L’ultimo tratto di strada con i fratelli Mundial
Come fratelli. Paolo Rossi ha fatto l’ultimo tratto di strada per le vie della sua Vicenza sulle spalle di Cabrini, Antognoni, Gentile, Tardelli, Conti, tutti vicini come al Mundial e tutti intorno a suo figlio Alessandro dopo il funerale nel Duomo, dopo l’omelia di don Pierangelo Ruaro che ha citato una Coverciano nel cielo. Sulla bara di Rossi una maglia azzurra numero 20 e una sciarpa del Vicenza, che ieri ha vinto a Pescara. I suoi due grandi amori. Nel pomeriggio Rossi è arrivato al cimitero di Perugia per un omaggio della città dove giocò per un anno.
Alberta Mantovani sul Giornale di Vicenza ha un ricordo personale che descrive il non-mito di Pablito. “Non hai mai permesso che il personaggio prendesse il sopravvento su Paolo. Mai. Quel mitico mondiale di Spagna ’82 ti diede fama planetaria, cercato da tutti, voluto da tutti. Tornasti in Italia osannato come Pablito. Vicenza venne invasa da giornalisti da tutto il mondo. Nel mio piccolo c’ero pure io, da poco arrivata a scrivere per la Gazzetta dello Sport. Fu davvero una “caccia” per riuscire a trovarti, a parlarti. Niente. Ricordo come fosse oggi: vuoi vedere che è a fare colazione come sempre al Piccolo Bar? E infatti eri là, tranquillo, seduto al banco. Ti dissi: Ma Paolo ti cerca il mondo e tu sei qui come se niente fosse? E tu: e dove volevi che fossi se non a fare colazione al solito posto?”.
Emanuela Audisio su Repubblica ha scritto: “Verrebbe da dire: guardatelo questo addio per capire cos’è lo sport, un gioco di squadra come la vita, per decifrare cos’è stato il calcio e quella Nazionale, una famiglia dove ci si aiuta, per comprendere come si possano costruire affetti, innamorarsi, separarsi, risposarsi, senza perdere il sentimento di un viaggio comune. E come allora fosse possibile, con un fisico scarno, partire da una parrocchia per arrivare in cima al mondo”.
Aldo Cazzullo sul Corriere della sera: “Oggi abbiamo finalmente capito perché l’Italia vinse il Mondiale del 1982. se è vero che a ogni funerale ognuno piange anche la propria morte, al funerale di Paolo Rossi non solo i ragazzi dell’82, ma pure noi abbiamo perso qualcuno e qualcosa: una persona cara, e una parte di noi stessi”.
Questo legame forte del gruppo di Bearzot è un elemento che sottolinea pure Oscar Eleni sul Giornale, quando scrive che “l’urlo di Tardelli non era una recita per poter poi vendere l’immagine a qualcuno, era proprio lui, quel canto libero dove tutti si abbracciavano e nessuno allontanava i compagni, persino quello che ti aveva fatto il passaggio vincente, per poter recitare da soli, ringraziando chi stava fuori a curare i tuoi interessi, magari per non sentirsi sgridare se credevi più nella squadra”.
parole Il Rossi di Baggio ➣ Rossi&Baggio, due Palloni d’oro uniti da Vicenza: come lo spiega? «Resta un mistero unico al mondo. Ne abbiamo riso spesso con Paolo: abbiamo concluso che il segreto è la familiarità, che qui viene prima della popolarità. Abbiamo potuto restare semplici, conservare gli amici, avere una famiglia, sentirci sempre a casa, tenere la giusta dimensione. Il Pallone d’oro si vince se non si smette il dialetto».
➣ Cosa aveva di speciale? «Ricordava l’amore materno. Commuoveva. Credo che questo sia dipeso dalla sua sostanza, che è stata sempre l’umanità». Cosa rappresenta la sua morte? «La fine di quel nostro calcio. Il congedo fisico dall’amico che più mi ha ispirato. Non parlo dei trionfi pubblici, penso agli angoli bui della vita autentica. È l’umanità a fare la differenza».
➣ Le ha mai chiesto del suo rigore a Usa 1994? «No, Paolo è stato un uomo molto intelligente. Sapeva che io, dopo 26 anni, quando vado a letto tante volte penso ancora a quel rigore. Fin da bambino sognavo di giocare una finale Italia-Brasile. La sorte me l’ha offerta, concedendomi però solo l’impercettibile confine tra la felicità e la disperazione. Paolo è stato un fratello: non c’era bisogno di parole per spiegare le ragioni di un evento atroce e decisivo».
intervista di giampaolo visetti, la Repubblica
Bruno Bartolozzi sul Corriere dello sport-Stadio riflette su questi giorni di lutto globale per due icone del calcio. “Tutto il cammino della storia dell’uomo è sempre stato lastricato di macerie ma, scriveva un grande pensatore, era il colpo d’occhio di un Angelo che, nella tempesta, volava verso il futuro. La scomparsa di Maradona con i crudi particolari delle ultime ore e la vita “per la morte” degli ultimi istanti di Paolo Rossi oggi sentenziano che i nostri eroi non sopravvivono. Tramonta l’idea portante della nostra civiltà: non c’è speranza in grado di cancellare la morte. La nostra ricerca di senso, in questo anno feroce, si è imbattuta in un angoscioso limite che non sappiamo gestire. Un abisso dal quale abbiamo pensato di fuggire nei secoli con la religione, con le ideologie, con l’edonismo e infine con la tecnica che però si è rotta nelle nostre mani, proprio con il Covid. E allora? Il nostro attuale rifugio torna ad essere la memoria che può vivere anche involontariamente nel tempo perduto della felicità. Lo sport e le gesta dei campioni, nella riscoperta di questo tesoro, hanno un ruolo decisivo. Come furono i miti per i Greci, un popolo che seppe convivere con la morte, tanto da farne l’essenza dell’uomo. Alla fine di questo 2020 ci siamo svegliati tutti un po’ più Greci”.
Però nel giorno del funerale, qualcuno ha svaligiato la casa di Rossi a Bucine, nella campagna toscana. Hanno portato via un orologio e dei soldi. A proposito del Paese che ha facce inconfondibili.