Quando ero studente, leggevo Dostoevskij, intere pagine per una descrizione.
A quei tempi non si leggeva Hemingway, quando lo lessi ne rimasi affascinato:
le descrizioni erano lunghe una riga
Il calcio che mi piace non è Dostoevskij, è Hemingway
Enzo Bearzot
▻ Prima di partire per Cesena, per l’ultima partita del girone finale di Coppa Italia, quando mancava un mese e mezzo alla Coppa FIFA del 1974 in Germania Ovest e i Mondiali ancora non erano il Mundial, Cestmir Vycpalek decise di portare con sé in trasferta solo 17 giocatori e lasciò a casa tutti insieme Anastasi, Bettega e Altafini. Diede la formazione e con la maglia numero 7 della Juventus disse che avrebbe giocato un certo Rossi, Paolo Rossi, sconosciuto quanto il numero 11, Pieraldo Nemo.
«Rossi è nazionale juniores – spiegava l’allenatore della Juventus alla Gazzetta dello sport – gioca nella formazione che partecipa al torneo Berretti. È un’ala pura, tradizionale come se ne vedono ormai poche in Italia. Lineare, tecnicamente ben impostato e veloce. Farà strada se si applicherà con determinazione e serietà».
Ora, lo so, vorrete sapere cosa disse di Nemo. Io per esempio vorrei.
«Nemo è un grande combattente, rapido, duro, in possesso di un gran tiro di sinistro. Sia lui sia Rossi sono al primo grande impegno della loro carriera. State certi che faranno di tutto per non deludere».
Bersellini, allenatore del Cesena, fece marcare Rossi da Danova, qualche anno dopo campione d’Italia col Torino.
Giocò meglio Nemo. Prese 6.5 in pagella, Rossi si fermò al 6.
Raffaele Dalla Vite, l’inviato della Gazzetta ancora inconsapevole di ciò che stava vedendo, scrisse che Nemo si era fatto notare di più “per incisività, rapidità, insistenza nell’azione”, mentre Rossi “ha mostrato un ottimo tocco di palla, facilità nello smarcarsi ma è stato raramente chiamato in causa”. Nella Juventus, che vinse 1-0 con gol di Musiello a 6 minuti dalla fine, giocavano Gentile, Causio e Zoff, che al secondo minuto parò un calcio di rigore a Maurizio Orlandi.
Era solo la parentesi in prima squadra per un ragazzino delle giovanili, non il vero incipit del suo romanzo. Così come non fu un inizio particolarmente letterario l’esordio in Serie A, con la maglia del Como, nella cui rosa svettava un altro Rossi, Renzo, al posto del quale l’allenatore Beniamino Cancian fece entrare Paolo il 9 novembre, al minuto 65 della partita – ma tu guarda – giocata allo stadio di Perugia. Ah, Nemo nel frattempo era stato venduto in Serie B al Catanzaro, compagno di squadra di Massimo Palanca e Claudio Ranieri, allenatore Gianni Di Marzio. Mentre Rossi debuttava in A, Nemo stava vincendo 2-1 contro il Palermo. Quell’anno segnerà in tutto tre gol, buoni per la promozione in A. Così lui sale e Rossi scende, perché l’anno dopo lo mandano al Vicenza in B.
Ecco, qui davvero inizia tutto, come ha raccontato Giorgio Carrera la settimana scorsa ad Adalberto Scemma per il Corriere dello sport-Stadio.
«Cominciò tutto a Cagliari in Coppa Italia, prima del via del campionato di Serie B. Estate del 1976. Gibì Fabbri snocciola la formazione: 1 Galli, 2 Lelj, 3 Callioni… 7 Cerilli, 8 Salvi, 9 Rossi… Momento di panico. Rossi centravanti?! Che cosa?! Ci guardiamo allibiti. Gibì era bello rosso in faccia, e non solo per l’abbronzatura. Ernesto Galli e Faloppa ci fanno segno con il pollice portato lentamente alle labbra: Deve aver bevuto. Stiamo per scoppiare tutti a ridere quando Paolino rompe il ghiaccio: Mister, ma io non ho mai giocato centravanti in vita mia, neanche in allenamento. Tu fai dai e vai con Salvi. Tu gli dai, lui ti dà e tu vai. Testuale, lo giuro. Andò bene-benissimo».
