L’America era il mondo sognante e misterioso di Paperino
Francesco Guccini
I MONDIALI DI CALCIO | 22ESIMA STAGIONE, EPISODIO DIECI
Vent’anni dopo l’exploit dei quarti di finale in Giappone e Corea, a quattro dai prossimi Mondiali in casa, gli USA sono usciti dalla dimensione degli outsider. Hanno stelle internazionali e giovani di grandi prospettive. Stavolta la sorpresa sarebbe non qualificarsi.
C‘è già stata una Nazionale USA di calcio fino ai quarti di finale dei Mondiali. Vent’anni fa la generazione di Donovan mise sotto il Portogallo e spaventò la Germania, ma era ancora una squadra che si faceva largo nello stupore. Quasi tutti giocavano in serie D, molti chiusero il torneo senza sapere dove avrebbero giocato l’anno dopo. Il basket aveva mandato due anni prima a Sydney il Dream Team di Jason Kidd e Kevin Garnett, quello del soccer in Asia era al massimo un Real Team.
Il Reyna che giocava era Claudio, papà di Gio’. In Bundesliga aveva fatto la riserva a Wolfsburg, suo figlio fa la stella a Dortmund. O’ Brien aveva un nonno che era stato avversario di Jesse Owens. Keller aveva rinunciato al viaggio di nozze per poi scoprire che il Ct Bruce Arena lo aveva chiamato sì, ma per fare il dodicesimo. Tutta gente da strano ma vero, da “periferia dell’impero”, scriveva in quei giorni Emanuela Audisio su Repubblica, calciatori pescati da un serbatoio che nel frattempo stava crescendo, con 9 milioni di tesserati sotto i 12 anni, un programma che invitava i liceali a iscriversi al campionato SML, un finanziamento triplicato rispetto al 90, fino a toccare 30 milioni di dollari. Gli americani erano nel cuore del Piano 2010, la data prevista per vincere il Mondiale.
Non lo hanno vinto, in Sudafrica. Ottavi di finale. Come nel 2014 in Brasile. Ma la prospettiva rispetto all’altro torneo d’Asia, adesso è ribaltata. La sorpresa, stasera, sarebbe scoprire gli USA eliminati al girone, quando mancano quattro anni a un nuovo Mondiale da giocare in casa. Il torneo del 94 è stato come la prima impronta di Armstrong sulla Luna, il prossimo dovrà essere Gravity, Interstellar, dovrà essere The 100, la vita trasferita su una stazione spaziale.
Vent’anni fa, i giornali raccontavano ancora sbalorditi delle luci accese alle quattro del mattino nelle case della West Coast, per vedere le dirette dal Giappone e dalla Corea. Una platea di immigrati, molti italiani, messicani, irlandesi, polacchi. Il mondiale con gli occhi neri e dal sapor mediorientale può vantare invece la più vasta copertura mediatica di sempre. Il soccer sta spingendo nelle colonne laterali gli sport della nazione – il football, il basket – perché nel frattempo non è più un estraneo. La nazione se l’è presa. La testa d’ariete è stata la Nazionale femminile, con tre ori olimpici e due titoli mondiali aggiunti dal 2002 ai titoli vinti in precedenza. Gli uomini, che si sbrighino.
Al Wall Street Journal ha dato fastidio che l’ultima conferenza stampa si sia tenuta nel segno del What It All Means. Jason Gay ha scritto che il calcio americano pare condannato a non poter vivere una vittoria come una vittoria, un pareggio come un pareggio, una sconfitta cone una sconfitta.
“Deve essere sempre guardato attraverso il prisma di ciò che una partita rappresenta per il futuro dello sport negli Stati Uniti e per il modo in cui il calcio americano viene visto nel mondo. Nessuno ha fatto domande sulla strategia, le sostituzioni o i gol mangiati in campo. Apprezzo la curiosità – certi argomenti sono decisamente più interessanti che parlare di calci d’angolo – ma nessun’altra squadra è soggetta a sondaggi così esistenziali”.
