Il rito della Dakar

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  Il fatto più o meno è questo. Mentre Sébastien Loeb proverà a vincere la Dakar per la prima volta dopo otto vendemmie senza vino, Nasser al-Attiyah spera di riprendersi il titolo da Carlos Sainz padre, vincitore l’anno scorso, per battere il record di vittorie di tappa al leggendario rally-raid. Questa è la sintesi a cura de L’Équipe, dove stamattina Jérôme Bourret da Bisha scrive che ci sono una buona notizia e una cattiva notizia per i protagonisti della corsa. La buona notizia è che Sébastien Loeb ha una Dacia Sandrider che gli permetterà di lottare per la vittoria. La cattiva notizia è che Nasser al-Attiyah ha la stessa macchina. È quindi attraverso la regolarità, la guida e la navigazione che si farà la differenza

Una volta Ari Vatanen ha detto di amare la Dakar perché ti fa percepire quanto sei piccolo nel mondo. Vedi quei granelli di sabbia nel deserto? Siamo così. Forse siamo pure messi peggio, perché i granelli di sabbia se ne stanno appiccicati uno sull’altro, mentre Hubert Auriol raccontava che l’Africa me la sono fatta praticamente da solo e questo più che un merito è un guaio, il più grosso guaio che possa capitare a chi corre una Parigi-Dakar. Quando vai una volta alla Dakar, vuoi tornarci, spiegava Miki Biasion, mentre Jacky Ickx l’ha chiamata un’esperienza che cambia la vita perché il suo inventore Thierry Sabine ha insegnato ad alzare lo sguardo, a guardare oltre e a vedere le persone dimenticate. Se sei capace di vedere gli invisibili, allora la tua mente si apre. Percepisci che c’è un mondo più grande al di fuori dei binari prestabiliti. Abbiamo passato nottate nel deserto, mangiato sabbia. Alla Dakar non puoi ingannare te stesso

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Questo è il quadro storico della Dakar, dentro il quale la Dacia è venuta a rompere i codici di un ambiente molto maschile, mettendo la francese Tiphanie Isnard a capo della squadra e allineando la spagnola Cristina Gutierrez come compagna di squadra di Loeb e Al-Attiyah. Isnard è nata a Sisteron e racconta di quando si addormentava con il rumore delle auto che sfrecciavano lungo le tappe speciali del rally di Monte-Carlo sulle montagne vicine. Il suo rumore bianco. «Mio nonno veniva a prendermi dopo la scuola per andare a vedere la corsa. I miei genitori non erano appassionati di motori. Non lo sapevano. Ne vennero a conoscenza molto tardi, leggendo un’intervista». Dopo aver intrapreso gli studi di architettura, nel 2005 si è orientata verso un master in gestione dello sport. È stata la responsabile della logistica del programma Citroën Junior. Ha sciato e giocato a basket. Un giorno ha incontrato Daniel Elena nel retro di un camion che cercava di fumare di nascosto una sigaretta. Era il copilota campione del mondo e le chiese di unirsi alla sua agenzia di eventi, di supporto sportivo e logistico al mondo dei motori. Adesso è qua, come Cristina Gutierrez che si è data per modello Jutta Kleinschmidt, la tedesca che nel 2001 batté gli uomini. Figlia di un appassionato di corse e originaria di Burgos, Gutierrez ha ereditato la passione di papà e l’ha portata prima sui kart e poi nei rally fuoristrada. Ha fatto la prima Dakar nel gennaio 2017 al volante di una 4×4 mentre studiava odontoiatria.

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UN BEL GIRETTO DI PAROLE DOPPIATE

La Dakar nell’archivio di Slalom

 

C’era una volta a Dakar

12 GENNAIO 2020

Alessandro Pasini sul Corriere della sera una volta ha scritto che la Dakar funziona così: si corre, si rischia, si sogna, si vivono esperienze straordinarie, si compiono imprese eccezionali, si misura se stessi e a volte, purtroppo, si muore. Quando succede, i sopravvissuti si dispiacciono, qualcuno prega, poi tutti ripartono senza guardarsi indietro. lo show che deve continuare e tutto il solito genere di retorica che divide il mondo in due tra quelli che la Dakar la amano e quelli che la odiano. Chi c’è stato è solito dirti che non la potrai mai capire senza andarci. Chi non c’è mai andato, appunto, non capisce, critica, parla di follia. O così o così, insomma. Vie di mezzo non esistono, come nel deserto.  [TUTTO QUI]

 

Correre la Dakar con l’air bag

2 GENNAIO 2021

L’Arabia Saudita ha chiuso i suoi confini di terra e di mare, ha sospeso i voli internazionali, ma ha fatto entrare le macchine e le moto della Dakar, che per il secondo anno di fila si corre nel suo deserto. L’organizzazione ha noleggiato dei charter per portare il carrozzone tra le dune ma il covid non ha fermato l’avventura. Dopo 48 ore in isolamento e un secondo test PCR dopo quello prima della partenza, i negativi sono stati autorizzati a raggiungere lo stadio King-Abdallah, sulle rive del Mar Rosso. [TUTTO QUI]

 

Che succede a Dakar mentre parte la Dakar

28 DICEMBRE 2022

È la corsa con la più grossa disparità tra l’attesa e l’epilogo. Anche quest’anno il rito è assolto. Sappiamo tutto della sua partenza, non ne parliamo se si presenta Renato Pozzetto, o Claude Brasseur. Ha il merito di cadere nei giorni senza calcio e con le redazioni in ferie, domani che facciamo, la Dakar. Se fosse in calendario a novembre, vivrebbe nelle ristrettezze di una breve come la Vendée Globe. Memorizziamo all’arrivo un pugno di nomi a malapena, i vincitori, e li dimentichiamo presto. In mezzo c’è il niente, salvo tragedie. [TUTTO QUI]

 

La Dakar più estrema di sempre

4 GENNAIO 2024

Gli altoparlanti delle moschee si fanno sentire dieci minuti prima delle sei del mattino, quando il sole non è ancora alto. È uno dei richiami alla preghiera, un’eco che arriva dai templi lontani. L’area archeologica di Al-Ula se ne sta sdraiata in mezzo a rocce dalle sagome assurde, primo patrimonio dell’umanità battezzato dall’Unesco in Arabia Saudita. [TUTTO QUI]

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