Bearzot arriva tra poco.
Andò così bene che di gol a Vicenza Paolo Rossi ne fece 21 in 36 partite, e in città – racconta Carrera – «c’era una specie di luce che ci accompagnava: passeggiavamo per il centro e sentivamo tutto il bene che la gente ci voleva. Paolo era l’idolo, certo, ma viveva ogni cosa con leggerezza. Entravamo nei negozi alla moda ma al massimo ci compravamo un cappotto per l’inverno. Per il resto jeans e maglioni. Nessun di noi buttava via soldi».
Rossi ne aveva già segnati 8 nelle prime 8 giornate quando il 16 novembre del 76 venne chiamato per la prima volta in Nazionale Under 21 dal CT d’allora e di sempre, Azeglio Vicini, per una partita contro la Francia. Si giocava a Terni, ancora l’Umbria. Con il numero 2 giocava Collovati, con il numero 3 Cabrini. Con il numero 7 Guidolin. Il 9 titolare non era Rossi ma Bruno Giordano. Rossi entrò nel secondo tempo sullo 0-0 e l’Italia ne segnò quattro, tre li fece Di Bartolomei e uno Garritano. Due assist suoi.
Alberto Zardin sulla Gazzetta dello sport scrisse: “Ora si tratta di insistere e trovare un posto a Paolo Rossi”.
La Nazionale di Bearzot stava preparando proprio quella settimana una partita decisiva per la qualificazione al Mundial 78 d’Argentina, contro l’Inghilterra a Roma: uno sciopero in RAI fece saltare la trasmissione in diretta della partita, che vedemmo in differita alle 18.30 senza sapere il risultato – almeno quelli che di noi si rifiutarono di accendere la radio, dove invece fu possibile ascoltarla con la voce di Enrico Ameri e le interviste finali di Sandro Ciotti.
Il posto in squadra da titolare a Rossi, Vicini lo trovò per la terza convocazione, Italia-Lussemburgo, giocata nella sua vecchia Como. Alla quarta contro la Finlandia a Modena, Rossi fece gol, a otto minuti dalla fine, quando finalmente era stato spostato centravanti. Aveva iniziato da ala per convivere con Garritano e Virdis. Una volta messo dentro Fanna, spostatosi lui in area, un lampo, zac e gol. Con Bearzot in tribuna. Quattro mesi prima della promozione del Lanerossi in serie A.
Oh, qui per inciso si segnala invece che il povero Nemo a Catanzaro sta retrocedendo di nuovo in Serie B. Tra una sconfitta ad Ascoli e una contro il Bari, dalla Calabria dovette assistere il 21 dicembre del 77 al debutto dell’ex compagno Rossi in Nazionale. Quella dei grandi, quella di Bearzot. Una squadra un po’ sperimentale. In porta Paolo Conti, all’ala Claudio Sala, davanti i due Paolo, Rossi e Pulici. Il gol della vittoria per 1-0 lo segnò Antognoni. La Gazzetta diede in pagella a Rossi 6.5 e Giorgio Mottana scrisse: “Intelligenza, tocco, dribbling e opportunismo. Probabilmente ha sbagliato una palla-gol battendola in ritardo ma in molte altre occasioni si è sempre inserito bene”.
Gianni De Felice sul Corriere della sera gli diede 7 e giudicò: “Non ha segnato, pur avendo inseguito puntigliosamente il gol. Ma il ragazzo ha classe. Alla sua tipica finta di corpo, lo stopper Broos ha regolarmente abboccato per tutto il primo tempo. Agilità, velocità e pulizia di tocco si sono confermate le migliori risorse di questo astro in ascesa”.
A quel punto l’opinione pubblica aveva deciso chi voleva come centravanti della Nazionale.
Come se potesse bastare l’opinione pubblica.
