DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA
Kvaradona se ne va
È sempre più breve il tempo in cui gli idoli stanno al mondo, o meglio il tempo nel quale stanno fermi allo stesso posto. Sono come le nuvole di De André, vanno, vengono, ogni tanto si fermano e quando si fermano sono nere come il corvo. Nero come il corvo è diventato Kvicha Kvaratskhelia a Napoli da un po’, da quando i suoi agenti hanno realizzato che altrove si possono guadagnare più milioni dei sei a cui può spingersi l’attuale datore di lavoro. Ne vogliono otto, ne vogliono nove, ne vogliono nove più bonus. Se altrove c’è chi glieli dà, un agente ha il potere di trasformare un calciatore sorridente in un corvo nero.
Era rosso il corvo al quale Jeremiah Johnson-Robert Redford non avrebbe concesso il suo scalpo nel film di Sydney Pollack. Se il corvo è nero non c’è rimedio. Lo scalpo te lo fa. Antonio Conte conosce il suo mondo, sa bene cosa è diventato. Per dir di sì a De Laurentiis aveva chiesto la conferma di KK, ora deve aver capito anche lui che tutto si consuma, tutto sembra un film da girare troppo in fretta [questi sono gli Homo Sapiens, 1977]
PERCHÉ ORA
Gli addii si consumano ormai quasi tutti allo stesso modo. Il primo giorno gira una voce che spiazza. Lui? Se ne va? Impossibile. Il terzo giorno sta facendo le visite mediche. Il Napoli non era arretrato in estate neppure di fronte ai capricci per procura degli agenti di Di Lorenzo, per non dar l’idea a Conte che l’orizzonte fosse un altro ristorante da 10 euro.
D’altra parte va riconosciuta a De Laurentiis la capacità eretica di aver tenuto Hamsik per undici anni e mezzo, Insigne per dieci [ua’ Insigne, ve lo ricordate Insigne?], Mertens per nove. Koulibaly per otto, Callejón per sette. Quando ha venduto una stella in fretta, è stato dopo almeno un triennio come con Cavani o cinque anni come con Lavezzi.
Per questo sembra un paradosso, e può stupire, che gli eroi di uno scudetto storico quanto il primo del 1987 siano diventate come candele. Kim si è sciolto in un battibaleno ed è partito per la Baviera. La maschera pulcinellesca di Osimhen è andata a fare Zorro in Turchia in attesa di qualcosa all’altezza del contratto che i suoi agenti sognano. Adesso Kvicha a Paris. Dove potremmo scoprirli a cantare che Kvaradona è mmeglio ‘e Mbappé. Del resto, se a una squadra al completo gli dici che se ne deve andare [«via, tutti via, piazza pulita» la voce del popolo qualche mese fa], la squadra ti ascolta e si organizza.
“Se il Napoli e Antonio Conte sono pronti a cedere Kvicha Kvaratskhelia è anche perché si sta rivelando meno decisivo di prima, soprattutto di fronte all’emergere del brasiliano David Neres. Il che rende il suo approdo al PSG più possibile rispetto alla scorsa estate” spiega Vincent Duluc ai lettori de L’Équipe.
“Kvaratskhelia – continua – rimarrà sempre un giocatore leggendario del Napoli, uno degli eroi della stagione scudetto, nel 2022-2023, il primo scudetto del club in trentatré anni e gli anni di Maradona. Ma diciotto mesi dopo la sua partenza non provocherà la stessa rivolta. Come gli altri, anche a lui si deve la disastrosa stagione scorsa, con il decimo posto in Serie A a 41 punti dall’Inter, e senza qualificazione europea”.
DIEGO. ANCORA?
Può darsi. In effetti non ci fu alcuna rivolta neppure quando partì Diego. Se ne era andato molte volte, prima di andarsene davvero. Accadde nell’estate in cui pescava i dorados e non voleva tornare. Quell’altra volta che se ne partì di notte e da solo, poco dopo aver fatto una pipì che lo metteva nei guai. Infine davvero partì con la forza di un certificato medico verso Siviglia, Ferlaino lo chiamò un esproprio della FIFA, quando tentò di fermarlo gli misero una mano sulla spalla e gli dissero el tren ha salido, lascia stare, il treno è partito.
A Napoli nel frattempo nessuno più pensava che Diego sarebbe davvero tornato. Adesso che c’è un murale, forse due, forse tre, adesso che la religione pagana ha il suo Vaticano ai Quartieri spagnoli, si fa fatica a ricordare che il San Paolo fischiò anche Lui, in un pomeriggio di luce bassa, mentre usciva dal San Paolo camminando sul prato senza scarpe, le teneva in mano, la partita con il Pisa sarebbe finita 0-0 e quel giorno era finita pure la pazienza.
Quando un amore se ne va, quasi sempre l’amore se n’è già andato. Kvara è a 5 gol e 3 assist a metà campionato, dopo i 12+13 assist del 2022-2023, gli 11 +8 del 2023-2024. Ma la sua stagione si divide in due parti dissimili: a settembre era ancora il giocatore del mese per la Lega serie A, col tempo nel sistema di Conte è diventato rimpiazzabile da David Neres. Come scrive L’Équipe, tanto attivismo del Napoli sul mercato è il segno di soldi in arrivo.
