Che cosa è il football per l’America

Quando i Colts di Baltimore vinsero allo Yankee Stadium il Super Bowl numero 26 contro i New York Giants, la storia di questo sport messo all’indice dal presidente Theodore Roosevelt prese la strada sulla quale tuttora lo incontriamo, sorpassando il baseball e diventando ufficialmente il riflesso dell’America, dei suoi vizi e delle sue virtù. In diretta tv, nel dicembre del 1958, the greatest game ever played trasformò un’attività regionale di nicchia nel maggior prodotto della cultura pop americana, forse solo la Disney esclusa. Sette anni più tardi, la Harris Insights and Analytics, società che tiene traccia dei sentimenti e dei comportamenti dei cittadini americani, stabilì che i quarterback erano diventati più popolari di lanciatori, ricevitori e prime basi. Aveva lasciato Joe DiMaggio, aveva lasciato Jackie Robinson, stava finendo la parabola di Yogi Berra. Stava arrivando il tempo di Jim Brown e Johnny Unitas, quella popolarità duratura – ha scritto James Surowiecki sul New York Times – che affonda le sue radici nella cultura americana dominante

Fino all’arrivo del covid che ha stravolto panorami e riscritto al ribasso cifre, analisi e stime, il valore medio di una franchigia NFL era salito a 2 miliardi 860 milioni di dollari, secondo le stime di Forbes. Nei dati relativi all’audience della tv americana di due anni fa, spiccano 34 partite di football tra le 50 trasmissioni più viste. 

Nell’indagine storica e psicologica di Surowiecki sulla relazione tra la NFL e l’America, alla quale qui per buona parte si fa riferimento, il football è strettamente legati alla venerazione americana per la tenacia e per l’organizzazione. Walter Camp, il padre del gioco, voleva che i giocatori esercitassero allo stesso modo la mente e il corpo, esigendo sacrificio fisico e pianificazione tattica. Così ha costruito uno sport – leggiamo – che è allo stesso tempo incredibilmente violento e strettamente organizzato, in questo senso allora completamente americano.

Ateo è colui che guarda una partita di football

e non gli importa chi vincerà

Ike Eisenhower 

  Il football è il più collettivo tra gli sport di squadra, dunque apparentemente in contrasto con l’individualismo americano, ma la NFL è riuscita a trovare un equilibrio tra i due poli, celebrando sia il lavoro di insieme sia le stelle, quasi sempre i quarterback. Così per Rick Telander, su Sports Illustrated, Joe Montana sembrava sì uno scarabocchio, ma come tutti i geni, un tipo in grado di  fare cose inspiegabili. Come vi spieghereste la sua abilità nel trascinare le sue squadre alla vittoria quando non c’è più abbastanza tempo per vincere? Dove altri vedono caos e pericolo, Montana vede ordine e opportunità”

Oppure Brett Favre, che una volta a USA Today disse che si vale quanto il tuo ultimo passaggio

In tutti questi anni – nella tesi di James Surowiecki sul New York Times – la NFL ha mantenuto il gioco in linea con la sensibilità del più stimato consumatore americano, un ideale che ha sempre privilegiato i bianchi eterosessuali. Negli anni ’50 e ’60 gli americani erano preoccupati che il boom del dopoguerra avesse fiaccato il paese e che potessero essere surclassati dall’Unione Sovietica. Il football doveva aiutare a rassicurare sul fatto che gli uomini americani non fossero diventati dei mollycoddle, degli smidollati, dei pappamolle. I linebacker venivano descritti come gli uomini che in difesa acchiappavano e distruggevano, proprio mentre si chiedeva alle truppe di fare altrettanto in Vietnam, come testimonia il documentario They Call It Pro Football (1967). 

Allo stesso tempo, la NFL ha attinto al fascino molto americano per il genio organizzativo, esaltando le figure degli allenatori. Da Vince Lombardi a Tom Landry, a Bill Walsh, tutto diventati non solo maestri di tattica ma degli anticipatori della figura del mental coach, dei piccoli guru della motivazione, fino a giungere a Bill Belichick, il cui successo – leggiamo sul New York Times – sembra confermare l’idea che un sistema è un’organizzazione di gioco alla fine prevalgono sul talento e che i giocatori – con l’importante eccezione del quarterback – siano effettivamente parti intercambiabili. Uno dei motivi per i quali Tom Brady cerca una vittoria a Tampa Bay, fuori dalla sua ombra che lo ha guidato ai Patriots. 