Uno dei tratti di Enzo Bearzot – domani sono 10 anni che non c’è più – consisteva nel trattare la sua squadra come un club. Un club di una volta, non questi che si fanno cambiare dai procuratori mezza squadra a ogni sessione di mercato. Un club nel quale ci si sceglieva, ci si conosceva, ci si difendeva nei momenti difficili.
La grande barriera che Paolo Rossi dovette scavalcare per diventare titolare della Nazionale, nonostante i suoi molti gol in campionato, sarebbe stata proprio la sua salvezza quattro anni dopo.
Non si è solo giovani, si è stati bambini e saremo vecchi. Io non sono meno importante di mio nipote.
Enzo Bearzot
Nove giorni dopo l’omicidio di Aldo Moro, in un clima di cupezza nel cuore degli anni di piombo, il 18 maggio 1978 la Nazionale fece 0-0 all’Olimpico di Roma contro la Jugoslavia, avendo in campo la formazione che Bearzot considerava intoccabile: Zoff, Gentile, Maldera, Benetti, Bellugi, Scirea, Causio, Tardelli, Graziani, Zaccarelli, Bettega.
Bruno Panzera sull’Unità commentò lo 0-0 come “avvilente, indisponente, per l’ignavia e per l’assoluta mancanza di idee di gioco”. Nino Petrone sul Corriere d’informazione scrisse: “C’è chi esulta per le condizioni penose della nostra cosiddetta nazionale: Cirio, per esempio. O De Rica o i famosi coltivatori dell’Agro Nocerino. A meno di un supermiracolo azzurro (in cui solo Bearzot osa sperare come da contratto) stavolta non c’è bisogno di mandare i pomodori al macero per tener su il mercato: tifosi di tutta Italia sono pronti ad acquistarli a qualsiasi prezzo per accogliere i poveri eroi di questo mundial al loro ritorno dall’Argentina”.
L’Argentina
Quando tutto stava per cominciare nell’inverno sudamericano che i generali di Videla riempirono di morti, nella primavera italiana era tempo di calciomercato. Nella sera stessa di Italia-Jugoslavia, il presidente del Lanerossi Vicenza, Giussy Farina, vinse la partita di poker con la Juventus per il riscatto di Paolo Rossi.
Funzionava così. In mancanza di un accordo con un altro club su un giocatore posseduto a metà, si andava alle buste. Ciascuno scriveva l’importo che era disposto a pagare per riscattare il 50 percento non posseduto. Farina fece un numero. Scrisse 2 miliardi e 612 milioni di lire. Paolo Bugialli sul Corriere della sera notò che Paolo Rossi “costa quanto trecentomila barili di petrolio. O quanto centoventi belle barche a vela. O non molto meno di un aeroplano della Lockheed. Ma Paolo Rossi non ci fa caso. Sono follie che non lo toccano. Non l’impressionano, non lo inorgogliscono, non lo intimidiscono. Gli fanno soltanto scuotere la testa, come una volta facevano i nonni saggi. Segno di intelligenza. Quattro peluzzi di barba sul mento e sulle guance – se la fa da due anni appena – il ciuffettino sulla fronte, i brufoli di una tarda adolescenza”.
Questo è il Rossi che veniva descritto imperturbabile, mentre intorno a lui si accendeva un casino tale da spingere Franco Carraro a dimettersi da presidente della federcalcio. Oh, Carraro che si dimette da qualcosa è un evento. Poi la cosa rientrò. Ma vuoi mettere.
L’associazione calciatori parlò di «conclusione abnorme e sconcertante», di una vicenda che «offende la realtà sociale ed economica del paese» e costituisce un «pericoloso sintomo di vanificazione dei tentativi di risanamento economico delle società».
