Tobias Foss ha pedalato a una media di 51 all’ora. Drabir Alam invece non ha spinto la sua bici per più di 34 all’ora. È arrivato staccato di 19 minuti, ultimo, ma non gliene frega niente. Ha 39 anni e non era venuto a Wollongong per sfidare i grandi, per puntare al podio, per prendersi un posto tra i primi dieci. Aveva un’altra missione, come dice Cyclingtips che ne ha raccontato la storia: mettere la sua nazione sulla mappa.
La nazione è il Bangladesh. Mai stata prima a un Mondiale di ciclismo. Drabir usa allora la parola pioniere per sé stesso, racconta che si stava preparando da un anno, per «mostrare che il mio paese esiste e che c’è il ciclismo. Questo è tutto. Questo è il motivo per cui sono qui. In Bangladesh ci sono molti giovani sorprendenti che stanno iniziando a pedalare e c’è un’ondata di ciclismo in arrivo. Quando ho visto che il campionato del mondo permetteva alle nazioni di iscriversi anche solo per farsi conoscere, ho sentito che era un’occasione. Avremo un po’ più di aiuto. Saremo in grado di allenare meglio i nostri ragazzi, forse potremo fare qualcosa per loro».
Lo stesso Drabir pedala da quattro anni e ha avuto a sua disposizione una bici da cronometro solo quattro mesi fa, quando stava accelerando la preparazione. A trenta giorni dalla corsa in Australia, si è rotto un polso. «Ero andato ad allenarmi sulle colline, c’era traffico, sono scivolato, sono caduto, mi sono fratturato e mi sono danneggiato anche la clavicola. Tutto quello che potevo fare era salire sui rulli».
Il polso gli faceva male anche ieri mattina, ma ha raccontato che neppure se ne è accorto, nel vedere tanta gente lungo la strada. «Pensavo che si sarebbero domandati: – Ma chi è questo! Invece hanno fatto il tifo per me e per il Bangladesh. Cercherò di correre tra i dilettanti. Compio 40 anni, vorrei fare anche un Ironman e vedere dove mi porta. Nel frattempo, alleno alcuni ragazzi. Spero che ci sarà qualcuno di loro nella top-20 o nella top -30 nei prossimi quattro o cinque anni».
Con i suoi 170 milioni di abitanti, il Bangladesh è il paese più popoloso tra quelli che non hanno mai vinto una medaglia alle Olimpiadi. Nella storia, i suoi atleti hanno gareggiato per l’India e per il Pakistan, prima di portare in campo la propria bandiera. Hanno esordito solo a Los Angeles 1984 con Saidur Rahman Dawn, 21 anni, presente nell’ottava batteria eliminatoria dei 100 metri. Arrivò in fondo in 11 secondi e 25 centesimi. Tre giorni dopo era sui blocchi pure dei 200 metri, altri 22 secondi e 59 secondi. Totale della sua Olimpiade e dell’intero Bangladesh: 33 secondi e 84 centesimi. Ma storici. Andarono in sei allora a Seul, in sei pure a Barcellona, con la prima donna di sempre, Kazi Shahana Parveen, una sparatutto con il fucile ad aria compressa da 10 metri, e dopo di lei le donne sono diventate una costante. Rare, ma una costante. Quattro atleti ad Atlanta, cinque a Sydney e Londra, una spedizione record di sette persone a Rio, di nuovo sei a Tokyo.
Come mostra Drabir nella sua foto su Instagram, per ogni polso ingessato arriva il momento di riuscire a reggere un casco.