L’interminabile sfida dell’inclusione nello sport

Il vero viaggio di scoperta non consiste nel trovare nuovi territori

ma nel possedere altri occhi

Marcel Proust

 

  ▻  Come pioveva, quella sera. Sembrava quasi un’idea della Disney. Nei film della fabbrica del vecchio Walt, l’acqua viene giù in ogni momento di passaggio, quando l’eroe si riconosce e i cattivi cadono. Piove su Dumbo, piove su Bambi, piove su Basil l’investigatopo e sugli Aristogattini quando sopravvivono. Piove sui piccoli 101 dalmata quando scappano dai loro carnefici. Piove sulla Strega di Biancaneve quando precipita dalla rupe e il suo potere svanisce. Piove su Simba quando da un’altra rupe realizza quale sia la propria missione: affrontare zio Scar e regnare al posto suo. Piove addirittura due volte sulla consapevolezza di Tarzan, prima quando scopre che la sua mano combacia con quella di Jane (la scimmia diventa un uomo), poi quando gli ammazzano il padre gorilla Kerchak e allora prende il comando della tribù (l’uomo diventa una scimmia). Piove acqua mista a luce sulla Bestia, quando sta per finire l’incantesimo e torna principe, piove quando non c’è più spazio per la perfidia di Ursula con la Sirenetta. 

Come pioveva, quella sera a Tokyo. Quando l’Italia mise sul podio dei 100 metri paralimpici solo ragazze sue, la prima la seconda e la terza. Si direbbe pure questa una favola, se solo fossero davvero favole le storie di Disney, e non invece storie che parlano di noi, della nostra impossibile definizione di normalità. Parlano di una diversità rivelata, dell’accettazione di sé, spesso della scoperta del proprio corpo, così difforme dall’immagine che hanno gli altri. Ti domandi allora se sei cigno o brutto anatroccolo, se sei un bimbo o un burattino di legno. Sei un elefante con le orecchie troppo lunghe rispetto agli altri, sei un bimbo che vive con un orso e con una pantera nella giungla, sei una ragazza con una coda al posto dei piedi in fondo al mar, sei un gobbo deforme su una cattedrale, sei una ragazza cinese che vuole fare il soldato, sei un esperimento genetico scambiato per un cane, sei una sedicenne che su un’isola del Pacifico meridionale ha un legame con tutte le creature marine.

Come pioveva, a Tokyo, nella sera dello stato di passaggio di Ambra Sabatini, Martina Caironi e Monica Contrafatto. Non fecero i cuoricini dentro la telecamera. Si misero in posa come le Charlie’s Angels, perché siamo angeli con un’ala soltanto e possiamo volare solo restando abbracciati diceva a suo tempo Luciano De Crescenzo in Così parlò Bellavista

 

Le tre velociste sono riapparse tutte insieme sette mesi dopo, ieri pomeriggio a Firenze, nei saloni della Fondazione Zeffirelli, per la prima uscita pubblica di L’insuperabile è imperfetto, l’ultimo libro di Franco Esposito (edizioni Absolutely Free), con una prefazione di Emanuela Audisio, una raccolta di storie di atleti paralimpici nelle discipline di competenza della Fispes (Federazione italiana sport paralimpici e sperimentali). Un progetto nato come spin-off di una rubrica curata per i social e di una mostra fotografica. 

«Avevo conosciuto il calcio degli amputati – ha detto Esposito – quando ho scritto Il calcio a modo loro. Se lo sport è vita, allora il concetto viene sublimato da queste persone che hanno avuto cadute e risalite, hanno scalato montagne con la volontà, hanno scavalcato ostacoli che visti dall’esterno parevano impossibili da superare. Si sono ripresi una vita, l’hanno riacciuffata. Senza pietismo».  

 

Nel salone di fianco, la fondazione espone il set permanente del Don Giovanni nell’allestimento di Zeffirelli. In biglietteria spicca la maglia viola della Fiorentina con il nome del regista dietro le spalle e il numero 96. Il suo ultimo compleanno.

Con la tuta della Nazionale, Ambra Sabatini dice che le due compagne di podio «sono state le mie mamme. Spero che quel successo si possa replicare. Quando sono entrata nel movimento, mi sono sentita parte di qualcosa di più grande». La chiamano Tamagotchi, come l’animaletto che viveva dentro un gioco elettronico giapponese di qualche tempo fa. Ambra è Tamagotchi perché come lui – spiega Martina Caironi – «a Tokyo continuava a esprimere solo le stesse tre esigenze: mangiare, dormire, andare in bagno. In pista si compete, si va per dare il massimo. Se gareggi contro le tue amiche è ancora più bello, perché condividerai una gioia con le sole persone che potranno capirla fino in fondo».