Paolo era già Pablito. Dopo un’amichevole con la Spagna, Giorgio Lago sul Gazzettino lo aveva battezzato a quel modo, sottolineando che “Pablito Rossi è stata l’unica piacevole sorpresa che l’Italia ha offerto agli spagnoli. Il più pericoloso di tutti, nonostante la stanchezza di questi giorni, la guancia gonfia e gli antibiotici passatigli dal medico. Da ala destra o centravanti, è l’attaccante più redditizio che ci sia in circolazione e il suo curriculum non può lasciar perplesso più nessuno. In serie B o in A, da goleador o da ultimo passaggio, Rossi esprime ogni volta il calcio più ficcante, arioso, altruista. È giovane, serio, disciplinato. Non serve soltanto al gioco, ma anche all’immagine della Nazionale: e trovo, sul piano del costume, che ciò debba avere il suo peso. Anche Bearzot se ne sta progressivamente rendendo conto. Rossi è già in ballottaggio con Graziani, forse per un tempo ciascuno. La progressione di stima nei confronti di Rossi dunque esiste, ma sarebbe d’ora in poi incomprensibile amnesia non rendersi conto che Rossi non è più una riserva, ma un titolare”.
Questo era il vento che soffiava nelle vele del bimbo d’oro. Ma Bearzot andava per la rotta sua. Tanto che Rossi in una intervista aveva detto: «Sono giovane e sono qui soprattutto per farmi un minimo di esperienza a livello mondiale. Era importante essere nel numero dei 22, non altro. Del resto in Brasile e Argentina, è quasi sempre destino che io non giochi. Venni qui ad esempio tre anni fa in tournée con la Juventus e rimasi a guardare gli altri. Ero uno sconosciuto e allora avevo perfino paura che il calcio potesse darmi alla distanza solo delusioni. Ho giocato solo due volte in maglia azzurra ma devo ammettere che non mi sono piaciuto».
Sempre Bugialli sul Corriere della sera raccontò che Rossi – una volta in ritiro in Argentina – non esitava “ad ammettere che dall’Italia non ha portato neanche un libro e manifesta una certa perplessità all’idea di doverne leggere almeno cinque al ritorno in Italia, poiché l’hanno messo nella giuria popolare del Campiello. Paolo Rossi costa sette milioni l’etto, e l’oro soltanto quattrocentomila lire. Paolo Rossi, quando gioca una partita, e perde due chili di peso, lascia sull’erba, in sudore, centoquaranta milioni”.
A parte i calcoli, i 2 miliardi e mezzo indignarono. Il Corriere della sera diretto da Franco Di Bella, travolto tre anni dopo dalla notizia che il suo nome era negli elenchi della loggia P2, pubblicò un editoriale (non firmato) durissimo: “La storia di Davide che sconfigge Golia fa sempre colpo. Perciò molti si sarebbero rallegrati della puntigliosa beffa giocata dal piccolo Vicenza provinciale alla potentissima Juve miliardaria. Ma quando si arriva a valutare cinque miliardi un calciatore, per quanto bravo egli sia, non c’è più posto per queste romanticherie. C’è posto soltanto per la vergogna di una scandalosa esagerazione, per la ribellione a un insulto che offende tutto il Paese”.
La famiglia Agnelli aveva lasciato da 4 anni la sua quota di proprietà all’interno del giornale. Rientrerà nel 1984. Gian Mario Maletto si domandava: “Resta da capire il perché degli ottocento milioni offerti dalla Juventus. Forse era persuasa che Farina non avesse soldi? E come mai ha valutato Rossi molto meno di quel Virdis che lo scorso anno essa stessa pagò più di due miliardi, sia pure con conguaglio di giocatori? Ora la società torinese ha annunciato sdegnata di lasciare il mercato, limitandosi alla politica dei giovani, ma il suo moralismo ci lascia un po’ freddi, perché finora proprio la Juventus aveva fatto molto per gonfiare il mercato, non badando a spese, proprio anche per giovani rincalzi”.
L’Italia giocò un’ultima amichevole prima del Mundial alla Bombonera di Buenos Aires, contro un club di seconda schiera che si chiamava Deportivo Italiano. Solita formazione. Maldera terzino e Graziani centravanti. Un solo gol. Di Bettega. E molti fischi. Fu la partita della svolta. La partita che convinse Bearzot a cambiare. Zaccarelli sarebbe diventato definitivamente la riserva di Antognoni. Nel secondo tempo fuori Maldera e dentro Cabrini. Fuori Graziani e dentro Paolo Rossi. Nasceva l’Italia più bella, nasceva la coppia del Vecio e Pablito.