Il giornalista Roger Bennett, conduttore del podcast e dello show tv Men in Blazers, sostiene che i calciatori statunitensi delle epoche passate si sentivano come se avessero avuto due lavori: uno come giocatori, l’altro come ambasciatori di uno sport che sta cercando una via.
| La situazione è cambiata, si ribella il Wsj, “gli USA non sono più la squadra mediocre che ha avuto una buona giornata contro un’avversaria più forte come l’Inghilterra. Gli USA hanno una rosa giovane – aspettiamo il 2026, si sente dire – ma sono abbastanza bravi anche adesso. Ci sono giocatori chiave che per il resto dell’anno stanno fianco a fianco ai migliori al mondo. Gli Stati Uniti possono ancora sbagliare una partita, il pareggio contro il Galles è stato esasperante, ed è il motivo di questa partita da dentro-fuori con l’Iran. Ma non sono più dei turisti. Qualcuno scherza sul fatto che il calcio è lo sport del futuro dell’America dal 1972. Eppure c’è uno stato d’animo diverso. Gli stereotipi permangono, soprattutto all’estero: gli USA sono coraggiosi, hanno poco talento e non parlano di calcio, dunque non possono stare nell’élite. Si percepiscono pure dai fischi dei tifosi inglesi, delusi da un pari della loro nazionale contro gli Stati Uniti. Ma questa è una vecchia mentalità. La squadra statunitense è in Qatar non per partecipare, ma per vincere, il segnale più sicuro che lo sport si è evoluto oltre ogni tipo di dibattito esistenziale sul suo futuro o sulla percezione che di esso ha il mondo. Cosa significa per gli Stati Uniti la partita contro l’Iran? Significa passare il turno ai Mondiali. È abbastanza”.
◍ MEDUSE LO SCONTRO SULLA BANDIERA ► Invece non basta. Perché l’Iran è ai piedi della storia, con la chance storica di qualificarsi per la prima volta agli ottavi, eppure coi pensieri dentro una tempesta, per quanto accade in patria e per i riflessi internazionali. La federazione ha chiesto che gli USA siano espulsi dai Mondiali per il caso della bandiera falsificata sui social media dalla federazione. Gli americani hanno ammesso di averlo fatto intenzionalmente: sarebbe una violazione degli statuti della FIFA.
“La FIFA – scrive Andrew Das sul New York Times – non ha risposto immediatamente a una richiesta di commento sulla controversia, ed è improbabile che intervenga durante il torneo”.
Come dice Brian Straus su Sports Illustrated la preparazione della partita è “deragliata per una controversia sui social media e per una conferenza stampa che ha virato nel surreale”. La rivista americana definisce il gesto della federazione come “ben intenzionato, ma fuori tempo, goffo e inutile. Ha fatto infuriare la stampa iraniana”
Non avevamo idea di cosa tirasse fuori la federazione. Lo staff, i giocatori, non ne avevano idea. La nostra attenzione è su questa partita. Non voglio sembrare distaccato o indifferente, ma i ragazzi hanno lavorato molto duramente negli ultimi quattro anni. Abbiamo avuto 72 ore di intervallo tra Inghilterra e Iran, siamo davvero concentrati solo su come andare alla fase a eliminazione diretta. Certo, i nostri pensieri sono per il popolo iraniano, l’intero Paese, l’intera squadra, tutti, ma il nostro obiettivo è questa partita | Gregg Berhalter – Ct USA
Dagli USA Sam Kiley della CNN ha riportato che in Iran sono state minacciate le famiglie dei giocatori di violenza e tortura, se i giocatori non dovessero comportarsi bene contro gli USA. Secondo la fonte della tv americana, il Ct Carlos Queiroz ha incontrato gli ufficiali del Corpo delle Guardie della Rivoluzione in seguito a queste minacce, ma non è chiaro se questo sia stato l’argomento dell’incontro.
| In un reportage da Teheran, Kevin Baxter ricorda sul Los Angeles Times che “gli Stati Uniti sono considerati da molti in Iran come il Grande Satana – un termine reso famoso dall’Ayatollah Khomeini durante la crisi degli ostaggi del 1979” e che “il gioco del calcio ha assunto un fervore politico indiretto, acceso verso una squadra americana come nei tempi del Guerra fredda”.
