Il PSG non gioca a calcio: cammina a calcio

La definizione di The Athletic per lo stile di gioco di Luis Enrique

In preda a un attacco di insonnia, oppure per allenarsi alla sveglia di domani notte per la NBA, si potrebbe andare tutti quanti allo zoo comunale del PSG contro il Botafogo, quarto scontro diretto tra Europa e Sudamerica, il classico dei classici nel pallone per tutti noi boomer che abbiamo a lungo considerato solo folklore le presenze di altri continenti ai Mondiali. Nella prima giornata ci sono stati tre pareggi su tre: Palmeiras-Porto 0-0, Boca jr-Benfica 2-2, Fluminense-Borussia Dortmund 0-0. 

Tre partite in cartellone con un bel nome robusto, un bel suono, tipo quelle che si leggevano negli specchietti sui giornali di una volta, dentro l’elenco delle amichevoli estive [Fluminense-Borussia Dortmund ore 18, Cesena-Juventus ore 21] quei bei quadrangolari organizzati nelle città ancora deserte di metà agosto oppure a Cesenatico – prima che arrivassero i triangolari da 45 minuti tutti in una sera. 

Stanotte i campioni dell’Europa giocano contro una delle tre squadre di Rio de Janeiro qualificate per i Mondiali, quel Botafogo diventato di proprietà di John Textor,  l’americano di FuboTV padrone pure del Lione, del Crystal Palace, dei Mondiali di snowboard, di qualche banca digitale e dell’azienda di effetti speciali che ha vinto l’Oscar per Benjamin Button.

Ora, se Textor potesse, li userebbe per riavvolgere all’indietro le vite di Didi, Garrincha e Jairzinho – tutti ex Botafogo – così da scaraventarli in campo contro Luis Enrique e fargli girare il pallone sotto gli occhi. Sarebbe bello vedere i dribbling di Garrincha contro quelli di Kvara e Doué.

Se Textor non dovesse riuscirci entro stasera – non si sa mai quello che possono fare ‘sti ricchi americani – se non dovesse riuscirci, toccherà rassegnarsi a guardare il pallone che gira fra i piedi di Vitinha e Fabian Ruiz.

The Athletic ha trovato una formula meravigliosa per dirlo. “Il PSG non gioca a calcio. Il PSG cammina calcio”. Lo passeggia. È una frase alla Carmelo Bene e segnala quel che la società di dati SkillCorner afferma con i numeri: il PSG è stata la squadra con la terza distanza media più breve per i suoi passaggi e la seconda per velocità più bassa della palla. Vanno così piano che quando accelerano sono velocissimi. Ti addormentano come Ka nel libro della giungla e ti ingoiano come il Lupo con Cappuccetto Rosso. 

Diego Torres su El Pais ha scritto che Luis Enrique reinterpreta il calcio antico. Ha vinto la Champions League con “una prestazione storica grazie a un allenatore dal quale la proprietà qatarina si aspetta un dominio ispirato all’Ajax di Cruyff, al Liverpool di Dalglish e al Barcellona di Guardiola”. 

La scena ripresa dalle telecamere di Movistar dentro lo spogliatoio – Luis Enrique che fa una sfuriata alla squadra e rovescia dal tavolo un cumulo di bottiglie – è diventata lo spot della sua fermezza nell’Idea: se dobbiamo perdere perdiamo, ma voglio perdere giocando. 

Dice El Pais che “Luis Enrique è convincente perché ci crede”. Uno dei consiglieri di Nasser al-Khelaifi sotto anonimato dice che il gioco di Lucho è moderno proprio perché è nato mezzo secolo fa. “Ci vuole un certo fondamentalismo – scrive Torres – per convincere i giocatori a difendere nella metà campo avversaria e a esigere sempre la palla, con il fiato sospeso. Qualcuno che non abbia paura di perdere il lavoro o il prestigio. Qualcuno esattamente come Luis Enrique nella primavera del 2023. Quest’uomo non veniva solo da una tragedia familiare. Aveva fatto così male ai Mondiali in Qatar che aveva finito per scontrarsi con la squadra, in una spirale di sfiducia culminata nel discorso motivazionale tenuto prima della partita contro il Marocco. Lui che è celebre per i suoi discorsi, aveva scelto di non dire una parola, lasciandoli da soli e delegando la responsabilità del discorso di incoraggiamento finale a Rodri. Licenziato dalla federazione la settimana successiva, a 53 anni ha passato diversi mesi a cercare lavoro senza successo, come quando incontrò un rappresentante del Chelsea che lo prese in giro”.

Al PSG è stato l’incontro fra due disperazioni, la sua e quella di NAK – reduce dall’ingaggio di tutta una serie di grandi allenatori rimasti sulla soglia della Coppa dei Campioni. È la disperazione che li ha portati a questo punto. 

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