IL RISCHIO
Monica Scozzafava sul Corriere della sera lo chiama un rischio calcolato. “Privarsi a gennaio di un giocatore di innegabile talento, nonostante il calo di rendimento degli ultimi mesi, ha un prezzo. E forse anche un rischio per una squadra che, numeri alla mano, è legittimamente in corsa per il titolo. Ma ci sono i momenti giusti, le condizioni propizie a rendere questa operazione la migliore possibile. Il mal di pancia — «vado-non vado» — di Kvara dall’estate scorsa non è passato nonostante la cura Conte, che per lui si era esposto fino a porlo come condizione per accettare la panchina. Conte ci ha creduto, lo ha aspettato, ne ha anche assecondato i malumori. Lo ha incoraggiato. Poi probabilmente ha metabolizzato la volontà di Kvara di voler stare da un’altra parte. E al club ha detto la sua, ha spinto perché rinnovasse il contratto ma le cifre richieste anche a lui erano parse eccessive. Un gol in 11 gare è nulla, l’affaticamento muscolare non meglio diagnosticato delle ultime settimane induce a pensar male. Cedere Kvara a gennaio a queste cifre significa non rischiare a giugno, dimostra di non aver ceduto alle pressioni degli agenti (la vicenda Osimhen qualcosa ha detto). Farne a meno però implica un impoverimento, e serve un investimento. Conte non vuole rimpianti: vendere per acquistare. Sostituire e migliorare”.

IL LIBERISMO
Questo è il Codice del calcio contemporaneo. È un Codice che parla la lingua della finanza. Da qualche parte deve essere rimasto imbrigliato tutto il resto. Quella cosa antica che chiamavamo sentimento. Prima di trasformarsi in un contabile dell’indennizzo e dell’ammortamento, quando un giocatore partiva il tifoso si dispiaceva. Come ha scritto Gabriele Romagnoli qualche mese fa su Repubblica, quando il Manchester United ha portato via l’allenatore allo Sporting durante la stagione. “E se domani il Saudi Newcastle scippasse Conte al Napoli mentre la città già apparecchia il quarto banchetto? Ci vuole sempre un trauma personale per accorgersi di come va il mondo. E noi che non ne siamo padroni, possiamo soltanto affidarci alla giustizia del destino, detta anche karma”.
Non è Conte, ma è Kvicha. Il ragazzo per il quale il conio della fantasia aveva inventato Kvaradona e Kvaravaggio.
Generazione Kvaratskhelia si è detto nella primavera del ‘23 per lo scudetto del calcio, ma non solo per quello. Il ragazzo venuto dalla Georgia prestava la faccia a una rivoluzione che attraversava turismo e cultura, era un pezzetto di una nuova mitografia della città, in mezzo al ciclo di Elena Ferrante, Mare Fuori, il rinnovamento della scena musicale.
Per un milione e duecentomila abitanti di Napoli e provincia, Kvara è stato l’eroe del primo scudetto, non del terzo. Sono il milione e 200mila Under-30 che Maradona non l’ha visto mai. Né lui né l’intero apparato di icone degli Anni Ottanta, vissuto per sentito dire. Le hanno viste su YouTube. Sono cresciuti con la voce dei nonni e dei padri che raccontavano e idealizzavano una meravigliosa città lontana, irraggiungibile. Tornano a casa con il biglietto per il concerto dei Coldplay al San Paolo e si sentono dire tu non sai Pino Daniele. Ridono con una stand-up comedy e si trovano in faccia le battute di Massimo Troisi. Hanno gridato gol con Mertens e sono stati compatiti perché Diego, Diego, tu non sai che faceva Diego.
La colpa degli Under-30 napoletani era non aver visto dal vivo le facce dipinte sui murales, i pastori messi sul presepe. Con Kvicha ne avevano finalmente uno, loro che hanno portato la città fuori dal suo isolamento. Ne conoscono radici e tradizioni, sanno le parole di ‘O Sole Mio ma guardano le serie in inglese. Partono, vanno a studiare e lavorare all’estero, non emigrano. Riescono finanche a mangiare il sushi, senza lamentarsi che non si trovano i friarielli.
Di tutto questo è stato il simbolo Kvaratskhelia, con quella sua faccia da studente greco di ingegneria anni ‘70, al Politecnico di piazzale Tecchio, di fronte allo stadio. Ma questo è il tempo breve della stagione degli eroi. Tropico è un altro dei neo-eletti della canzone che viene da Napoli. Ha infilato il nome di Kvicha in un pezzo del suo disco. “E fuori la Certosa quante sigarette, quante discussioni ma hai ragione tu / La vita, il vino, Paolo Sorrentino, il mare che è vicino, l’anima che è blu / E qui sono le sette e sette come Kvaratskhelia / Sento il diavolo lungo la schiena”
La canzone si chiama Che mme lassato ‘a ffà. Significa: a cosa è servito lasciarsi. Dice: “Vaje fujenno ma nun te scurdà e me. ‘Na bugia pe nun me scurdà maje e te”. Scappi ma non dimenticarmi. Una bugia per non dimenticarti.