Kevan Harris, professore associato di sociologia a UCLA e autore del libro A Social Revolution: Politics and the Welfare State in Iran dice al quotidiano losangelino che «il calcio è stato a lungo più di uno sport in Iran. È un simbolo che sotto il governo islamico è stato spesso aperto a interpretazioni. Tutto ciò è aggravato dalla natura del movimento di protesta, carico di simboli e slogan nazionalisti quanto la contropropaganda. Era inevitabile che il calcio ne fosse coinvolto, qualunque cosa avesse fatto la squadra».
| Shirin Behzadi è un’attivista arrestata due volte dalla cosiddetta polizia morale. Ha detto al Los Angeles Times che «vedere le proteste – o il calcio – semplicemente in termini politici, non coglie il punto. Io sono una tifosa. Il calcio lo guardo. Lo adoro. Anche le proteste non sono politica. Si tratta di esseri umani che muoiono per il desiderio di far sentire la propria voce. Quindi qualunque cosa accada, che la nazionale vinca o perda, è già stata tolta la gioia a questo gioco».
Parlano della partita a Espn dicendo che “finora gli Stati Uniti sono stati eccezionali sul piano difensivo, una piacevole sorpresa. Si pensava che la coppia di centrali fosse un punto debole, ma l’inserimento di Tim Ream nella formazione, insieme a Walker Zimmerman, ha fatto miracoli”.
| Dalla Francia Le Monde parla di illusione della diplomazia del calcio, mentre Valerio Piccioni sulla Gazzetta ricostruisce i tentativi fatti in questi anni dallo sport, “prigioniero di relazioni finite spesso sull’orlo del burrone. Ma ha saputo trovare varchi improvvisi per tenere aperto il territorio delle sue sfide. Soprattutto la lotta ci ha provato. Anche cinque anni fa, quando soltanto grazie a un giudice di Seattle si sbloccò la crisi del decreto Trump (proibito l’ingresso negli Usa ai paesi della «lista nera»), la nazionale Usa fu acclamata a Kermanshah. La sentenza «blocca Trump» salvò anche la partecipazione degli iraniani alla coppa del mondo di tiro con l’arco di Las Vegas, dove fra le più applaudite ci fu l’arciera paralimpica (e olimpica) Zahra Nemani. E tornando alla lotta, poco prima proprio un cartello Usa-Russia-Iran aveva respinto la corrente olimpica che spingeva per cancellare la lotta dal programma dei Giochi. Altri riavvicinamenti erano avvenuti all’inizio dell’era Obama con uno stage della nazionale iraniana di tennis tavolo negli Usa”.
◍ FIGURINE IL PORTIERE NATO DA UNA PAPERA ► Howler, dicono in America. È l’errore del portiere fuori da ogni logica. Vale più o meno come: urlatore. Significa che l’abbaglio è stato così clamoroso da aver indotto a un grido. Negli USA è diventato anche il nome di un magazine che racconta come guardiamo il calcio. Howler è la parola da cui nasce la parabola di Matt Turner, il portiere degli USA. La sua storia è raccontata da Andrew Beaton, ancora sul Wall Street Journal.
Prima che debuttasse in Nazionale, le immagini di un gol preso al college sono diventate vi…, sono diventate vir…, sono diventate vira…, no, niente, non esce – sono state molto viste in rete. Se ve le siete perse le trovate [qui]. Se non avete voglia di fare clic, si tratta di un gol preso dalla Fairfield University. Un pallone che finisce sulla traversa, si impenna, Turner allunga le braccia e sguish. Quel che è accaduto negli anni successivi è ancora più straordinario, dice il Wsj. Turner è passato dalla maglia di una squadra di un piccolo collegio gesuita fino alla Premier League. Aveva 21 anni quando ha fatto il suo debutto tra i professionisti, “un’età alla quale i belgi o gli spagnoli hanno già un centinaio di partite alle spalle. Lui stava appena iniziando. Turner, però, non ha paura di commettere un errore che possa mettere fine alla sua carriera. Lo ha già fatto al college e ora è il portiere dell’America”.
◍ ANTAGONISTI CARLOS QUEIROZ ► Il signore che sta con i capelli d’argento sulla panchina dell’Iran è un giramondo che ha lavorato quasi ovunque, da New York a Nagoya, al Manchester United e al Real Madrid. È nato in Mozambico come Eusébio, ma i gol doveva evitarli e non segnarli. Carlos Queiroz faceva il portiere, e in qualunque luogo sia stato, ha portato il suo marchio distintivo, una difesa soffocante e la scaltrezza come strategia. Nel 2008 lavorava da assistente allenatore allo United, dove Alex Ferguson si era dato una struttura da NFL. Queiroz era il responsabile dei meccanismi difensivi. Allenava i suoi disponendo sul campo dei tappetini da ginnastica, per definire esattamente dove voleva che ogni giocatore si trovasse in ogni situazione.