Sul Corriere d’informazione Piero Dardanello scrisse: “Pare che l’unica scelta legittima, quella di Paolo Rossi, non sia farina purissima del sacco di Bearzot. I dirigenti della federazione gliela avrebbero imposta sostenendo che un’eventuale sconfitta della nazionale priva di Rossi potrebbe scatenare presso i tifosi reazioni poco piacevoli. Il giovane fuoriclasse vicentino diventa così un antidoto preventivo contro i pomodori”.
Questa cosa dei pomodori piaceva molto.
Allo stesso tempo Gianni De Felice sul Corriere della sera si rammaricava: “Peccato, davvero peccato, che Bearzot non abbia capito prima che bisognava cambiare e si sia ridotto all’ultimo momento, quando anche gli italiani dell’Argentina hanno fischiato la formazione da lui tenacemente difesa fino in fondo Ora, infatti, l’Italia si trova nell’imbarazzante e comunque rischiosa situazione di dover debuttare con uno schieramento provato per soli 45 minuti nell’ultima amichevole disponibile. Come purtroppo avevamo temuto”.
Alla direzione del Guerin Sportivo, Italo Cucci aprì una stagione felice del settimanale, schierandolo senza nessun indugio accanto a Bearzot, facendogli da scudo senza mai arretrare.
Cucci scrisse dopo la Jugoslavia: “Un coro di ventimila gli aveva dato del buffone, del matto, e lo aveva bellamente mandato a quel paese mentre i televisori rilanciavano il brutale sfottò agli orecchi di altri venti milioni d’italiani. Rannicchiato sulla sedia, il volto da pugile suonato attraversato da tic che gli facevano strabuzzare gli occhi e spalancare la bocca come un pesce nell’acquario, si è offerto alla gragnuola di domande-cazzotti portategli soprattutto dai cronisti amici. Invocava aiuto, gli hanno dato una spintarella. Penso che stia pensando a Fulvio Bernardini, che questa esperienza infame l’ha già fatta, finendo sbranato dai cronisti d’assalto e dai gauleiter della portatile che si dilettano del gioco del massacro. È il suo turno, Bearzot: coraggio, vecchio mio. Chi son’io, se non una voce clamante in deserto?”.
Alla vigilia delle partite del girone – la prima con la Francia, poi Ungheria, e la terza con l’Argentina – Bearzot diede a Cucci un’intervista in esclusiva. «Per me il calcio è tutto. Il calcio è come una religione – disse – soddisfa tutte le mie esigenze di comportamento, di rapporti, mi serve per mettere in evidenza tanti valori, e anche tanti difetti. Non riesco a odiare gli avversari, ma mi piace combatterli. Io sono cristiano. No, non cattolico: cristiano. E per questo socialista, voglio dire in questo senso. Ecco, il mio calcio è bello, pulito, onesto».
Metteva in squadra due ventenni, Cabrini e Rossi, così parlò dei ragazzi italiani, di come li vedeva. “Ho molta stima in questa gioventù perché vive senza falsi pudori, non soffre il rispetto umano che avevamo noi, ma le rimprovero il fatto che allo spirito di gruppo è subentrato l’egoismo. Certo dipende dalla possibilità che tutti hanno avuto di elevarsi naturalmente. Oggi per emergere ci vuole più egoismo. Prima si accettava meglio un ruolo di inferiorità, si cercava meno di prevalere sul prossimo. Oggi l’uomo è più in guerra che nel passato. Non escludo che questa sia una reazione al paternalismo del passato, noi anziani non siamo immuni da colpe, e tuttavia oggi si vive peggio di prima. È più difficile essere padri che figli. Il padre da giudice si è trasformato in imputato».
Quando dice: noi anziani, Bearzot ha 51 anni. Ma è vero che si sta scegliendo un figlio in più, e quel figlio è Pablito.
