Gli adesivi del Super Bowl raccontano che l’anti-razzismo è stato abbandonato

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Kansas City Chiefs vs Philadelphia in versione II significa pure la riedizione del duello di testa fra Patrick Mahomes e Jalen Hurts. Quando accadde due anni fa per la prima volta, l’America parlò di rivoluzione. Non era mai successo che al Super Bowl i due quarterback fossero neri. L’ex Warren Moon segnalò che nell’America che offre agli afrodiscendenti un lavoro nella sanità ogni 10, nel giornalismo 8 su 100, negli studi legali e di architettura altri due punti in meno, i posti da quarterback titolare in 56 edizioni di Super Bowl erano stati fino a quel momento nove in tutto. Il decimo e l’undicesimo arrivarono insieme. Nel paese dove la percentuale di disoccupazione per gli afr0-americani è del 36 percento, quattro punti più alta della media nazionale, l’aggiornamento di Hurts e Mahomes poteva essere letto in due modi. Il primo parlava di un’arretratezza. Il secondo segnalava un progresso. Moon disse: «Non so se ci sia voluto più tempo di quanto pensassi, ma sapevo che alla fine sarebbe successo, che avremmo avuto due quarterback neri. Alcuni pensano che non sia significativo, io sono dovuto andare a giocare all’estero, quindi so qual è l’importanza di quel che accadrà. Adesso spero che non se ne debba parlare più, adesso spero che tutto sia compiuto, che sia tutto finito».


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12 FEBBRAIO 2023


Tutto finito fino a un certo punto. Mike Jones su The Athletic sottolinea che c’è molto meno clamore, certamente, i giornalisti alla vigilia della partita li hanno ricoperti di domande ma si è sentito a malapena parlare della storia degli afro-americani. Perché c’è stato un ripensamento nella società, perché si tratta di un obiettivo scontato, perché il quarterback ha ottenuto il suo scopo di essere considerato un quarterback che per caso è nero? Se fosse così sarebbe un trionfo. Jones non ci crede. Lo dice l’America intorno al super Bowl. 

Non dite a Williams o altri pionieri come Shack Harris, Vince Evans o Warren Moon che il duello di domenica non ha più importanza. Né a Tony Dungy, Brian Mitchell e innumerevoli altri eccezionali quarterback universitari che sono stati costretti a giocare in altre posizioni nella NFL. Non cercate di sminuire il momento per tutti i giovani quarterback che idolatrano Mahomes e Hurts.

Mahomes ha accennato che bisogna parlarne ancora, Hurts ha detto di essere consapevole di portare una torcia per tutti i quarterback neri che aspirano a diventare professionisti. Questa resa dei conti Hurts-Mahomes – scrive the Athletic – rappresenta allora una celebrazione del trionfo. L’uguaglianza razziale rimane un problema reale su altri fronti della lega. Hurts e Mahomes ricevono ancora critiche che hanno poco senso e possono avere sfumature razziste. Ma l’idea che i quarterback neri non potessero imparare a guidare attacchi sofisticati oppure a leggere complesse coperture difensive è andata a farsi benedire da tempo.

All’inizio della stagione 2024, 15 dei 32 quarterback titolari della lega erano neri. Tre dei quattro quarterback nelle finali di conference sono stati neri. Lamar Jackson era il grande candidato al titolo di MVP ed è diventato il primo quarterback nella storia a passare la palla per 4.000 yard e correre per 800 nella stessa stagione

Hanno brillato con altre cifre e altre statistiche anche Caleb Williams e Jayden Daniels. Sette dei 13 quarterback più pagati della lega sono neri. È altrove che bisogna guardare per cogliere il lascito della discriminazione. Secondo The Athletic c’è ora un netto contrasto tra il modo in cui la NFL vede i quarterback di colore e gli allenatori e i direttori generali. I quarterback sono ora pienamente accettati, la lotta è di chi aspira a fare l’allenatore o il dirigente. Qui si procede con un passo avanti e due indietro. Il numero di allenatori e dirigenti neri aumenta lentamente e poi crolla rapidamente. C’è ancora una certa esitazione tra i proprietari e i presidenti delle squadre nell’affidare a uomini neri la gestione delle squadre. E quando le squadre assumono una persona afro-discendente per uno di quei ruoli, quegli uomini non ricevono lo stesso sostegno incondizionato, lo stesso genere di investimento e la stessa pazienza degli allenatori bianchi