Monica Contrafatto ricorda invece che dopo i Giochi di Rio, tutt’e due sul podio, lei e Caironi si dicevano: – Ci manca la terza. «Solo che la terza, a Tokyo, è arrivata prima. È stato il sogno più bello. Le persone che nella loro vita sono cadute, hanno visto noi che ci siamo rialzate. Sono più veloce adesso di quando avevo tutt’e due le gambe. A 20 anni ho corso un 100 metri senza protesi: facevo 15”95. Essere diversi significa apprendere qualcosa per migliorarsi e migliorarci. La disabilità non esiste, se non negli occhi di chi la guarda». 

 

    pagine |  “Liberi di essere chi sono. Incredibili scalatori di montagne, volano ogni giorno sugli ostacoli della vita. Fisici e psicologici. Abbattono barriere che sembrava non potessero mai neppure avvicinare. Eroi veri? Guai ad azzardarsi a definirli tali, l’appellativo rifiutato con sorrisi quieti e ampi. Atleti normali, i disabili dello sport. Uguali, identici, ai normodotati. Fenomeni i più bravi, quelli che vincono le gare e portano a casa le medaglie alle Paralimpiadi e ai campionati del mondo? Neanche per sogno, innanzitutto perché quando vince uno vincono tutti. I migliori chiamiamoli campioni, uguali e precisi ai campioni dello sport non paralimpico. Paralimpici sono loro, liberi appunto di essere chi sono. Vincitori in blocco dei luoghi comuni, dello scetticismo dei miscredenti, delle cattiverie di chi, velenoso e superficiale, li guardava e giudicava con inspiegabile durezza, spinta fino alla presa in giro. Invece è sport anche questo delle persone con disabilità – amputati, non vedenti, ragazze e ragazzi, donne e uomini, bambini e bambine, cerebrolesi

da L’insuperabile è imperfetto, di franco esposito (Absolutely Free)

 

| artefici ritratto di Ambra Sabatini 

La donna della pioggia. Chiamatela rain woman, perché quando le altre naufragano, Ambra vola nella tempesta. C’è una foto bellissima di Tokyo: lei sotto le gocce, la pista bagnata, il viso raggiante. Non fatevi ingannare dalle mani nei capelli. Non sono lacrime di dolore, ma un gesto di meraviglia. Pieno di riscatto e di commozione.  sta studiando Scienza della comunicazione all’università Lumsa di Roma, vuole continuare la carriera professionistica sempre con le Fiamme Gialle”. 

«In pista mi scateno. Quando gli allenatori sono sfiduciati, io miglioro. Quando le altre scivolano, io vado più forte. Sono brava ad arrangiarmi, non aspetto il momento perfetto, faccio con quello che ho, ma cerco l’eccellenza. La prima avversaria di me stessa sono io, nel senso che pretendo molto. Alle Paralimpiadi di Tokyo, in semifinale ho colpito con la lama della protesi l’altra gamba: un taglio profondo, per questo tutti pensavano che in finale non sarei andata veloce. Quando al supermercato incrocio qualche sguardo di pietà, quando in alcuni momenti in cui sono con le stampelle sento la parola “poverina”, mi sorprendo a pensare che non mi conoscono e che sono molto meglio delle mie cicatrici. Ma mentre io le ignoro, gli altri stanno sempre lì a ricordarmele, come a dire: “Non potrai mai fuggire da quel che ti è capitato”. A scuola vedo ragazzi indifferenti, senza più sogni, forse una pratica sportiva più accessibile darebbe loro maggiori stimoli. Serve anche un cambiamento culturale: guardateci come persone e non come casi umani, non dispiacetevi troppo per la nostra sorte, ma aiutateci a costruire un mondo senza barriere architettoniche e mentali. Ci applaudite quando vinciamo, ma sarebbe molto meglio metterci nelle condizioni di vivere una quotidianità normale. Vogliamo rispetto, non pietà. Mi domandano anche come si fa a essere amiche e rivali, parlando del podio di Tokyo. Lo siamo, ci spingiamo a vicenda, ma quando in semifinale mi sono fatta male e sono rientrata al villaggio ero un po’ nervosa e c’era Monica che cantava I wonna be your slave dei Måneskin, così le ho chiesto se poteva abbassare la voce». 