 

  Se qualche decennio fa Noam Chomsky ha sottolineato quanta energia e attenzione le persone investissero più nello sport che nella politica, quanto fossero sorprendentemente più informate nel primo caso che nel secondo, allora bisogna aggiungere che in America per il football questa legge vale più che per ogni altro sport. La mossa più importante della NFL è stata quella di abbracciare la televisione sin dall’inizio. I proprietari, ricostruisce Surowiecki, in origine cercarono di limitare le trasmissioni, temendo il loro effetto sulla vendita dei biglietti, ma la partita del 1958 li convinse del contrario. La televisione ha contribuito a rendere il football un fenomeno nazionale, e poiché una partita si vede meglio da casa che allo stadio, ha fatto in modo che aumentasse il fascino del gioco, paradossalmente attirando milioni di tifosi intorno all’evento dal vivo, soprattutto quelli che non avrebbero mai pensato di andarci.

Nel 1961 il Congresso approvò una legge che vietava alla NFL di trasmettere le sue partite il venerdì o il sabato durante l’anno scolastico. L’approvazione dello Sports Broadcasting Act di fatto ha finito per concentrare l’esperienza del tifoso in una finestra di grande fascino e grande affidabilità: la domenica.

Il lancio nel 1970 del Monday Night Football – per intuizione e per volere del dirigente della ABC Roone Arledge – ha reso gli spettatori non più tifosi solo della loro squadra, ma di un momento, di un evento, della lega intera. La nascita della AFL, fusa nella NFL dal 1966, ha introdotto una serie di innovazioni che avrebbero poi contribuito a trasformare lentamente il gioco e la sua relazione con l’America. Alcune erano piccole idee, subito percepite come a misura del tifosi, tipo mettere i nomi dei giocatori dietro le maglie oppure mostrare i replay al rallentatore. Altre sono state più sostanziali. La AFL investiva, per esempio, nei giocatori afro-americani e ha presentato sia il primo quarterback titolare nero (Marlin Briscoe) sia il primo linebacker centrale titolare nero (Willie Lanier). Il loro successo ha spinto le squadre della NFL, sebbene a  malincuore, a integrarsi. Oggi tre giocatori su quattro in NFL sono afro-americani. 

Inoltre il campionato ha via via mutato una serie di regole con l’obiettivo di incoraggiare gli attacchi è segnare più punti. Poco meno di mezzo secolo fa, un solo quarterback riusciva a raggiungere una media di oltre 200 yard di passaggio. Nel football contemporaneo ci riescono a decine.

Alcuni di questi cambiamenti sono stati introdotti per necessità: le partite con punteggi più alti ottengono più ascolti. Laddove si celebrava la violenza, ora si cerca di depotenziarla. Nell’età del calo della concentrazione, con la soglia media dell’attenzione che si abbassa, il canale RedZone consente di saltare da una partita all’altra, a seconda di dove c’è azione, per evitare il vero nemico del football e della cultura americana. I tempi morti.

Kevin Seifert, analista di football per ESPN, si è domandato quali siano i riflessi della nuova attenzione globale verso questo gioco tanto americano, rispondendosi che le persone a casa nel mondo non possono cogliere fino in fondo quanto siano legati l’America e il football. Ma più il gioco si diffonde al di fuori degli USA, meglio è per gli USA. È un bene per gli affari americani, non solo per la NFL. Più il football è popolare, meglio sarà per società come Nike e Under Armour

 

  Tara Isabella Burton ha scritto su Vox che nel bene e nel male, il football è sempre stato, se non politico, di certo politicizzato. La cultura sportiva americana è profondamente radicata nella storia di quella particolare corrente filosofica chiamata Muscular Christianity, una fusione di nazionalismo, nostalgia, pietà e mascolinità

Sia per gli atleti sia per gli spettatori, la cultura dello sport è simile alla religione. In un articolo scritto per Sojourners, il docente e teologo Randall Ballmer ha scritto che nel XXI secolo lo stadio ha sostituito il santuario e le chiese, in quanto arene della pietà dominante. Burton dice che per comprendere meglio come si sviluppò la cultura sportiva americana, dovremmo guardare all’Inghilterra vittoriana, dove la Muscular Christianity ebbe origine come contraccolpo alla cultura del tempo. L’ascesa della classe media e lo sviluppo dell’industrializzazione avevano fatto sì che il gentiluomo vittoriano medio non fosse poi così fisicamente attivo. La religione in età vittoriana tendeva a concentrarsi sulle donne e sulla pietà femminile. Le donne erano generalmente viste come gli angeli della casa che avrebbero addomesticato i loro uomini e li avrebbero resi dei cristiani migliori. In altre parole, la mascolinità tradizionale era in declino e gli uomini che cercavano un modo virile per esprimere la propria identità religiosa, avevano poco su cui basarsi. Gran parte dell’identità dei membri dell’Impero britannico, definita all’estero dal colonialismo, alla fine del XIX secolo, era in pericolo.

