Quando Johann Zarco si affacciò in MotoGP, aveva vinto due titoli mondiali nella classe inferiore e giocava a fare il fico misterioso. Parlava di Jacques Brel e di George Brassens, diceva di non usare il telefonino, di non avere tatuaggi, di non aver mai messo un paio di occhiali da sole. Un pilota diverso. Questo gli piaceva far sapere. Raccontava di essere salito all’età di 17 anni sul suo motorino e di essersi fatto tutta la strada che c’è tra Cannes e Avignone, sei ore con la schiena piegata per 250 km, di notte, sbagliando due volta la strada, per arrivare alla porta di Laurent Felon, ex paracadutista corso, e chiedergli di diventare il suo coach, il suo manager, il suo tutto. Zarco pensava che Felon potesse essere il solo a dargli un metodo perché era generoso e autoritario, perché pure lui cantava fuori dagli spartiti dei cori ammaestrati. «Mi ha preso in casa e non c’è stato più niente altro nella mia vita. Moto. Ho dormito per 5 o 6 anni sul divano- letto del suo salotto».
“Uno strano campione. Un anti-divo, in questo circo dove c’è chi cura in modo ossessivo la propria immagine e passa più tempo sui social che in pista” scrisse Massimo Calandri su Repubblica nel rappresentarlo al debutto in MotoGP, quando il povero Zarco fu costretto a piegarsi alle necessità e a farsi un iPhone. Era molto atteso e in effetti si è fatto attendere. Fino a ieri pomeriggio, quando è diventato il primo francese a vincere a Le Mans, il primo a vincere un GP di Francia dal 1954, Zarco aveva conquistato una sola corsa. La seconda è arrivata perché è stato il più bravo a interpretare i segni del cielo. Ha messo le gomme da bagnato e ha costretto gli altri a cambiarle mentre lui tirava dritto, un Rain Man emerso dal caos, dice stamattina L’Équipe che lo celebra dedicandogli la prima pagina.
Zarco è bravissimo a sbucare quando non deve. La Francia aspettava casomai Fabio Quartararo, la grossa sorpresa delle qualifiche con la sua pole, e invece lo ha visto cadere all’ultima curva del quarto giro. Zarco era uno degli otto che hanno deciso di schierarsi sulla griglia con gomme da pioggia, ma la sua corsa pareva finita alla prima curva, dove è stato urtato nel cuore di una collisione collettiva ma è rimasto miracolosamente in piedi, in grado di attraversare la ghiaia senza danni, per cominciare la sua risalita dalla 17esima posizione. Quando tutti i piloti in testa sono stati costretti a rientrare ai box per cambiare la moto, Zarco è stato catapultato in testa alla corsa nelle condizioni che più ama.
“Un colpo di fortuna passeggero? Al contrario – racconta L’Équipe – si è trattato di un sorpasso definitivo, poiché il trentaquattrenne di Cannes ha fatto segnare il miglior tempo giro dopo giro, ampliando il distacco da Marc e Alex Marquez”. È così che la Honda è tornata a festeggiare un GP due anni dopo il successo di Alex Rins in Spagna: da allora ci sono stati 76 successi della Ducati, 7 dell’Aprilia e uno di Ktm.
Guidare sotto la pioggia
Sotto la pioggia accade che “ci sono piloti che non riescono a trovare il proprio ritmo e a essere competitivi, ma anche e soprattutto ce ne sono in grado di esaltarsi mettendo in mostra qualità che faticano a tirar fuori normalmente” [Alessandro Di Moro, Motosprint]. È facile indicare in Marc Marquez uno specialista su acqua: a Brno 2019 fece la pole sotto la pioggia montando gomme slick. Ma non è che con l’asciutto vada piano. Danilo Petrucci è stato tra i più versatili. Fece il primo podio in carriera sotto un diluvio a Silverstone [2015] e la seconda e ultima vittoria nella classe regina con lo stesso meteo proprio a Le Mans [2020]. Jack Miller vinse la sua prima corsa sotto l’acqua [Assen 2016] e Chris Vermeulen l’unica [Le Mans 2007].