In svantaggio dopo un pugno di secondi nella partita d’esordio contro la Francia, sarà Pablito a rimettere in piedi la Nazionale con il gol dell’1-1 prima della fine del tempo. Per l’almanacco Panini, Silva lo disegnerà così.
Paolo Condò, qualche giorno fa, su Repubblica lo ha definito una discreta sintesi dell’arte di Rossi. “C’è un cross da sinistra di Cabrini che Bettega svirgola, la palla plana sulla testa di Causio e da lì sulla traversa, che sfortuna! Ma la carambola è appena iniziata, perché sul rimbalzo Paolo è lì e colpisce al volo, e la palla andrebbe in porta se lo stesso Causio, che ha proseguito sullo slancio finendo sulla traiettoria, non venisse centrato come un bersaglio da luna park. Nuovo rimpallo, nuovo colpo al volo. L’avesse preso dieci volte, avrebbe colpito altre dieci. Sempre al volo. Dei sei gol che segnerà nell’82, i gol del titolo mondiale, del trono dei cannonieri, del Pallone d’oro, cinque saranno al volo, c’è giusto il secondo al Brasile – un passaggio sbagliato dei difensori intercettato sulla tre quarti – ad aver bisogno di più di un tocco. Il lieve assassino sbriga la sua pratica con una sola pugnalata, un fruscio leggero e definitivo, il lampo che anticipa il tuono”.
Gigi Riva, l’attaccante del Cagliari che in quei giorni ha il record dei gol in Nazionale (35 – ma ce l’ha tuttora), scrive una colonna per la Gazzetta dello sport: “Tutti gli occhi erano puntati su Paolo Rossi, che ha giocato molto bene. Il ragazzo è stato un punto di riferimento nella nostra azione offensiva. Smarcandosi e creando spazi, ha consentito lo sviluppo della manovra lungo le zone laterali, esaltando così la prova di Causio e Cabrini. Nel secondo tempo i francesi hanno cominciato a picchiarlo. È un particolare sul quale dobbiamo riflettere. Penso che Rossi debba prepararsi a questo tipo di trattamento. Ormai è un protagonista”.
Più che protagonista. Una icona ancora inconsapevole. Gianni Brera, anni dopo, avrebbe scritto che “Bearzot fece il miglior calcio ai mondiali del ’78 consentendo alle due ali Causio e Bettega di piantar in asso i propri marcatori e arretrare ad aggiungersi al centrocampo, che era debole e con loro diventava superiore a tutti. Il resto è noto. Rossi rimaneva solo di punta ma su di lui rientravano giocando le due finte ali combinando sfracelli”.
Lo sfracello più grande di tutti quando in Italia era notte. Con la qualificazione alla seconda fase già certa per aver battuto anche l’Ungheria, Bearzot lasciò decidere ai titolari: volete riposare o volete giocare? Claudio Sala, Graziani, Pulici e Zaccarelli, mezzo Torino rivale della Juventus, tutto in panchina in quel Mundial 78, già non vedeva l’ora. Giocò il blocco Juventus non senza qualche polemicuzza sul CT (“Bearzot è onesto” lo difese Franco Mentana sulla Gazzetta) e la partita che assegnava il primo posto nel girone venne vinta per la felicità degli emigranti con un gol di Bettega, su assist di tacco di Paolo Rossi. Uno dei gol più famosi nella storia della Nazionale. Giuliano Giovetti sulla Gazzetta dello sport lo disegnò così:
Il Clarín diede nove in pagella a Causio, scrivendo che l’Italia aveva un sudamericano in squadra. La Crónica scrisse che gli italiani avevano cucinato l’Argentina al pesto (vabbè). Luis César Menotti, CT argentino, più o meno disse: bleah, catenaccio, ci vediamo in finale e vi battiamo. Il brasiliano Rivelino sobbalzò: questa Italia è una sorpresa. L’olandese Neeskens si sbilanciò: ora è la favorita. Il tedesco Vogts già immaginava un altro 4-3 e disse: questo Rossi è unico. La Nación si lanciò in un elogio di Benetti giudicandolo una figura-chiave, lui che era considerato dal canone un duro, uno scorretto, un cattivo. A rivedere oggi quelle partite il giudizio argentino è tutt’altro che campato in aria. Se ne accorse in tempo reale Gino Palumbo, che sulla Gazzetta dello sport quasi invitò i suoi inviati a tenerne conto.
