I boicottaggi servono a qualcosa?

I castighi si possono concepire soltanto

come correzione, come esempio

o come liberazione definitiva

Paul Valéry

 

  ▻   La prima sanzione nello sport fu contro Sparta. Aveva rotto la tregua olimpica e nel 420 avanti Cristo fu tenuta fuori dai Giochi. È da allora che più o meno ci domandiamo quale sia la misura esatta della distanza tra le colpe della politica e la reazione dello sport, quale sia l’equilibrio tra i governi che lo usano e la replica di chi non deve farsi usare. Duemila e 400 anni dopo i Greci, tra il caso di Peng Shuai in Cina, i Mondiali di calcio in Qatar e la Formula 1 in Arabia Saudita, abbiamo davanti a noi quattro posizioni. La prima: lo strappo e la rottura (la WTA). La seconda: la diplomazia cauta, senza innervosire la controparte, un atteggiamento simile a quello che si adotta nei rapimenti (il CIO). La terza: il superamento della politica dell’isolamento per spingere i Paesi criticati a conformarsi agli standard (Liberty Media). La quarta: chi se ne frega (il calcio). 

Dopo la decisione della WTA, non arrivano altri segnali di boicottaggio. Non dal golf: il LPGA Tour ha annullato i suoi due tornei cinesi ma a causa della pandemia. La Buick LPGA Shanghai rimane in programma per il prossimo ottobre. Anche un evento PGA in ottobre è stato cancellato per il virus. La Formula 1 ha prolungato il mese scorso un accordo per correre in Cina fino al 2025. La Diamond League di atletica conta di andarci in estate. Sebastian Coe, presidente di World Athletics, sostiene che il boicottaggio diplomatico dei Giochi invernali sarebbe un gesto vuoto, insignificante e dannoso. Nel 2022 in Cina si terranno anche i World University Games a giugno e luglio, i Giochi asiatici a settembre, i Mondiali di tennis da tavolo a ottobre. Il New York Times scrive che non ci sono ancora indicazioni sul fatto che alcuni di questi eventi sia in pericolo o possa essere spostato.

 

Emanuela Audisio su Repubblica stamattina domanda: “Nel 2008 Pechino ha ospitato i Giochi Olimpici. Qualcuno delle organizzazioni che si occupa dei diritti umani ci dice se avviandoci nel 2022 dopo 14 anni ci sono stati dei miglioramenti? E se invece no possiamo chiedere a chi firma contratti per grandi avvenimenti sportivi nel mondo arabo, asiatico, europeo, africano, centro e sudamericano, ovunque ci siano regimi, di concretizzare non con parole ma con investimenti a istituzioni serie che si occupano di educazione (anche sportiva) e di istruzione per tutti, a prescindere da sesso e religione?”. 

Nel suo duro editoriale di ieri contro il CIO di Thomas Bach, Sally Jenkins sul Washington Post ha fatto continui paralleli tra la Cina e il Sudafrica dell’apartheid. Ha provato a immaginare quale sarebbe il pensiero di Arthur Ashe sulla scorta delle sue posizioni dell’epoca e di un editoriale che aveva pubblicato sul giornale nel febbraio del 1990.

Slalom vi vuole bene e lo ha recuperato, e potete leggerlo solo qua. No, in realtà potevate leggerlo anche sul Washington Post trentuno anni fa, oppure anche adesso nel suo archivio, però fa molto fico dire: potete leggerlo solo qua. Impressiona molto i nuovi abbonati.

Comunque Arthur Ashe scrisse:

“Le attuale discussioni sulle sanzioni contro il Sudafrica hanno costretto tutti gli interessati a porsi due domande, su quali misure hanno funzionato finora e quali nel prossimo futuro potrebbero incoraggiare, persuadere o costringere questo fragile mosaico di 5 milioni di bianchi e 34 milioni di neri a sradicare l’apartheid. Ebbene, entrambe le domande hanno una risposta in comune: lo sport. Per 21 anni ho sentito da attivisti sudafricani anti-apartheid che lo sport è il tallone d’Achille dell’uomo bianco, non può farne a meno. Quell’osservazione si è dimostrata vera. Il rugby è uno dei pilastri dell’immaginario collettivo dei tre milioni di afrikaner bianchi. Senza rugby non sono afrikaner. Le aperture sono un’offerta di aiuto se il progresso continua. La prova di forza è una minaccia di ulteriori danni in caso contrario. Entrambi gli approcci hanno i loro interpreti nel mondo dello sport. Nel 1971 il golfista Lee Elder si recò in Sudafrica su invito di Gary Player per giocare in alcune esibizioni molto pubblicizzate e per tenere dei clinic con giocatori neri. Il suo obiettivo era incoraggiare il governo a vedere lo sport come un modo per avvicinare bianchi e neri sul campo. Ma molti di noi nutrivano un profondo scetticismo su questa presunta perestrojka sudafricana. L’apparizione di Elder era una svolta, molti di noi si chiedevano: cosa accadrà? La risposta del governo fu niente di meno che centinaia di studenti disarmati uccisi nella rivolta di Soweto del 16 giugno 1976, attivisti politici incarcerati, nessun indizio che le stesse cortesie riservate a Elder sarebbero state estese ad altri. 