Ma quando le ruote sono quattro i maghi del bagnato coincidono con i nomi più leggendari. Secondo la contabilità tenuta da Formula Passion, Michael Schumacher guida la classifica dei successi sull’asfalto inzuppato con 16 vittorie in 44 GP, davanti a Lewis Hamilton [13 in 39 gare] e Senna. L’eroe tra i contemporanei è Max Verstappen, il migliore senza aver mai vinto un Mondiale è stato Stirling Moss [tre GP vinti sull’acqua] mentre “il mago della pioggia” è stato il soprannome ufficiale di Jenson Button. Nella sua autobiografia ha spiegato che suo padre non gli comprava pneumatici da bagnato ai tempi del karting, quindi ha dovuto imparare a guidare con pneumatici slick in condizioni mutevoli.
Segnare sotto la pioggia
La classe non è acqua e sotto l’acqua memorabili sono certi gol. Le foto di Kakà con la bocca aperta sotto la tempesta primaverile di San Siro in Milan-Manchester United hanno qualcosa di mistico, ma non furono benedizioni quelle che uscirono dalle labbra di John Terry dopo essere scivolato nel calciare il suo rigore in finale a Mosca nel 2008. Un anno più tardi Martin Palermo segnò contro il Perù il gol decisivo per la qualificazione dell’Argentina ai Mondiali in Sudafrica. “Era una notte da destino storto” ha scritto Emanuela Audisio su Repubblica. Maradona era il cittì e festeggiò facendo l’acquaplano con il petto sul prato. “Non è un ct – scrisse Audisio – non lo sarà mai. È ancora troppo militante, troppo dentro se stesso. Non sa come far giocare, perché ancora pensa a come giocherebbe lui. I ct non fanno l’avioncito sulla malacqua, non camminano a testa bassa, gonfi di dolore e di paura, non dicono che dio, pardon «il Barba ha fatto un giro sul campo e ha visto che stavamo regalando tre punti meravigliosi al Perù». I ct studiano, hanno tattica, idee. Propongono soluzioni. Lui a Martin Palermo che gli chiede lo schema risponde: «Stai vicino alla porta». Nel dramma ci sguazza bene, sa come evitare l’infarto all’ultimo minuto, ma si può vivere sempre sull’orlo del burrone? Diego ci è abituato, ha sempre dribblato la morte, dategli una pozzanghera e ci giocherà come fosse l’angolo di un paradiso”. E del resto sotto un diluvio indimenticabile aveva segnato la più famosa delle sue punizioni napoletane, contro la Juventus, tiro a due da dentro l’area, tocco di Pecci [assist – dice lui] e palla da biliardo nell’angolo sulla testa di Tacconi.
Il diluvio allo stadio Curi e un colpo di Calori fecero annegare la Juventus e diedero alla Lazio uno scudetto all’ultimo respiro, mentre Collina si riparava sotto l’ombrello come Putin in Russia dopo la finale mondiale tra la Francia e la Croazia. Ed era sempre a Mosca che Usain Bolt vinse il suo Mondiale sotto l’acqua, cento metri in 9.77, perché “il cielo può lacrimare, la pista si può bagnare, ma lui non perdona” [ancora Audisio].
Il ciclismo e il tennis
Per le vittorie in bicicletta sotto l’acqua, i francesi hanno un aggettivo dedicato. Dantesque fu la Roubaix di Knaven nel 2001 e quella di Sonny Colbrelli nel 2021, dantesque pure l’impresa di Heras sull’Angliru alla Vuelta 2002, la Sanremo di Ciolek nel 2013, Quintana sullo Stelvio al Giro 2014, Dumoulin all’Arcalis per il Tour 2016, il Mondiale di Mads Pedersen sei anni fa nello Yorkshire.
Il tennis no, al tennis non piace Dante. Con due gocce di pioggia si torna tutti negli spogliatoi, ed è all’asciutto che si nasconde l’inganno. Qui la bravura consiste nel restare con i pensieri dentro il campo fradicio, non uscire dalla partita neppure quando la partita si ferma, altrimenti si finisce come Stefano Pescosolido a Maceiò in Coppa Davis oppure come l’ucraino Medvedev al Roland-Garros in finale contro Agassi, avanti di due set, più giovane di quattro anni, più alto di tredici centimetri, eppure rimontato e sconfitto al ritorno in campo dopo la pausa.
Non sapremo mai come sarebbe finita se non fosse venuto a piovere. Non sapremo mai come si sarebbe piazzato Zarco con quelle gomme prima inadatte e poi provvidenziali. È che la pioggia te la devi sempre aspettare. Come diceva quel tipo disobbediente che passa per un pacifista, “la vita non è aspettare che passi la tempesta, la vita è imparare a ballare sotto la pioggia”.