  ➣  C’è una domanda che vorrebbe non le facessero più? «Sì, c’è. Quando mi chiedono della persona che mi ha investito. Cosa provo, cosa ne penso? Io ho superato quel momento, non ci penso più. È stato un incidente, basta. Anzi preferisco così, aver subito io l’amputazione, perché se fossi stata al posto di quella persona non me lo sarei mai perdonato». intervista di emanuela audisio, D di Repubblica, 11 dicembre 2021

 

 

Le donne e il professionismo

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     sguardi La vulgata intorno al calcio femminile

Il nuovo provvedimento, peraltro dal futuro finanziario incerto, è nato da una vulgata falsa. Faceva comodo a qualche politico distratto aderire ad una campagna in apparenza politicamente corretta, senza approfondire troppo. Il risultato ha comunque un contenuto di positività, limitatamente a un paio di centinaia di calciatrici. Sono contento per loro, anche se saranno da oggi considerate delle privilegiate rispetto al resto dello sport femminile italiano, di cui il calcio è al momento una piccola frazione. E sia chiaro: non è il movimento del calcio donne che regge da solo questa scelta, ma i ricchissimi club della Serie A maschile e in parte la Federazione, almeno per i primi tre anni. Che cosa accadrà dopo, non si sa. Sul piano normativo l’Italia sconta un grave ritardo perché la legge sul professionismo è superata dai tempi e impedisce di fatto che il 99% per cento dei praticanti che resta dilettante (ma vive di sport e per lo sport) abbia adeguate tutele, sanitarie e previdenziali. È lì che era ed è necessario lavorare, perché, a titolo di esempio, le 300 mila e oltre pallavoliste italiane non potranno seguire la strada spianata a Gama e compagne, dal momento che entrare nell’ambito di quella legge significa caricare sulle società un 80% circa di spese in più, fardello che desertificherebbe l’agonismo delle donne. È il caso che una commissione seria, con tempi di lavoro rapidi, analizzi ciò che accade in Francia, in Germania o Spagna per capire come muoverci. Il problema dello sport femminile è tutt’altro: solo un tesserato su quattro in Italia è donna. Ma non mi sembra che si aggredisca il problema cercando di abbattere ogni barriera, soprattutto di tipo socioculturale, che ci vede così indietro. Come non mi sembra che si affronti con la dovuta urgenza il gravissimo problema degli abusi sessuali interni al mondo dello sport, un ambito purtroppo particolarmente penoso per tante bambine e ragazze. Questi sono gli autentici problemi delle nostre sportive, al di là di ogni demagogia” – di franco arturi, la Gazzetta dello sport

 

 

La questione della transizione di genere

Le polemiche condizionano lo sport di base

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Questo è il nuovo terreno di discussione, anche di scontro: la partecipazione alle gare femminili di atlete reduci da un percorso di transizione di genere. Una questione affrontata finora in termini più ideologici che scientifici. Un dibattito molto presente sulla stampa inglese. 

Il Telegraph ha dedicato alla questione una nuova serie di servizi. Il giornale inglese ha un inserto periodico dedicato allo sport femminile. Nelle scorse settimane, aveva preso posizione in modo chiaro contro la partecipazione della ciclista Emily Bridges ai campionati britannici. 

I nuovi servizi appena pubblicati sono allora sorprendenti. Al Telegraph, giornale d’area conservatrice, non si sono messi alla ricerca di tesi che confermassero la loro opinione. Raccontano così fatti nuovi.

Molly McElwee racconta un risvolto interessante e allarmante. La discussione sulla partecipazione di Emily Bridges e di Lia Thomas alle gare d’élite sta condizionando la pratica di base. Lo sostiene Eden Elgeti, nuotatrice amatoriale. Ha iniziato il suo percorso nel 2017. 

Nello sport femminile – spiega il Telegraph – la frase “se non puoi vederlo, non puoi esserlo” è ampiamente riconosciuta, ma per le persone transgender è vero il contrario. Più sono diventate visibili nello sport d’élite, meno inclusivo sta diventando lo spazio alla base”

Elgeti ha fondato un club di nuoto inclusivo, Swim England l’ha nominata sua ambasciatrice. Lo sport è diventato il suo spazio privato dove trovare benessere fisico e interiore, una parte enorme della sua vita sociale. Ma ora tutto è cambiato. 

Scrive il Telegraph: Mentre la scienza tenta di recuperare il terreno perduto, mentre gli organi di governo dello sport sono alle prese con l’approdo a una soluzione equa, le ricadute colpiscono lo sport delle comunità.