Italo Cucci sul Guerino celebrò Rossi e Bearzot. “Paolo è giocatore di discreta classe, di media resistenza fisica, ma soprattutto di incredibile intelligenza tattica: il suo movimento è senza dubbio la realizzazione delle chimere heribertiane, perché non accenna a sprechi, non ha radici in teorie da ginnasiarchi, è pura espressione calcistica, continua minaccia ai difensori avversari, ininterrotta presenza per la collaborazione con i compagni del centrocampo e dell’attacco. Si deve ancora stabilire se sia stata miracolosa la facilità con cui Rossi si è inserito nel tessuto di una Nazionale già schematizzata diversamente, in un attacco che s’era dato al ben diverso rapporto intercorrente fra Graziani e Bettega, o se invece il miracolo l’abbia compiuto la squadra, adottando con tanta disinvoltura il ragazzino dalla cara limpia (faccia pulita, come dicono qui) e dal cervello fino, quando aveva rifiutato altri importanti trapianti. Cosa volete che dica, che Bearzot s’è rivelato un Barnard? No: molto semplicemente che forse Paolo Rossi era quel cuore che ci mancava, l’unico capace di resistere alla crisi di rigetto.
Anziché 4-3 con la Germania finì 0-0, risultato che dopo la vittoria sull’Austria (gol di Rossi), obbligava l’Italia a battere l’Olanda per andare in finale. Nel giorno in cui le cronache del calciomercato raccontavano di un assalto del Milan a Pruzzo, la Nazionale perse invece 2-1, si fece rimontare un gol di vantaggio e fece scrivere a Gino Palumbo sulla Gazzetta dello sport che “la prima immagine che viene alla mente è quella di Dorando Pietri che, esausto, crolla a pochi passi dal traguardo”.
Due i processi che furono istruiti a caldo. Uno a Zoff per aver preso due gol da lontano. In realtà è lo stesso portiere, nello spogliatoio, a dire che sul secondo in effetti poteva fare di più. L’altro sotto accusa è il CT, per aver tolto nell’intervallo Causio e aver messo Claudio Sala. Un gesto presuntuoso pensando alla finalissima, secondo Piero Dardanello sul Corriere d’informazione.
Franco Recanatesi su Repubblica fece in un pezzo un bilancio quasi profetico. “Questa squadra possiede un telaio composto da ragazzi giovani e almeno potenzialmente proiettati verso le più avanzate teorie tattiche: due terzini aggressivi, Gentile e Cabrini, di 25 e 21 anni, un libero, Scirea, di 25, l’uomo migliore del centrocampo, Tardelli, di 24, le due punte, Rossi e Bettega, di 21 e 28. È una nazionale sulla quale è possibile (anzi, consigliabile) lavorare non solo in vista dei campionati europei del 1980, ma anche dei prossimi mondiali. … Un Mondiale che resterà importante non solo per aver condotto la Nazionale azzurra molto più in alto di quanto si pensasse, ma anche – è più di una speranza – per avere segnato l’inizio di una parabola ascendente”.
Al rientro in Italia, Enzo Bearzot darà un’intervista a Darwin Pastorin per il Guerino, nella quale spenderà più parole per le riserve che per i titolari. Darwin Pastorin lo definisce “un uomo rassegnato e triste, a cui il Mundial non ha dato che l’effimera gioia del momento, per poi ritornare alla malinconia di sempre”.
Segnato dalle critiche, Bearzot gli dice: «C’è ancora tanta cattiveria in giro, gli amici sono sempre pochi e il male è dietro l’angolo, in agguato, pronto a colpirti alle spalle. Il Mundial è stato un po’ la prova del fuoco di tutto ciò che ho cercato di fare per creare un ambiente sereno, per portare armonia e fiducia tra i ragazzi. Alla resa dei conti sono riuscito a creare un invidiabile spirito di corpo. Questo è stato il mio grande successo. Tutto qui».