«Non avevamo mai visto una tale attenzione ai dettagli – ha detto l’ex difensore dello United Gary Neville a Joshua Robinson per il Wall Street Journal – abbiamo provato tutto più e più volte, esaminando lentamente le tattiche con la palla tra le mani». Lo United batté il Chelsea in finale di Coppa dei Campioni. Nei 14 anni trascorsi da allora, la filosofia difensiva di Queiroz è cambiata di poco. Il Wsj racconta che l’Iran non tenta di forzare l’errore avversario in costruzione andando a pressare alto. Si raccoglie invece in profondità e sciama verso il centro del campo, restringendo gli spazi e occupando le corsie laterali.
“Gli avversari dell’Iran – leggiamo – hanno tutto il tempo di scegliere un passaggio, ma quando tutto funziona, non ci sono mai molti passaggi da scegliere. Quando le squadre avversarie ne cercano di lunghi e rischiosi, perdono la palla e danno all’Iran la possibilità di correre in contropiede. È così che sono arrivati i gol della vittoria sul Galles. La fisicità dei difensori è implacabile e fa impazzire gli avversari”.
Famose, di Queiroz, sono pure le conferenze stampa. Ha cominciato i Mondiali chiedendo a un giornalista della BBC perché non domandasse a Southgate della politica nel suo paese, mentre a loro iraniano chiedevano questo e quello. Una volta ha tormentato per otto mesi l’allenatore della Corea del Sud che lo aveva accusato di aver fatto un gesto osceno dopo una vittoria. Adesso il nemico è Jurgen Klinsmann, avversario dell’Iran da calciatore della Germania nel 98, andato negli studi della BBC questa settimana a sostenere che dall’Iran ci si deve aspettare un gioco duro e violento. «Questa è la loro cultura, questo è il loro modo di fare – ha detto – ed è per questo che Carlos Queiroz si adatta molto bene alla nazionale iraniana».
Con un thread di sei tweet, sabato scorso Queiroz ha invitato allora Klinsmann a visitare il campo di allenamento, per istruirsi sulla cultura del paese e sulla sua gente. Ah, solo una cosa. Queiroz si aspetta che prima della visita, Klinsmann si dimetta dalla commissione FIFA che studia il Mondiale per approfondimenti tattici. In una intervista di quattro anni fa, disse che «la Coppa del Mondo è come un processo per gli allenatori. Dopo un Mondiale, il 70-80% perderà il lavoro. Partono come eroi e rientrano che sono degli zero».
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FIGURINE
Garoppolo sta dominando l’altro football
L’altro football, quello che gli americani davvero chiamano così, celebra in queste ore Jimmy Garoppolo, nipote di emigranti arrivati da Vasto, definito da Huddle “un giocatore bravo, capace, ma a cui manca il classico centesimo per fare l’euro e che verrà ricordato più per gli errori che per le giocate”. Gioca da quarterback. Era in squadra con i New England Patriots in due Super Bowl vinti, una riserva, poi da titolare ha portato alla finale i San Francisco 49ers. Dov’è tuttora.
Conor Orr su Sports Illustrated racconta come il 2022 debba essere considerato il suo anno. Garoppolo era considerato uno dei motivi per cui i 49ers non potevano arrivare in vetta. Ora tutto gioca in suo favore. Il coach Kyle Shanahan ha trascorso gli ultimi a sacrificare un mucchio di scelte al primo giro per cercare uno che potesse rimpiazzarlo subito. Quando Trey Lance si è rotto i legamenti, Shanahan è dovuto tornare a Garoppolo. Ma intorno gli ha stravolto i meccanismi di gioco. Sports Illustrated dice che è troppo semplicistico sostenere che Garoppolo si limiti a restare indietro e a lanciare la palla a quei compagni di squadra che si trovano alla distanza di un comune passaggio da basket. Tuttavia, è giusto dire che quando ciò accade, i 49ers sono più pericolosi di qualsiasi altra squadra della NFL”.
Garoppolo finisce le sue partite con un gran sorriso durante le interviste in campo, “il sorriso di uno che era una pedina di scambio fino a pochi mesi fa e che emergerà dal mercato dei free agent del 2023 come una merce preziosa. Il sorriso di chi sa di essere finito al posto giusto al momento giusto”.