Il mestiere di insegnare a battere le punizioni
I calci piazzati sono pause brevi e ricorrenti, interruzioni che punteggiano la liturgia di una partita, mai come in questa stagione sotto l’occhio degli osservatori per la loro capacità di decidere un punteggio. Soprattutto in Premier League. “Riempiono la testa di fantasticherie: trame studiate, finte elaborate, saette dai trenta metri”. Nella maggior parte dei casi nascono dal caos – “un pallone spazzato in modo sgraziato, un tuffo teatrale” – e non producono altro che “una piccola macchia sulla tela sacra del campo”. Ma ogni tanto, “diventano pure colpi di genio che si fissano nella memoria come il Padre Nostro”.
È così che dice Liam Grimshaw, calciatore professionista e autore di Nutmeg, interrogandosi su ciò che il calcio ha forse perso mentre inseguiva la perfezione. “Abbiamo sacrificato l’ingegno sull’altare del controllo?” si domanda. Il bersaglio è chiaro e dichiarato: “l’ultima ossessione del calcio moderno, il coach dei tiri da fermo”. Figure che spuntano “dall’ombra delle panchine imbottite”, così simili al primo allenatore da poter essere scambiate per lui, onnipresenti “su punizioni, rigori, rimesse, rinvii, forse anche solo quando il portiere si gratta il culo”. Celebrano “un corner difeso come un gol al novantesimo e uno schema riuscito come la nascita del nuovo Messia”.
È “una scuola dura. Un solo movimento sbagliato sulla scacchiera umana” e arriva la ramanzina. “Guai a chi mostra un filo d’immaginazione o una vena ribelle”. Se il copione non viene seguito alla lettera, la punizione è assicurata.
Grimshaw non nega la posta in gioco del calcio moderno né “le montagne di denaro destinate a questi progetti di vanità”, ma ricorda il nocciolo della questione, che siamo dentro “uno sport di intrattenimento giocato da individui altamente qualificati, non in una simulazione virtuale diretta da orchestranti in tuta, dal pedigree discutibile”.
Grimshaw scende allora sul campo d’allenamento dei club più piccoli, quelli “senza il lusso – o la sventura – di un maestro dei calci piazzati”. Qui l’organizzazione dei palloni inattivi finisce spesso sulle spalle di un membro dello staff, sempre più spesso l’allenatore dei portieri, “cosa piuttosto inquietante se si considera la loro meritata fama di stravaganza”. Li vedi con “Copas consunte, lavagna o iPad alla mano”, riversare istruzioni su un subentrante dell’ultimo minuto: “tu primo palo”, “blocca il loro numero 29”, “se tirano da lì esci dal muro come lo Zaire del ’74”. Esattamente quello che vuoi sentire quando stai per entrare a due minuti dalla fine, sotto 3-0.
Tutto è provato meticolosamente. Il venerdì, dopo la solita partitella, mezz’ora di schemi, con qualsiasi tempo, soprattutto in Scozia. I titolari ci mettono un minimo di convinzione in più; “le riserve devono fingere di essere l’avversario, spesso con esiti grotteschi. Un terzino mingherlino di un metro e sessantacinque chiamato a impersonare un corazziere da area di rigore, con l’inevitabile apatia generale verso l’intera messinscena”.
Insomma. È un pezzo molto divertente. Pochissimi, secondo Grimshaw, meritano davvero l’etichetta di esperti. Ma con “circa cinque corner a partita, le occasioni per gonfiare le statistiche non mancano, e finire nel mirino dei data-scout è un attimo. Così ogni punizione entro i trenta metri viene calciata in porta, a prescindere dalla probabilità reale. Chi pensa alla propria compilation di highlights raramente esce dallo schema, se non sotto rigida imposizione di un’autorità autocratica”.
Eppure, alla vigilia di questo pezzo, scrive parlando di noi italiani, “un barlume di salvezza è arrivato da Verona. Nemmeno Shakespeare avrebbe trovato le parole per descrivere il gol dell’Inter da corner, non palla buttata in mezzo, ma un tocco di Calhanoglu da trenta metri, delicato come una sigaretta arrotolata da uno stilista milanese”, per la volée monumentale di Zielinski. Scoprire che “l’idea è venuta dal coach dei calci piazzati è stato insieme esaltante e irritante”.
Forse – dice Nutmeg Magazine, davvero stiamo entrando “in una nuovo Rinascimento dei calci piazzati. Un’alba coraggiosa di sperimentazioni” capace di liberarci “dalla noia di quindici lottatori ammassati nei sei metri”. Ma se sarà così, serviranno persone pronte a buttarsi nella breccia, “a scrollarsi di dosso le catene dell’oppressione a bordo campo”.
Essere o non essere: in effetti si torna a Shakespeare.