«Negli ultimi sei mesi è stato difficile andare a nuotare con i miei amici o con il mio partner. Non mi sento a mio agio. Mi sono dovuta confrontare con persone che dicono: non dovresti cambiarti qui, non dovresti essere a questa sessione. E io non ho l’energia mentale per affrontare tutto questo, sulla base dei what if. Sono conversazioni che si ripetono sempre di più, alimentate dai media e da qualche circolo femminista. È sconvolgente».

Il Telegraph racconta la storia di Natalie Bow, 31 anni, una donna cisgender che gioca a rugby da quando ne aveva 23 per il club amatoriale del Reading Abbey. World Rugby è stata la prima federazione sportiva internazionale a bloccare la partecipazione di atlete transgender. Bow si dice favorevole all’inclusione e dichiara di sentirsi frustrata dal fatto che il rugby sia utilizzato per un calcolo politico. «Le dimensioni del fisico – dice – non sono mai state importanti nel rugby ed è il motivo per cui amo questo sport. Può essere giocato da chiunque sia bravo. A nessuno importa come sembri. Per le ragazze è ancora più bello scoprire che può giocare chiunque: che tu sia piccola o grande, il rugby è per tutti. Penso sia un vero peccato che sia stato preso di mira e negato alle persone transgender. Capisco che c’è un elemento di contatto. Ma io che peso 60 chili, già gioco contro ragazze che pesano molto più di me. Penso che si stia esagerando».

Le linee guida di World Rugby prevedono che le donne trans facciano domanda per poter giocare in una squadra femminile e che debbano fornire i dati sui livello di testosterone. Tra le 37.000 donne che giocano a rugby femminile in Gran Bretagna, ce ne sono solo sette che hanno ottenuto quell’autorizzazione. Il numero di atleti transgender nello sport di base britannico è sconosciuto. Molte federazioni stanno iniziando solo adesso a raccogliere i dati. Nel calcio esistono alcune squadre che accolgono donne transgender e giocatori non binari. Il Manchester Laces, uno di essi, ha avviato una campagna per chiedere alla federcalcio di rimuovere alcuni requisiti, come i controlli ormonali tra i dilettanti.

Anche Swim England chiede che sia presentata una domanda di ammissione, prima di gareggiare. Il Telegraph scrive di essere a conoscenza del fatto che negli ultimi cinque anni ne sono state presentate appena cinque. Come dire: dove sarebbe l’allarme?

Elgeti dice: «Simpatizzo per le donne preoccupate di avere donne transessuali nei bagni e negli spogliatoi, potrebbero aver subito qualche forma di trauma o hanno paura di qualcosa. Ma io non mi sento più a mio agio in un ambiente così». 

 

Il testosterone è un mistero, e forse non è tutto

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Ancora più interessante è il pezzo di Fiona Tomás, con alcune rivelazioni scientifiche sul tema. 

Il ricercatore Dave Hamilton ha monitorato i livelli di testosterone in una squadra internazionale di hockey femminile, con l’obiettivo di misurare il modo in cui le atlete affrontavano nuovi carichi di allenamento più pesanti. Hamilton ha prelevato per tre settimane il campione salivare ogni giorno, una volta al mattino e una al pomeriggio, dopo l’attività fisica. Lo studio ha prodotto alcuni risultati inaspettati. I livelli di testosterone in questo gruppo di donne è più alto rispetto a una popolazione sedentaria». Il professor Hamilton sta ripetendo questo stesso studio a un livello più alto, in NFL, con i Tampa Bay Buccaneers. «Abbiamo anche scoperto – dice al Telegraph – che le donne che assumevano la pillola contraccettiva avevano livelli di testosterone più bassi rispetto alle altre nella percentuale media del 35%».

Dal dialogo con Dave Hamilton, il Telegraph ricava la considerazione che il testosterone sia stato messo al centro del dibattito per gli atleti trans e per le mezzofondiste DSD (Differences of Sex Development), ma sia stato trascurato come fattore nello sport femminile. I risultati dello studio di Hamilton rivelano forti cambiamenti in risposta a una vasta gamma di stimoli: l’esercizio fisico, l’ascolto della musica, le risposte all’allenamento, la qualità del sonno, addirittura i risultati. «Ci sono molte ricerche – spiega lo scienziato – che mostrano un aumento dei livelli di testosterone quando vinci, un abbassamento quanto perdi. Il livello standard tra i 20 e i 40 picogrammi per millilitro può salire fino a un range 25-55». 

