È in salita che il ciclismo ha sempre scritto le sue chansons de geste. In salita i ragionieri non hanno cittadinanza. La montagna ha una verità dello sguardo che vince sulla verità delle calcolatrici. Marco Pantani ha vinto poco più di una trentina di corse – ha ricordato una volta Riccardo Spinelli su Bidon Magazine – “quante ne vinceva Merckx in una stagione. Come Charlie Parker, non ha avuto una carriera molto lunga. Però chi se li scorda quei trenta pezzi. L’Alpe d’Huez, Montecampione, Aprica, Mont Ventoux. Ce li ricordiamo tutti. E infatti in quelle cattedrali verticali che sono le salite Marco Pantani viene ricordato ancora. E il motivo è uno solo: che non conta solo quanto si vince, ma come si vince. Non conta quanto si suona, ma come si suona. E Marco Pantani suonava bene, eccome”.
Il Mortirolo, ha detto Alessandra Giardini su Bicisport, non si chiamerebbe Montagna Pantani senza il 5 giugno del 1994. Se le salite e la montagna non facessero l’effetto che fanno nelle classifiche delle corse di ciclismo e negli occhi di chi guarda, l’Équipe non avrebbe mandato ieri in edicola uno speciale dedicato ai cinquant’anni della maglia a pois. La classifica degli scalatori esisteva già da prima, ma quel simbolo no. Quel simbolo nacque nell’estate del ‘75, una maglia nata nel mondo in cui la conosciamo oggi in omaggio a un ciclista degli anni Trenta, Henri Lemoine soprannominato P’tits pois. Il primo sponsor fu Chocolat Poulain e il primo a metterla fu Joop Zoetemelk, sei volte secondo al Tour e vincitore finalmente nel 1980. Un Poulidor che ce l’ha fatta, o forse no, dipende dai punti di vista, forse non ce l’ha fatta a essere un vero Poulidor.
Oggi Zoetemelk vive a Rijpwetering, non distante da L’Aia e nella mansarda di casa sua ha allestito una specie di piccolo museo dove conserva biciclette, medaglie, gagliardetti, poster, maglie e persino dei vecchi pattini da ghiaccio, lo sport che praticato prima di dedicarsi alla bicicletta intorno ai 17 anni. Alcune maglie sono allineate dentro un espositore. Quella da campione del mondo [1985] e quella più buffa e più speciale di tutte, la maglia che sembra la faccia di un bambino col morbillo.
A L’Équipe che ha mandato Jean-Christophe Bassignac a fargli visita, Zoetemelk ha raccontato come molti degli oggetti gli siano stati regalati da un tifoso svizzero che li collezionava.
Quando il tipo ha scoperto che Joop cambiava casa e ne prendeva una più grande, ha caricato tutta la roba su un furgone e gliel’ha portata.
Prima che nascesse la maglia a pois, i migliori scalatori del Tour mettevano un piccolo adesivo dei cioccolatini Poulain sulla maglia. Nel 1975 Moser vinse il prologo a cronometro e la mattina dopo, nella prima parte della Charleroi-Roubaix, Zoetemelk passò per primo sulla Côte de Bomérée, prendendosi i punti e quel primato.
CHE COSA RICORDA ZOETEMELK DI QUEL GIORNO
| «Il giorno prima, mio suocero, Jacques Duchaussoy, all’epoca responsabile del protocollo del Tour, mi aveva avvertito che c’erano dei punti da guadagnare sulle salite che mi si addicevano, e mi aveva mostrato questa nuova maglia che potevamo andare a prendere. Ero felice di averla, mi piaceva l’idea di poter essere il primo a indossarla. Era originale con quella sua fantasia, per questo l’ho conservata in tutti questi anni come ricordo. Ho conservato tutte le prime maglie che ho vinto. C’era anche Merckx che la voleva, a cinquanta metri dal traguardo. Ho continuato a spingere, ma poi non avevo intenzione di lottare per tenerla. L’ho persa alla seconda tappa, il giorno dopo, da Roubaix ad Amiens. Non ero male in montagna, ma nion mi consideravo un vero scalatore. Preferivo di gran lunga la media montagna. Ho comunque vinto due volte all’Alpe d’Huez e spesso tenevo il ritmo di corridori come Van Impe, Merckx o Hinault, che erano davvero capaci di far saltare tutti, ovunque, su ogni passo»