Un film è un sogno
Quando non è un documentario
Ingmar Bergman
la docu serie su netflix
Quale Michael Jordan ci viene raccontato
I primi due episodi di The Last Dance
La prima volta che si vede Michael Jordan, Michael Jordan non si vede.
È di schiena. Ci dà le spalle. Senza il numero 23.
È seduto davanti a una vetrata.
Sta guardando fuori, sta guardando la sua vita passare.
Ma soprattutto.
La prima volta che si vede Michael Jordan, Michael Jordan è solo.
The Last Dance mette in scena nel primo fotogramma la sua anima doppia. Parla dell’impresa di una squadra, celebra un gruppo ma sta per raccontare le vite di uomini ciascuno solo a modo suo.
Il più solo di tutti è quello che nei giorni precedenti l’uscita della docuserie, ha consegnato al mondo una dichiarazione chiave, una frase che si candida a essere la sua seconda più celebre: «The Last Dance mi farà sembrare una persona orribile, ma dovete capire il perché delle mie azioni». Al primo posto, insuperabile, rimarrà quella dei novemila tiri sbagliati, le trecento partite perse e i ventisei tiri decisivi che non sono entrati. «Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto».
La cocaina – C’è una prima solitudine di Jordan che è virtuosa e scelta. Da rookie non si aggrega ai festini dei senatori nelle camere d’hotel, quando i Bulls sono definiti “un circo itinerante di cocaina”. Ce n’è una seconda più malmostosa e subita. Gliela infligge Scottie Pippen, il suo gemello, la sua spalla, la sua sponda, il suo Robin, quando molla i Bulls per la frustrazione di un lavoro mal pagato e per aver scoperto di essere cedibile come gli altri. Il Jordan del documentario disponibile in Italia da ieri mattina su Netflix è un “re nudo” per l’Équipe. È un re perché nei primi due episodi viene paragonato dagli intervistati a Babe Ruth, Muhammad Ali, al pifferaio magico (da David Stern), a Dio (da Larry Bird).
È nudo perché lo vediamo fare il bullo, non il Bull, con l’odiato general manager Krause, negare autografi a chi lo adora, prendere a pugni il compagno di squadra Steve Kerr, intimidire un arbitro, entrare in competizione con il fratello Larry per conquistarsi le attenzioni del papà, giocare a golf con un boss della droga. Secondo il Chicago Tribune la novità del documentario consiste nel mostrare i successi di un campione “più impressionanti quando viene mostrato che è umano, capace di ferire ed essere ferito. A volte è addirittura meschino e non si scusa”.
Jordan ha impiegato 20 anni per dare il permesso alla diffusione delle immagini girate nel 1997-98 dalla troupe autorizzata a riprendere il backstage del sesto anello, con la consapevolezza che sarebbe stata the last dance (© Phil Jackson) di una squadra paragonata ai Beatles. Jordan ha posto una condizione: che fosse una docu serie su tutti, non su di lui. Centosei interviste, 26 ore di montaggio. Ogni episodio ha un sotto-protagonista e queste 10 puntate da 40-45 minuti l’una si sono prestate al rilievo del New York Times: “Una storia che non meritava di essere lunga quanto il Decalogo di Krzysztof Kieslowski”. Ma certo Kieslowski non ha come cameo due inquilini della Casa Bianca: Bill Clinton, intervenuto nel ruolo di ex governatore dell’Arkansas per parlare di Scottie Pippen, che giocava nel suo Stato prima di arrivare in NBA; e Barack Obama, presentato nel sottopancia come “ex cittadino di Chicago”, felice di dire che all’epoca era così spiantato da non avere i soldi per comprare i biglietti.
Non aveva soldi il giovane Jordan per spedire dal college le lettere a sua madre («Mandami i francobolli»). Non aveva soldi la famiglia Pippen, con padre e fratello su sedia a rotelle, i ragazzi che giocano a canestro nel cortile della nonna, ma «non sapevamo neppure di essere poveri» (Billy Pippen).
Il regista Jason Hehir conosce il genere. Perciò Jordan dice che vincere ha un prezzo e che la leadership ha un prezzo, The Last Dance prova a prendere la scia dei grandi documentari sulla condanna dei campioni a non sentirsi mai fino in fondo compresi, e dunque soli. Hehir ha detto che Jordan è stato uno degli ultimi campioni a non dover cercare l’assembrato consenso dei followers e dei like.
Pochi giorni fa Kapadia ricordava al Guardian che la sua scena preferita nell’ultimo documentario su Maradona è quella in cui Diego fissa il vuoto per un tempo che pare eterno, alla festa di Natale del Napoli. «Quando sono arrivato, c’erano 85mila persone. Quando sono andato via, ero da solo» gli dice Maradona. Era sconsolato allo stesso modo il suo Senna, per Pietro Masciullo di Sentieri Selvaggi “un personaggio herzoghiano”, con “gli occhi di un uomo a volte tanto impaurito da se stesso”.
È Werner Herzog un documentarista dalle idee chiare sulla natura dei soggetti più interessanti. «La solitudine. Sono sempre stato affascinato dai personaggi solitari» ha detto a Minima & Moralia un mese fa, «ed è anche difficile per me fare una distinzione fra finzione e documentario» (a Doppio Zero nel 2016). Solo e ossessionato è il Mennea Segreto di Emanuela Audisio (2014), sola e complessa è la Maria Sharapova di The Point (2017), e ancora Alex Honnold in Free Solo, oppure per uscire dall’ambito sportivo la Lady Gaga di Five Foot Two (2017), il Roberto Bolle di Questa notte mi ha aperto gli occhi, il Lil Peep di Everybody’s Everything.
È questa allora la chiave da cercare in The Last Dance, soprattutto in un momento come quello attuale, già pieno di immagini di sport che vengono dagli archivi e dal passato. Come ci si può emozionare, altrimenti, di fronte a qualcosa di prevedibile, se non di previsto, o addirittura di noto. The Last Dance non è When We Were Kings. Ma non lo è nemmeno per escursione nella nostalgia. Massimo Basile su la Repubblica ha scritto che “è qualcosa di più di un metadone collettivo: è una costruzione epica, che dovrà convincere gli americani ad amare non solo il campione, ma la sua crudeltà”. In America il Washington Post ha parlato con Hehir: «Spero che la serie riesca a mostrare quanto costi a un corpo e un’anima mantenere il livello dell’eccellenza».
Il New York Times ha trovato “irritante” la struttura e “la timeline che ci porta avanti e indietro dal 1997-98 senza mai lasciarci in pace a lungo in un posto solo”. La recensione è complessivamente una stroncatura. “Non c’è una grande idea in questa serie. Non ha una grande domanda da porci. Non c’è una riflessione su come Jordan ha cambiato questo sport. Non è un lavoro che indaga sulla mentalità culturale o la storia razziale del Paese. Non è O.J.: Made in America. Jordan non è mai stato una figura paragonabile a quelle imponenti di Ali, Simpson, Michael Jackson oppure Obana. Non sappiamo niente del matrimonio di Jordan e dei suoi figli, ma più di una volta la serie ci mostra che il bambino è lui”.
Hai detto niente.
E comunque al minuto 42 e 40 secondi dell’episodio I si vede Michael Jordan nella sua versione da Michael Jordan, nella sua espressione iconica, la lingua fuori dalla bocca mentre tira. «Vincere», dice nel settimo episodio quasi in lacrime. «Se devo farlo da solo, lo farò».