Il Wall Street Journal dice invece che Patrick Mahomes ha distrutto il football. È un paradosso di Andrew Beaton. Lo ha distrutto perché un gruppo crescente di giovani promesse si è accostato alla NFL guardando le sue giocate fuori copione pensando di poterle ripetere, per poi scoprire che il gioco non è così facile come Mahomes fa sembrare

Insomma: un altro di quelli che gioca senza sudare. Un Roger Federer. Lo guardi e dici: facile, ora prendo un campo per un’ora e lo faccio anch’io.

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 ▥  GLI ADESIVI MODIFICATI

Qualcosa non torna. Il diavolo si nasconde nei dettagli, qualche volta si nasconde anche negli adesivi. Negli ultimi anni, dopo l’omicidio di George Floyd, il Super Bowl ne aveva uno alla fine del campo, dietro le porte [sono porte?]. C’era scritto: End Racism. Adesso non più. Quest’anno la NFL ne ha scelto un altro che dice Choose Love. Scegliete l’amore. Fate l’amore non fate i razzisti. L’amore vince sempre sull’odio. Questo è il paese che amiamo. Make Amore Great Again. Candace Buckner, editorialista del Washington Post, ricorda che – ops – ma guarda: era stato Trump a convincere i suoi amici proprietari della NFL a non dare mai più un contratto a Colin Kapernick, e adesso c’è di nuovo Trump alla Casa Bianca, adesso che hanno cambiato gli adesivi. Forse il razzismo è finito, a quanto pare. E giusto in tempo per il Super Bowl – scrive – quando il presidente in carica, che dovrebbe prendersi una breve pausa dal ridimensionamento dei programmi di diversità, equità e inclusione, potrà godersi un po’ di football. Donald Trump, a quanto si dice, sarà ospite di Gayle Benson, il proprietario di una delle 11 squadre della lega che non hanno mai assunto un allenatore nero. Quindi, sì. Non c’è più bisogno di parlare di razzismo.

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 ▥  LA QUESTIONE DEL NOME DI KANSAS CITY

Ne ha scritto sullo stesso Post anche Kevin B. Blackistone dicendo che un adesivo con la scritta End Racism è un ossimoro rispetto ai Kansas City Chiefs. Blackistone ha scritto e prodotto un documentario dal titolo Imagining the Indian: The Fight Against Native American Mascoting e ricorda qui che il nome della squadra derivava dal soprannome di uno dei sindaci di Kansas City, H. Roe Bartle, detto The Chief perché aveva creato una tribù di indiani finti per i Boy Scout, i Mic-O-Say, incaricati di entrare nei boschi durante le sessioni dei loro raduni. Fondamentalmente – scrive – recitavano la parte degli indiani. La NFL e Kansas City sanno che si tratta di un nome offensivo tanto quanto il nome e il logo della vecchia squadra di Washington, che il nuovo proprietario Josh Harris ha ribadito di non voler non far rivivere. Di sicuro, la franchigia di Kansas City ha ripulito parte della sua teatralità, proprio come Washington ha modificato il linguaggio inventato degli indiani d’America dal suo inno di battaglia e ha gradualmente smesso di vestire le sue cheerleader come si pensava vestissero le donne indiane d’America. Dalla stagione 2020, Kansas City ha vietato ai tifosi di indossare copricapi alle partite, il che sarebbe come negare ai tifosi di una squadra chiamata “Jews” di indossare la kippah. Kansas City ha anche stabilito che i suoi tifosi non possono più assistere alle partite dipingendosi la faccia, una pratica non diversa dal Blackface. La squadra non ha più un cavallo chiamato “Warpaint”, cavalcato negli anni ’60 da un uomo che indossava un copricapo di piume degli indiani delle pianure, considerato sacro, e in seguito da una cheerleader; un cavallo che galoppa verso la fine del campo dopo ogni touchdown di Kansas City. Ma il nome della squadra e il suo logo a forma di punta di freccia sono rimasti uguali, e i tifosi continuano a fare quel gesto incessante chiamato tomahawk chop

 

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