessivi. Solo due in più di Andreas Prommegger, l’austriaco battuto sulla neve dal 36enne March. I nonni lo dicevano: a tavola non si invecchia.
Filosofia della tavola
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
Sul sito Tutto logic surf ci si imbatte in una riflessione dotta sulle filosofie di vita di chi mette una tavola sotto i piedi, e va per mari, o va per monti.
Federico Fornaroli ha scritto che “il surfer più crudo, radicale e ortodosso non si presterà facilmente alle comodità e ai comfort. Anzi, è piuttosto verosimile che cercherà lo stato brado, la dimensione più selvaggia possibile per sperimentare le proprie capacità e sfidare la natura. Culturalmente il surfer ha meno la tendenza alla crew estesa, alla condivisione massiva, specialmente quando si tratta di manifestare al mondo un nuovo spot: il vero surfista potrebbe tacere fino alla morte, portando con sé nella tomba un secret spot”.
Lo snowboarder invece non disdegna di stare nel mucchio, di fare gruppo, ama il chiasso, ragionando sempre per semplificazioni, specialmente quei matti del freestyle: oggi si assegna l’oro femminile nella categoria Aerials. Sono dei salti con cui si arriva fino a 6 metri d’altezza. Non è che volano e aspettano d’atterrare, mentre stanno nel blu dipinto di blu si concedono una capriola, un salto mortale all’indietro, qualche altra diavoleria, attesi da una collina su cui planare, inclinata dai 34 ai 39 gradi, lunga all’incirca 30 metri.
Dice Fornaroli che in buona sostanza il rider urbano “predilige il caos e lo shred, ovverosia la distruzione di tutto ciò che incontra sulla sua strada, provando a non rispettare il più possibile le regole e a liberare ogni istinto, tanto in park quanto lungo le piste. Cercherà di non intraprendere cammini in solitaria, a patto che in questo caso la cerchia di accompagnatori si restringa ad un numero più ristretto e selezionato di prescelti”.
Chi va con lo snowboard invece cerca maggiormente “un’intimità assoluta con la natura e lo spot meno battuto. Il surfer di contro ama più l’avventura, il campeggio è il suo habitat naturale. Non opta per il lusso e il contatto estremo e rude con la natura è ciò che lo spinge a mettersi in viaggio. Tuttavia, culturalmente parlando rimane la convinzione popolare per la quale sia il surfer che lo snowboard siano i rappresentanti della parte alternativa, anticonformista e “teppista”, come se il fatto di utilizzare una tavola “per fare cose” sia l’elemento discriminante per essere giudicati e tacciati come i ribelli di turno, da non imitare e prendere ad esempio. Da questo punto di vista surf e snowboard possono essere assimilati”.
Chi ha inventato questa roba
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
In giro si trovano diverse ricostruzioni sulla nascita dello snowboard e sulle diverse rivendicazioni per il brevetto, una dalla Svezia, altre dagli USA. La fonte delle informazioni che girano è un manuale diffuso una ventina d’anni fa dalla federazione sport invernali. In rete si trova anche un’interessante tesi di laurea scritta da uno studente torinese, Fabio Perricone, in quello stesso periodo.
Rispetto a quanto si legge altrove, la sua ricostruzione comincia prima. “Già negli Anni ’20 si racconta – ma forse è leggenda – che sulle Alpi un geniale montanaro di cui non è stato tramandato il nome avesse provato a montare su una rudimentale tavola, restando pericolosamente in equilibrio durante la discesa a valle. Si racconta anche che i pastori slavi si lanciassero lungo i pendii innevati disponendosi trasversalmente su degli sci più larghi che lunghi. Di quei lontani esperimenti sulle Alpi e sui monti balcanici però si sa ben poco. Una traccia meno remota del futuro snowboard è riconducibile al 1929, quando un americano di nome Jack Burchett, un surfista d’onda californiano, ebbe l’idea, nei lunghi periodi di inattività forzata causata dalla stagione fredda, di scendere lungo i pendii delle Montagne Rocciose con un attrezzo simile al surf da onda. Burchett si affidò a una tavola di legno pressata dotata di cinghie di cuoio per il bloccaggio dei piedi”.
L’anno ufficiale di nascita è però il 1965. Lo stesso in cui “la NASA lancia il primo satellite di telecomunicazioni a scopo commerciale; il chirurgo Michael De Barkey trapianta su un paziente di Boston il primo cuore artificiale, la Regina Elisabetta conferisce ai Beatles il titolo di baronetto”. Peraltro senza sapere che due di quei traditori se ne sarebbero andati a suonare mezzo secolo dopo con i Rolling Stones.