Sono stato in Sud Africa nel 1973 per la prima volta. Mi era stato detto nel 1968 che non avrei potuto giocare al loro torneo di tennis perché ero nero. Quando avevo 12 anni, mi era stata detta la stessa cosa a Richmond, in Virginia, avevo cercato di iscrivermi al torneo junior della federazione. Mi sono rifiutato di lasciare che questo insulto accadesse di nuovo. O il Sudafrica mi faceva giocare o il loro torneo avrebbe perso lo status di internazionale. Mi hanno fatto partecipare. Domanda: si è sentito di accordarlo o si è sentito obbligato a farlo da una sanzione? Onestamente credo alla seconda ipotesi. Sono necessari ulteriori progressi in quella terra travagliata. Ma quando sarà il momento, sarò il primo ad offrire la mia mano tesa in segno di amicizia. Dopotutto, so come ci si sente ad essere emarginati”.

 

Il boicottaggio di eventi sportivi in ​​luoghi nei quali si verificano violazioni dei diritti umani e dove c’è corruzione può «contribuire a scoraggiarne la ripetizione in futuro», questa è la tesi di Ilya Somin, docente di diritto alla George Mason University in Virginia. “Negare opportunità di propaganda a regimi oppressivi e offuscare la loro immagine può incentivare le riforme” ha scritto in un articolo per la rivista Reason. “I boicottaggi in questi casi possono negare opportunità di pubbliche relazioni agli autori di gravi abusi”. 

In un articolo per Prospect, David Goldblatt si pone proprio delle domande a proposito dell’efficacia dei boicottaggi e aggiunge: “Si può certamente affermare che la campagna anti-apartheid abbia dato un contributo significativo e tangibile al cambiamento politico. Quel successo richiedeva un’alleanza veramente globale, un insieme di richieste politiche e sportive, il supporto significativo dell’opposizione in Sudafrica al regime: una combinazione di sostegno dei governi e di pressione del movimento sociale dal basso, una situazione in cui l’esclusione dallo sport internazionale ha comportato reali costi politici interni al regime dell’apartheid. Più di tre decenni di lavoro”. Considerato tutto questo, continua Goldblatt, “che speranza c’è che le campagne di boicottaggio su Pechino 2022 e Qatar 2022 possano raccogliere sostegno e fare la differenza? E che cosa, esattamente, chiediamo? Lo scioglimento del Partito Comunista Cinese? La cittadinanza per i due milioni di lavoratori stranieri in Qatar?”.

Un’altra firma sportiva del mondo anglosassone, Daniel Storey, dice che “aspettarsi che un gruppo di calciatori si perda il più grande torneo della loro vita, andando al di là di qualsiasi altro politico o leader culturale nel paese, è irrealistico”. 

Amnesty International è contraria anzi al boicottaggio dei Mondiali in Qatar proprio perché garantiscono “una attenzione internazionale sui problemi del paese”. Il giornalista tedesco Ronny Blaschke ha sottolineato alla rivista inglese The Week che “chiunque chieda il boicottaggio della Coppa del Mondo in Qatar, dovrebbe allora boicottare l’intera industria del calcio”. 

Perché le opacità intorno ai fondi che finanziano il calcio (e lo sport) sono diffusi. Così come lo sguardo sui diritti umani può avere parecchie angolazioni: la pena di morte negli USA non viola i diritti dell’uomo? Impedire l’ingresso in un porto a degli immigrati a bordo di una nave o di un barcone, che cos’è? 

In una lettera aperta inviata al CIO e al presidente Bach, Peter Dahlin, direttore dell’ONG Safeguard Defenders, ha scritto: “Mi rendo conto che il CIO è per definizione un organo apolitico. Mi rendo conto anche che il vostro obiettivo più alto è organizzare Giochi Olimpici di successo. Tuttavia, dovete rendervi conto che, indipendentemente dalla vostra posizione secondo cui siete apolitici, il Partito Comunista Cinese e lo Stato cinese stanno usando voi e le Olimpiadi per scopi politici. Se permettete a voi stessi di essere usati in modo così sfacciato, state agendo in quel senso politico che dite di rifiutare. Francamente, sono scelte che hanno poco senso”. 

La pattinatrice cinese Jessica Shuran Yu sul Guardian è intervenuta più direttamente sul caso di Peng Shuai e ha scritto: “Quando ho sperimentato per la prima volta un abuso come atleta, ho fatto voto a me stessa di non dirlo mai a nessuno. Mai. Temevo di non essere creduta, ma anche il pensiero che qualcuno mi avrebbe riconosciuta come una “vittima”, mi mortificava. Sapevo inoltre che anche se l’avessi detto a qualcuno, nulla sarebbe cambiato. Avevo sia ragione che torto. Anni dopo, dopo aver smesso di gareggiare, ho rotto il mio silenzio sugli abusi fisici che mi sono stati inflitti in Cina, e questo mi ha liberato. Ne ho parlato con i miei amici più stretti, con i giornalisti e con il mio terapeuta. Non è mai stato facile parlarne, ma ogni volta che lo facevo, iniziavo a guarire un po’ di più. Il più potente artefici di abusi è il silenzio. Consente agli abusatori di continuare a far danni, agli atleti di continuare a credere che tale trattamento sia giusto, alle autorità di continuare a chiudere un occhio senza sensi di colpa. Quando ho denunciato la mia storia di abusi con un allenatore cinese, i miei genitori hanno ricevuto molte telefonate irritate dal ministero dello sport. La mia situazione non era esattamente la stessa di Peng, ma se è successo questo a me che sono molto meno in evidenza di lei, è lecito ritenere che per Peng la condizione sia peggiore. Se lei può essere messa a tacere, nessun’altra atleta cinese è al sicuro. La sua scomparsa è stata notata perché è un personaggio così grande da essere visibile agli occhi del pubblico. Ci sono migliaia di atleti vulnerabili e invisibili. Potrebbero presentare denunce simili di aggressione sessuale o altri tipi di abuso, non sarebbero mai abbastanza al sicuro”. 

 

 

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