La Muscular Christianity cercava di rispondere a quel bisogno. Sia nei romanzi che la rappresentavano sia nei manifesti che la teorizzavano, veniva immaginato un nuovo tipo di modello maschile, il giovane avventuriero eroico, robusto, fisicamente in forma, al servizio del cristianesimo. Un cristianesimo, naturalmente, che includeva la colonizzazione e la conversione dei nativi. 

Burton sottolinea che scrittori come Thomas Hughes e Rudyard Kipling hanno creato questa nuova immagine.

La mentalità della Muscular Christianity si diffuse negli Stati Uniti all’indomani della Guerra Civile, sviluppandosi per soddisfare oltre oceano bisogni sociali simili. Anche l’America stava diventando più industrializzata e una conseguenza della guerra fu che sia il cowboy sia il soldato smettessero di essere all’improvviso un modello di mascolinità. Nell’America del XIX secolo, essere “macho” ed essere un buon cristiano era la stessa cosa, anzi nella sua versione americana la Muscular Christianity è ancora più estrema dell’originale inglese, finendo per trattare come debolezza spirituale e morale l’effeminatezza.

 

Nella sua raccolta di saggi The Brawnville Papers (1869), il pastore Moses Coit Tyler, scrisse che poiché ogni parte della nostra natura è il dono sacro di Dio, colui che trascura il suo corpo, colui che calunnia il suo corpo, che ne fa un cattivo uso, che gli permette di crescere gracile, fragile, malaticcio e deforme, commette un peccato contro Chi gliel’ha dato. La malattia è un peccato. Le spalle rotonde e il petto stretto sono una condizione di criminalità. La dispepsia è eresia. Il mal di testa è un’infedeltà. È vero dovere morale di un uomo avere una buona digestione, un alito dolce, braccia forti, gambe robuste e un portamento eretto, proprio come lo è leggere la Bibbia, recitare le preghiere o amare il prossimo suo come sé stesso.

Questa mentalità, continua Burton su Vox, ha dato origine a organizzazioni come la Young Men’s Christian Association (YMCA). Fondata a Londra per fornire luoghi e momenti di intrattenimento ai lavoratori delle fabbriche, per distrarli da alcol, bordelli o vizi di ogni genere, la YMCA in America sarebbe diventata una centrale di valori della Muscular Christianity, passo – questo – decisivo nello sviluppo della cultura sportiva come la conosciamo oggi.

Lo sport, in altre parole, non era solo un’occasione per mostrare abilità fisiche o sviluppare abilità interpersonali. Era il modo principale in cui gli uomini inglesi e americani del XIX e XX secolo potevano ridefinire se stessi e i propri valori, a loro volta radicati nell’idea che essere uomini volesse dire, implicitamente, essere bianchi e essere macho. Michael Serazio su The Atlantic ha scritto che la cultura sportiva funziona come una religione, che consente ai fan di entrare in uno speciale spazio sacro.  

 

  Una proiezione di tutto ciò in NFL sarebbe stato Tim Tebow, che si inginocchiò in preghiera anziché festeggiare con i suoi compagni di squadra una vittoria (2011). Due anni dopo, Alberto Flores d’Arcais su Repubblica scriveva che il mondo del football professionistico americano ha scoperto che Tim forse non ha le capacità per essere il quarterback di una grande squadra. Nonostante i tentativi di venderlo nessuno si è fatto avanti, a parte una squadra della lega canadese e un paio di club minori. La grazia divina sembra finita. E anche un giornale come il New York Post, che un anno fa aveva celebrato l’arrivo di Tebow magnificandone le doti, tecniche, umane e religiose e definendolo il “quarterback di Dio”, sembra essersene accorto

Un articolo di Kent Babb uscito 7 anni fa sul Washington Post esplorava le ragioni per cui molte squadre promuovevano lo studio della Bibbia e la preghiera cristiana tra i giocatori: Il football si colloca a metà tra il passatempo e l’ossessione. Come la chiesa, è più di un’attività del fine settimana.

 

Il football oggi rappresenta secondo Vox il culmine di svariati filoni dell’ideologia americana su cosa significhi essere un uomo, e proprio come nell’era vittoriana offre un ambiente strutturato per una fuga temporanea da un mondo nel quale il ruolo indiscusso dei cristiani bianchi è diventato meno certo.

In una sua celebre definizione, lo scrittore Kurt Vonnegut sosteneva che il football più che uno sport è una maschera che rende tutto migliore, che appare scintillante e meravigliosa, perché nasconde lo sporco e gli incubi che viaggiano ogni giorno con noi.

Buon Super Bowl. 


 

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A cura di Angelo Carotenuto.

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