P.S.: Il giorno dopo Italia-Argentina, il Catanzaro di Nemo venne promosso in serie A.
Nemo non tornò in A. Venne ceduto al Campobasso.
(FINE PRIMA PARTE)
LA SECONDA PARTE DOMENICA 27 DICEMBRE
In occasione dei 10 anni dalla morte di Bearzot
Se io ascolto I’m coming Virginia, il mio pezzo preferito di Bix Beiderbecke, mi vedo davanti agli occhi una straordinaria squadra di calcio. La batteria dà i tempi di fondo, un po’ come il regista che detta le cadenze del gioco, il sax può essere il fantasista, il contrabbasso è il libero, capace di difendere ma anche di offendere, la tromba è il goleador. Tu che dirigi fai in maniera che i singoli interpreti si muovano entro il filo conduttore della musica e si adattino di volta in volta al pezzo da suonare, così come alla partita da giocare. Ma sempre in funzione dell’assolo del solista, perché è quello che ti mette i brividi ed è grazie a quello che si vincono le partite
Enzo Bearzot a Gigi Garanzini, Il romanzo del vecio (Baldini & Castoldi, 1997)
Non è vero che italiani come Bearzot non ne nascono più. È vero invece che nascono quasi sempre negli stessi posti: vicino a un confine. Là dove dell’italianità, evidentemente, arrivano solo gli effluvi e non le pestilenze. Nella patria dei vittimisti che scaricano di continuo le proprie responsabilità, lui era uno che si assumeva spesso anche quelle degli altri. Proteggeva i suoi miliardari in mutande come un papà. Ma non come un papà moderno e cioè dando loro sempre ragione. Sapeva ascoltarli, sgridarli e poi aspettarli, per mesi o per anni come con Paolo Rossi, trasmettendo sicurezza a quei cuori fragili. Nella patria dei cinici impose una sua visione romantica del calcio, senza però mai dimenticarsi che il contropiede non è una parolaccia ma l’essenza di una nazione che, dal Piave al Bernabeu, in contropiede ha vinto tutte le battaglie reali o metaforiche della sua storia. Si mise da parte, con un senso impeccabile dell’uscita di scena, senza aggrapparsi alla coda filante della gloria perché non ne aveva la nostalgia né il rimpianto. Gli era più che sufficiente serbarne il ricordo.
di massimo gramellini, la Stampa, 23 dicembre 2010
Un uomo serio. Un uomo onesto. Un uomo leale. Uno che dava e chiedeva rispetto. Un uomo sincero. Un secondo padre (per Zoff, Conti, e anche per Rossi). Un uomo di frontiera. Un uomo che credeva nell’amicizia e nel sacrificio. Un uomo di sport. Un maestro di vita. Un uomo colto. Un uomo chiuso a riccio (ma neanche tanto). Un uomo aperto (ma solo quando si fidava). Un uomo d’altri tempi, purtroppo sì, ma ancora capace di districarsi a fatica nei nostri. Un uomo in guerra contro la volgarità, il chiasso, il luccicante vuoto, le avvisaglie le aveva viste nella Milano da bere, e il resto sarebbe stato peggio. Da ieri in Italia c’è un galantuomo di meno, Enzo Bearzot. È morto il 21 dicembre, come un altro ct, Vittorio Pozzo, che di mondiali di calcio ne aveva vinti due. Il terzo, per quelli della mia generazione, resta il più bello.
Tre anni fa l’ultima domanda di un’intervista a Bearzot nel giorno del suo compleanno era stata: “Come le piacerebbe essere ricordato, tra un po’ d’anni?”. Risposta: “Come una persona perbene“. Così si concludeva il mio pezzo, ma adesso è diverso. Adesso che mi sento un po’ più povero ma lucido, devo dirti, Enzo, che così sarai ricordato, perché non ci sono altre strade. E ti sia lieve la terra, vecio.
di gianni mura, la Repubblica, 22 dicembre 2010
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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