Spagna e Kosovo non si parlano, ma si ouò giocare Spagna-Kosovo nel calcio

Ode al principio che esista Spagna-Kosovo

  La Spagna aspetta il Kosovo a Siviglia e allo stadio Sánchez Pizjuán suoneranno prima della partita l’inno di un Paese che il governo di Madrid non riconosce come indipendente. Miracoli che fa il calcio. Un certo calcio. L’articolo 25 del regolamento della Coppa Fifa impone un gesto che la politica non consentirebbe. Lo stato spagnolo non riconosce il Kosovo come Paese, parla di territorio, perché la sua autonomia dalla Serbia (2008) è autoproclamata. Come la Spagna si regolano un altro centinaio di Paesi, Madrid lo fa per non risvegliare gli autonomisti catalani e baschi. Il ministero degli Esteri non ha interferito. L’inno kosovaro nello stadio di Siviglia non implica un riconoscimento ufficiale. Eppure accade. Ieri il quotidiano ABC ricordava che solo due anni e mezzo fa, nel novembre del 2018, tredici kosovari parteciparono ai Mondiali di karate in Madrid sotto la bandiera della federazione internazionale e che nel 2019 la Spagna rinunciò a organizzare uno dei gironi degli Europei Under 17, per non dover ricevere il Kosovo. Le partite furono trasferite a Nyon, Madrid dovette farsi carico delle spese.

 

voci Agim Ademi presidente federale del Kosovo | «Cerco sempre di non confondere lo sport con la politica, ma non posso davvero permettere che qualcuno cerchi di sminuire cosa siamo perché a essere attaccati non sono stati solo i miei sentimenti, ma quelli di un’intera nazione, la mia. Il Kosovo è un paese riconosciuto dalla maggior parte dei paesi democratici del mondo e come tale anche dalla Uefa e dalla Fifa e credo che non dovremmo farci influenzare dagli approcci delle autorità statali, perché altrimenti non avrebbe senso giocare».

➣  È possibile separare nettamente lo sport dalla politica?

«Purtroppo, non è ancora così, soprattutto nei Balcani».

Quanto è servito il calcio per venire fuori più in fretta dalle macerie della guerra?

«Lo sport, in generale, e il calcio, in particolare, assieme all’istruzione hanno rappresentato forme diverse di resistenza della nostra nazione nei confronti della Serbia durante il periodo di occupazione durato dal 1990 al 1999». 

Quanto ci vorrà ancora per vedere la nazionale serba a Pristina o il Kosovo a Belgrado? «Per quanto mi riguarda, posso garantire che l’organizzazione di un’ipotetica amichevole a Pristina sarebbe in linea con i più alti standard. Sull’eventuale partita a Belgrado non so proprio cosa dire, perché l’aspetto politico è sempre presente nei Balcani, come abbiamo potuto constatare durante la partita tra la Serbia e l’Albania».

intervista di raffaele r. riverso, Tuttosport

 

  Ladislao J. Moñino su El País di stamattina racconta allora ai lettori spagnoli com’è il calcio in questo Paese dei Balcani che la FIFA e l’UEFA riconoscono tale dal 2016. Un campionato di 10 squadre, ma un posto – si legge – dove si vantano che i bambini ancora giocano a calcio per le strade. La tranquillità e la routine che il Kosovo vive a Siviglia non ha nulla a che fare con l’angoscia e la tensione vissuta dai suoi dirigenti quando a settembre 2016 si stavano preparando a giocare la loro prima partita ufficiale contro la Finlandia. A quel tempo, a poche ore dalla partita, non avevano abbastanza giocatori per il primo appuntamento ufficiale. Un’eccezione ha permesso a quelli che erano già stati in altre Nazionali di altri Paesi di giocare per il Kosovo delle loro origini. L’emigrazione forzata dei genitori – scrive il quotidiano spagnolo – ha fatto nascere la maggior parte dei giocatori in quei diversi paesi europei che li hanno accolti. Alcuni come l’attaccante della Lazio Vedat Muriqi sono stati testimoni diretti degli orrori della guerra

Muriqi racconta: «Ero un bambino e quando chiedevo da mangiare a mia madre, avevamo solo una cipolla e un po’ di pane. Ne mangiavamo tre volte al giorno. A volte le nostre famiglie bevevano del tè e ci davano dello zucchero. È stato così per quasi due anni. Dovevamo emigrare». Una partita di calcio per la strada, scrive El País, era un modo per ribellarsi e per rafforzare il sentimento nazionale. La doppia nazionalità, soprattutto albanese e svizzera, abbonda tra gli internazionali kosovari. Siamo sicuri che mescolarsi grandi e piccoli sia un impiccio? 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.