Il dato chiave della ricerca è che buona parte della squadra sottoposta all’analisi, ha riportato un tasso di testosterone compreso tra 80 e 100 pg/ml, in linea con il livello medio maschile. Dice Hamilton: «Non c’è nulla nei nostri dati che suggerisca come l’atleta X con i livelli di testosterone più alti sia la migliore atleta. È un’altra cosa».

La rivista Clinical Endocrinology ha esaminato campioni di sangue di 693 atleti. Lo studio ha rilevato che il 16,5% degli uomini aveva livelli più bassi di testosterone e il 13,7% delle donne livelli più elevati, con una completa sovrapposizione tra i due sessi. Questo documento, scrive il Telegraph, è la testimonianza più critica dell’attuale politica del CIO e delle istituzioni sportive. «Ci sono molti uomini con bassi livelli di testosterone e restano dei buoni atleti», dice Peter Sonksen, professore emerito di endocrinologia al St Thomas’ Hospital e al King’s College di Londra, il medico che ha co-diretto lo studio e la cui ricerca per il CIO fine ha portato allo sviluppo del test antidoping sull’ormone della crescita umano. 

«E ci sono molte donne con testosterone molto alto – continua – che sono brave atlete. Il problema è pensare che sia il testosterone a renderli dei super atleti». 

Il CIO consente attualmente alle singole federazioni sportive di determinare le proprie politiche. In precedenza aveva raccomandato che i livelli di testosterone per l’ammissione alle gare femminili restasse sotto la soglia di 10 nanomoli per litro di sangue, per almeno 12 mesi. L’UCI ha ulteriormente abbassato la soglia a cinque, come World Athletics. Quando Emily Bridges voleva partecipare ai campionati femminili, era sotto quella soglia da 12 mesi. 

«È un’area incredibilmente sensibile, nella quale vengono diffuse considerazioni deliberatamente semplicistiche che incasinano la scienza» ha aggiunto Sonksen al Telegraph

Il campione è così piccolo che due decenni dopo l’iniziale ammissione a competere alle Olimpiadi, lo sport è ancora alle prime fasi della sua missione conoscitiva. 

Uno studio pubblicato l’anno scorso sul British Journal of Sports Medicine ha accertato che le donne transgender sottoposte a terapia ormonale per un anno, continuavano a mantenere un vantaggio atletico, nonostante un calo tra il 15-31% delle prestazioni fisiche. Era uno studio però basato su uomini e donne transgender in servizio nelle forze armate statunitensi. Le donne trans avevano ancora una velocità media di corsa più alta del 9% dopo un anno di soppressione del testosterone.  

La dottoressa Christina Marie Roberts, pediatra e professoressa associata presso l’Università del Missouri-Kansas City che ha guidato la ricerca, ricorda che il CIO aveva in origine fissato il limite a 10 nmol/l perché è il più alto livello naturale di testosterone nelle donne. «Ma alcune donne con sindrome dell‘ovaio policistico avranno livelli di testosterone più elevati e da qualunque parte provenga, ci sarà comunque qualcuna che trarrà vantaggio nello sport femminile». 

Charlie Martin è il pilota britannico che spera di diventare il primo transgender a correre alla 24 Ore di Le Mans. Al termine del suo processo di transizione, incluso un intervento chirurgico di riassegnazione del sesso, ha scoperto che il suo corpo non produce testosterone in quantità reale. «Sono cose semplici ma la maggior parte delle persone non ci pensa. Direi che la mia forza è in linea con quella di una donna cisgender che fa una quantità di allenamento simile alla mia, mangia bene e si allena bene. Questa almeno è la mia esperienza e l’esperienza di quasi tutte le donne trans che conosco».

C’è uno studio in corso al quale si sta prestando anche Emily Bridges presso la Loughborough University. La dottoressa Emma O’Donnell, docente senior in fisiologia, sostiene che «purtroppo ci vorranno alcuni anni prima di avere i dati necessari per informare gli organismi sportivi e consentire loro di creare linee guida basate sull’evidenza, per la partecipazione sportiva transgender». O’Donnell è del parere che il testosterone rimanga un elemento vitale per lo studio, «un parametro importante da considerare. I suoi livelli aumentano di quasi 20 volte durante la pubertà maschile, segnando un momento di cambiamento fisiologico significativo tra i maschi. Il livello di testosterone a cui sarà stata esposta una donna adulta transgender prima di iniziare la terapia ormonale per abbassare la percentuale resta una considerazione importante, quando si cerca di comprendere gli effetti della terapia ormonale sulle prestazioni atletiche».  

I pezzi sul Telegraph non finiscono qua. Magari domani ne riparliamo. 

 

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