La tesi di Perricone cita “un certo Sherman Poppen, un ingegnere con al suo attivo esperimenti e brevetti nel campo dei gas industriali che, per far giocare le sue due figlie, Wendy e Laurie, da vita a una scelta decisamente singolare, unendo i due sci e realizzando una sorta di monosci, che risulterà subito velocissimo, anche se non facile da tenere in equilibrio. Ma la prima cosa di cui il signor Poppen si accorse è che le ragazze tendevano a disporsi trasversalmente su quella rudimentale tavola, e che miglioravano la stabilità con l’aiuto di un cordoncino fissato in punta. L’osservazione gliene fece venire in mente un’altra: la stretta analogia esistente tra questa posizione con quella del surfista da onda per cui, unendo surfer e snow, battezzò “Snurfer” il nuovo attrezzo. Già nel 1966, di quella tavola giallo-nera di legno ne furono vendute centinaia al prezzo di 9,65 dollari”.
Quanto costa oggi – Una tavola di buona qualità e di prezzo medio costa 200 euro, gli attacchi tra i 70 e i 120, gli scarponi dai 100 ai 200, un blocco di sciolina ecologica tra i 14 e i 20 euro, di sacche e zaini per ora facciamo a meno, l’abbigliamento fingiamo di averlo già. Totale: 400-500 euro.
| MEDUSE Certe faccende che finiscono in tribunale
Flavio Vanetti sul Corriere della sera scrive che “non è invece andata affatto bene alla Fisi in tribunale. Quello di Milano ha emesso la sentenza sulla vertenza relativa alle forniture per la stagione. La Federazione è passata a EA7 Armani, ma il giudice ha sancito che non doveva scaricare Kappa perché era in essere un contratto valido. Sarà proposto appello? Più saggio sarebbe trovare una (sanguinosa) transazione”.
Che cosa succede oggi sulle nevi
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
I Mondiali di fondo entrano nel vivo. Federico Pellegrino è la speranza italiana nella Sprint. Una tipica storia olimpica si è affacciata sulla neve di Planica, in Slovenia, durante il turno di qualificazione, dal quale erano sentiti gli sciatori d’élite.
Stevenson Savart è diventato a 22 anni il primo fondista di Haiti a qualificarsi per una competizione principale dei Mondiali. È stato adottato da una famiglia francese nei Vosgi all’età di tre anni, a cinque o sei anni, secondo il portale France Bleu è stato messo sugli sci per la prima volta. Il suo fratello acquisito sciava, lui si concentrò sulla tecnica del fondo.
La tv ha molto indugiato anche su Samaneh Beyrami Baher, iraniana che ha tagliato il traguardo all’ottavo posto nel tempo richiesto, anche lei qualificata. Le compagne di squadra Farnoosh Shemshaki e Sahel Tir la aspettavano al traguardo, l’hanno incoraggiata negli ultimi metri, le hanno rimesso a posto il copricapo quando s’è sdraiata sulla neve e le si sono sciolti i capelli. Due volte.
Francesco Paone su Oa Sport è critico quando scrive che “i Mondiali di Planica 2023 passeranno alla storia come quelli dei morti viventi”. Un giudizio dovuto al fatto che 4 titoli saranno assegnati per l’ultima volta, “eleggendo dei campioni e delle campionesse del mondo che rischiano di vedere svalutata la loro stessa impresa. Quale senso avrà detenere l’oro iridato dello skiathlon se è già stato seppellito? L’abolizione dello skiathlon è una pietosa eutanasia di un format da sempre privo di senso, l’amputazione di 5 km nella prova con partenza a intervalli è un autentico delitto perpetrato ai danni della storia. Avere una partenza in linea femminile di 30 o 50 km, francamente, poco cambia. Di certo c’è che ci troviamo di fronte all’ennesima dimostrazione della totale mancanza di lucidità nella gestione dello sci di fondo. Si decide di riformare totalmente la disciplina, equiparando le distanze in Coppa del Mondo e assemblandone malamente i nuovi format, ma il programma dei Mondiali viene mantenuto inalterato, come se nulla fosse”.
figurine La ragazzina che si buttò dal trampolino con la zip rotta
Nella gara di qualificazione delle gare femminili dal trampolino, la giornata è stata conclusa in testa da Anna Odine Strøm, una norvegese di 25 anni, veterana, decisamente. Ha esordito in una gara internazionale quando ne aveva tredici e alla sua prima gara si ruppe la zip della tuta. Salì in cima al trampolino e gli organizzatori della prova le dissero di andare avanti, di buttarsi lo stesso. Così la ragazzina fece, tenendosi la zip rotta con una mano. Una manovra spericolata che mandò su tutte le furie il papà e la federazione internazionale.