La voglia di Giro che ha Pinot 

La voglia di Giro che ha Pinot 

 

  Thibaut Pinot è stato due volte al Giro. Nel 2017 chiuse al quarto posto vincendo la penultima tappa di Asiago. Stava preparando il Tour, che non finì. Nel 2018 si ritirò invece dal Giro. Quest’anno ritorna in Italia, rinunciando alla corsa di casa. Ne ha parlato stamattina in una lunghissima intervista con Alexandre Roos, talentuosissima firma de l’Équipe (diceva Gianni Mura: I suoi pezzi danno il succo della corsa ma sono pieni di rimandi, giochi di parole, incastri, con frequente ricorso all’argot e ricordano un po’ il Quéneau di Zazie e il Dard di Sanantonio).

Pinot parla sia della scelta italiana sia dei prodotti che ancora girano in gruppo, raccontando la sua idiosincrasia per il ricorso ai farmaci. 

«Un ragazzo che ha una TUE, una esenzione a fini terapeutici, non ha nulla a che fare con la bicicletta. Non è adatto per correre. Non capisco i ragazzi che vanno in bici con il cortisone. Perché i corridori continuano a gettare le bottiglie da una tasca e nell’altra tengono le fiale di chetoni?». 

Un Pinot maturo, lucido, malizioso e toccante, così lo descrive Roos (se ho tradotto bene al volo). 

«C’è qualcosa che mi attrae al Giro – dice – penso di averne bisogno per riprendermi. La mia decisione è stata presa prima ancora che conoscessi il tracciato del Tour, ma ha confermato la mia scelta. Non volevo andare per ritirarmi di nuovo, l’ho già sperimentato troppe volte. Lasciare e stare a casa due settimane quando c’è il Tour: non volevo riviverlo. Un altro fallimento sarebbe stato troppo per me. Mi prendo una pausa come nel 2018 e quest’estate andrò in visita, forse mi mancherà, ma ci sono delle volte in cui vuoi una cosa, il giorno dopo ne vuoi un’altra. Non si può sempre spiegare tutto. Quando vedo il percorso del Tour, non vedo davvero cosa avrei potuto sperare. Se le cose invece andranno molto bene al Giro, si riparte, rimettiamo in moto la macchina. Ma per ora non penso nemmeno ai Grandi Giri, casomai a come e dove riprendere la competizione».

Quando il discorso si sposta sulle terapie dopo gli infortuni che ha subito, Pinot dice: «Infiltrazioni? Eticamente, sono sempre stato contrario. Ne ho fatte in un periodo lontano dalle corse, in pieno inverno. Non l’avrei mai fatto durante una gara. Era davvero per guarire.  Quando fai un’infiltrazione o usi il cortisone, gli effetti durano per almeno tre settimane. Alcuni lo prendono prima delle gare? Io sono l’esatto contrario di tutto questo, credo che esista ancora un ciclismo a due velocità. Avevo grandi speranze in David Lappartient presidente dell’UCI. Pensavo fosse una specie di carrarmato. Probabilmente è tutto più complicato del previsto, non lo so».

Pinot pare confessare un certo sconforto. «Parnarne con le autorità? Non ho potere, sono il piccolo pezzo di un puzzle. Questo non mi ha impedito di fare buoni risultati, sono orgoglioso del mio cammino. Preferisco non pensarci troppo. Prendiamo i chetoni. Dicono che facciano dimagrire. Ma la parte più difficile delle corse in bici non è farsi sei o sette ore in sella, è proprio il peso, dimagrire mantenendo la potenza e la forza. Alcuni studi dicono che con i chetoni si dimagrisce, se è così si tratta già di una cosa enorme. Alcuni corridori vengono contattati su Instagram per comprarne».

Pinot racconta che l’ultimo controllo antidoping al quale è stato sottoposto risale ad agosto. «Prima del Tour. Stavo giocando a bocce con i miei vicini, verso le 20. Da allora nessun controllo a sorpresa. Questa cosa preoccupa. Spero che altri corridori siano stati controllati più spesso di me». 

E comunque.

Pinot gioca a bocce coi vicini.

 

(solo per dirvi le battaglie: il correttore testi aveva cambiato dualismi in dialisi)

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