
A qualcuno prima o poi doveva succedere. È accaduto ad Aryna Sabalenka, la tennista numero uno al mondo. Dopo aver perso il servizio all’inizio del secondo set, mentre si preparava a rispondere al terzo punto del game successivo, dinanzi alla nuova voce che ha sentito alle sue spalle ha urlato zitto, stai zitto, e poi un’oscenità – così si chiamano nel codice vittoriano del tennis. Lo sfogo le è costato una sanzione, certo non decisiva per la sua prima sconfitta in carriera contro la cinese Zheng ma decisiva per dirci del clima in cui si stanno giocando gli Internazionali d’Italia.
Sono tornati gli italopitechi: così Gianni Clerici chiamava gli spettatori del tennis quando gli pareva che nei costumi fossero troppo apparentati ai tifosi del calcio – lui che amava Suzanne Lenglen senza averne mai visto un quindici. Al Foro Italico accadeva regolarmente in Coppa Davis e ogni tanto agli Internazionali, quando una racchetta figlia di Mameli era in grado di spingersi in finale, una semifinale, nei momenti più bui anche un quarto di finale bastava.
Chissà se questo rigurgito di scostumatezza ha una connessione con la nuova età dell’oro del tennis italiano, ci vorrebbe un sociologo per dirlo, ci vorrebbe Clerici o uno sguardo sgombro di nazionalismo come il suo. Ma con due italiani ai quarti di finale e uno già in semifinale nel tabellone maschile, un’italiana in semifinale nel tabellone femminile, con il numero uno del mondo diventato il primo sportivo ricevuto dal nuovo Papa tennista – gira che ti rigira siamo tornati là, al Foro sregolato, il posto che quando arriva maggio divide Roma tra chi ce l’ha fatta e chi non ancora. Chi ce l’ha fatta va al tennis, meglio se di sera, col golfino sulle spalle e la barba sporcata da un po’ di gelato. Frotte di persone che un tempo si dividevano tra chi va al tennis per vedere – i più ingenui – e chi per farsi vedere: capistruttura Rai, conduttori di talk notturni e tutta quella fauna che per lavoro fa qualcosa di dicibile solo in una sottospecie di inglese, i chief executive officer, qualche volta i managing director revenue & development.
Per la caciara romana provava simpatia Bud Collins [NBC, poi CBS, poi ESPN]. Chiamava Roma il quinto Slam per via del pubblico, prese a giustificarne anche le monellerie più estreme, fino a dire che «gli inglesi hanno forse inventato il tennis, ma gli italiani lo hanno umanizzato». Dove gli italiani stava per i romani, quel pubblico che a Gabriela Sabatini urlò in altri tempi “togliti tutto”. Maria Sharapova una volta ha detto di aver imparato a vincere grazie al pubblico di Roma, perché fa casino e insegna a non uscire con i pensieri dalla partita, neppure quando un tipo si alza in piedi dalla tribuna e grida: sposami. Lei fu prontissima a sollevare lo sguardo e rispondergli: non te lo puoi permettere. Djokovic chiama questo posto il Colosseo del tennis. Ma andate a ricordarlo allo spagnolo Higueras, che si sentì nella parte della belva da sacrificare come accadeva sotto Traiano, quando nella semifinale del ‘78 giocò tartassato dai buu e dai fischi, da un lancio di monetine che al secondo set gli fece dire basta, prese la borsa, le racchette e se ne andò. L’avversario era Panatta.
L’upgrade di tutto questo è la fauna nuova degli scommettitori. Lo ha scritto nei giorni scorsi Francesco Persilli su Dagospia. “Dopo De Minaur che durante la partita con Nardi ha battibeccato con un tifoso che non smetteva di insultarlo e fischiarlo, Jakub Mensik nel match vinto 6-4; 7-6 con Marozsan si è trovato a affrontare un clima simile e ostile con un gruppetto di spettatori che per ragioni legate alle scommesse lo ha preso di mira per tutto l’incontro. Uno stillicidio che ha provocato la reazione del tennista ceco che al termine del match ha mandato un bacio ai disturbatori bercianti. È la seconda volta in pochi giorni che un tennista si ferma per le offese. Non un bel biglietto da visita per il torneo che anela ad essere il “quinto Slam”. Cosa pensano di fare gli organizzatori per evitare il ripetersi di queste scene che rovinano l’immagine degli Internazionali?”.
Era accaduto anche al secondo turno, nella partita fra Alexei Popyrin e Carlos Taberner, dove non c’erano ragioni di simpatie patriottiche per stare dalla parte del secondo, se non la quota migliore dei bookmaker.
Funziona così, come ha spiegato Il Post: “Il tennis è uno sport su cui si scommette molto: è il terzo per volume di puntate, dopo calcio e ippica. Una grossa parte di queste scommesse viene fatta live, cioè durante le partite, agevolata dalla possibilità di puntare su cose anche molto limitate (l’esito di un game) e dalla natura di uno sport in cui la situazione può cambiare in tempi brevi. Si può puntare anche sulla durata del match o su un singolo punto: questa possibilità dovrebbe essere vietata agli spettatori presenti fisicamente alla partita, ma le geolocalizzazioni che dovrebbero bloccare le puntate sono aggirabili. Chi è presente a Roma in questi giorni di torneo ha raccontato che è abbastanza facile identificare i gruppi di scommettitori fra il pubblico, anche perché parlano fra loro di quote e scommesse”.
Finora si era trattato di un fenomeno da challenger, non c’è memoria di tutto questo in un torneo di alto livello, un torneo che la federazione vende come candidabile al ruolo più o meno ufficiale di quinto Slam. Il direttore del torneo Paolo Lorenzi promette di aumentare vigilanza e sorveglianza. Quanto a Zverev che si è lamentato delle condizioni in cui ha dovuto affrontare Musetti, sarà sicuramente un rosicone.