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Dai campi
La crono ai Mondiali del belga e il sorpasso lungo la strada allo sloveno
Forse poteva succedere solo qui, in questo posto ricostruito non solo con il cemento ma con la memoria, con la coscienza di chi ha visto, ricorda e ha deciso che tutto doveva essere diverso. Forse solo in un posto dell’altro mondo poteva succedere che qualcuno raggiungesse e superasse Tadej Pogacar, partito due minuti e mezzo prima. Non è un qualcuno uguale agli altri. Remco Evenepoel è un autore di trame uniche, ma una così assurda non l’aveva immaginata manco lui.
Sulle colline di Kigali che nelle foto di Getty cambiano tonalità e colori da un lato all’altra della strada, prima di arrampicarsi su certe strade che sembrano rampe di garage, la prima cronometro corsa in Africa è passata fra tetti rossi, botti d’acqua piovana e alberi di jacaranda, lasciandosi alle spalle larghe avenue alberate, piazze pulite, facciate ben tinte, edifici piazzati di fianco a mercati colorati, dove stoffe kitenge erano mosse dal vento e dal desiderio. Caffè all’aperto, panini al mais, e poi un odore di fagioli ovunque, fagioli mescolati a quel profumo che fa la terra umida dopo il temporale.
Remco ha tirato dritto senza potersi concedere il privilegio di sbirciare quel che da casa non era dettaglio, ma scena, strade di ciottoli, botteghe artigiane, barbieri all’aperto, tessitrici con le mani su certe fibre antiche. E poi gli hotel lucidi, i ristoranti eleganti, le strade che quell’italiano residente in città ha detto alla RAI sono sicure anche di notte, non come l’Etiopia da cui è scappato.
Di notte Kigali non si nasconde, il silenzio è un ospite fra i passi sulle pietre, il rumore delle moto e qualche cane che abbaia da lontano, bisognerebbe essere Lorca per dirlo bene. Gil Courtemanche ha fatto cominciare il suo romanzo A Sunday at the Pool in Kigali a bordo della piscina dell’Hôtel des Mille Collines, un microcosmo di espatriati, borghesia locale, diplomatici, prostitute, un posto dove il ritmo lento della domenica scorre in contrasto alla tempesta politica che sta per montare: gli anni del genocidio.
Con questo sfondo Evenepoel è andato a prendersi la terza maglia iridata a cronometro, ma adesso teme le conseguenze di quella che in Belgio stanno definendo un’umiliazione: il sorpasso a Pogacar. Tadej ha trascorso l’ultimo Tour a fare due cose: 1] annoiarsi dell sua superiorità; 2] infliggere vendette mirate nei luoghi dove in passato era stato battuto. Si è legato Kigali al dito e prima o poi verrà il momento in cui Evenepoel pagherà “la sua esibizione” [la definizione è di Marca]. La frase di Tadej che inquieta: «Spero che domenica Pogacar sia pronto al 99%» Sempre in Spagna, As lo definisce un extraterrestre, in genere l’appellativo per Pogacar. El Pais scrive che l’ha rotto, a Partenope si dice in questi casi che l’ha scassato [d’altra parte Partenope fu spagnola].
L’OLTRAGGIO DEI CAMPIONI AI MONDIALI
Anche Alexandre Roos su L’Equipe lancia il suo pensiero verso la corsa in linea di domenica parlando di Mondiali “profanati” dal disprezzo mostrato dai grandi nomi che non si sono presentati: Vingegaard, Van Aert, Van der Poel, Almeida. “Una corsa trattata come una gara qualunque, da cui ci si ritira senza rimorsi, nonostante sia il tesoro del calendario, la mattina di tutte le emozioni, un passaggio obbligato per un campione. I disertori si sono spesso rifugiati dietro due facili scuse. Sbandierare il dominio di Pogacar per andarsene è già di per sé una forma di sconfitta e di rinuncia, un fraintendimento dell’essenza di questo sport, delle sue fragilità, delle sue incertezze. Quale valida ragione può addurre Jonas Vingegaard per spiegare la sua assenza su un percorso così impegnativo? Le sue gambe alla Vuelta sono forse svanite? Wout Van Aert sarebbe stato un luogotenente magnifico per Remco Evenepoel. Perché non c’è quando il Belgio si è ripetutamente messo al suo servizio? Per il vecchio rancore dei Mondiali di Lovanio?”.
Roos sottolinea che un ruolo ce l’hanno il potere e la ricchezza delle squadre, “senza limiti: lo squilibrio finanziario è diventato così evidente che le federazioni sono costrette ad assecondarne la volontà. È significativo ricordare che la direzione della Visma-Lease a Bike, e non quella della federazione francese, ha preso la parola per spiegare l’assenza di Pauline Ferrand-Prévôt, che inizialmente a un certo punto aveva pensato fosse una buona idea saltare il campionato del mondo. Tutti questi ritiri, queste esitazioni, non sono insignificanti. Stanno martellando i Mondiali, l’ultimo rifugio agli eccessi attuali, l’ultima vestigia di un ciclismo d’altri tempi, corso da squadre nazionali in cerca di osmosi e di magia. Un gioiello secolare che i campioni di passaggio non hanno il diritto di profanare”.