Ogni volta che i grandi pugni neri di Jack Johnson affondavano nei volti bianchi dei suoi avversari, non frantumavano solo ossa — ma lo spirito dell’America bianca. “Colpo dopo colpo dopo colpo” ricorda Lee Escobedo sul Guardian. Come spiegava il critico culturale Gerald Early, gli incontri di Johnson non erano più sport ma teatro razziale, ogni knock-out una sfida diretta alla supremazia bianca.
Da lì, per un secolo, lo sport americano avrebbe alimentato un mito razzista, facendo nascere l’etichetta della Great White Hope, la grande speranza bianca. Nel basket, Jerry West e “Pistol” Pete Maravich incarnarono l’idea dell’eccellenza anglosassone prima che la piena desegregazione dell’NBA rivelasse la superiorità dei giocatori afroamericani. Poi arrivò Larry Bird, “un dio per la classe operaia bianca di Boston”, scrive Escobedo, “un contadino dell’Indiana con il dono di un genio”. Bird fu la Great White Hope travestito da suo stesso rifiuto: non voleva esserlo, lo divenne suo malgrado.
Da allora, i campioni bianchi americani si sono estinti. Gli MVP arrivano dall’Europa — Nowitzki, Dončić, Jokić — e l’ultimo All-Star statunitense bianco risale al 2018. In questo vuoto, ecco che si presenta Cooper Flagg: 18 anni, prima scelta assoluta al Draft dei Dallas Mavericks, la squadra che più di ogni altra si è nutrita del mito.
“I tre migliori giocatori della storia dei Mavs sono tutti bianchi: Nash, Nowitzki, Dončić”, ricorda il Guardian. Dopo la cessione di Luka, Dallas è una città ferita, e Flagg fa da cerotto — o l’illusione di esserlo.
Non è colpa sua. È un ragazzo del Maine che vuole giocare. Ma l’arena che lo accoglie è instabile: Kyrie Irving fuori per infortunio, Anthony Davis fragile come il respiro di una candela in una stanza chiusa, un front office caotico. Toccherà a Flagg creare gioco e segnare.
I numeri raccontano promesse e crepe: “Layup e liberi sono la sua linfa, i pull-up e i floater affondano come pietre”. In pratica, dovrà vivere accanto al ferro e tirare dalla linea. Fisicamente, però, Flagg smonta lo stereotipo del bianco “tecnico ma poco atletico”. Il suo salto è esplosivo, la difesa aggressiva. Può tirare, difendere, costruire. Il suo idolo è Bird, ovviamente. Ma ora gioca per Miriam Adelson — “lobbista del gioco d’azzardo, mecenate di Trump, architetta della dipendenza legale”— e dovrà farlo in una città che ancora piange il suo eroe sloveno.
Escobedo scrive che Flagg non entra solo in un roster, ma in “uno zeitgeist nazionale”: dopo decenni in cui la superiorità nera ha ridefinito il gioco, arriva un ragazzo bianco che non somiglia a nessuno. È atletico, elegante, spietato in difesa. “Le sue stoppate sembrano morte improvvise: braccia inerti che si risvegliano a metà aria”.
Come Caitlin Clark nella WNBA, Flagg porta con sé un vortice mediatico che parla di razza, aspettative e riscatto. Ma Dallas non ha demoni da esorcizzare, solo una ferita da rimarginare. “Flagg non esiste per redimere la bianchezza o vendicare i fantasmi di Jack Johnson”, scrive Lee Escobedo. “Esiste in una lega dove quei miti sopravvivono, ma non dettano più il gioco”. È un ragazzo che entra in una storia più grande di lui, “una complicata storia di aspettative”.