voci Un intimo Zlatan per la campagna marketing del suo nuovo libro
➣ Zlatan Ibrahimovic, lei in quale lingua pensa? «Dipende. In campo, mai in svedese: è una lingua troppo gentile, e in campo serve cattiveria. Così penso in slavo. Qualche volta in inglese e in italiano. Però in famiglia facciamo cose svedesi».
➣ Tipo? «Ci togliamo le scarpe prima di entrare in casa, restiamo con le calze. Non abbiamo personale di servizio: c’è una signora per le pulizie, il resto lo facciamo tutto da noi».
➣ Ma si sente svedese? «Sono svedese, ma sono anche un mix: mia madre è croata e cattolica, mio padre bosniaco e musulmano, ho vissuto la maggior parte della mia carriera in Italia…».
➣ Lei crede in Dio? «No. Credo solo in me stesso».
➣ Non crede neppure nell’Aldilà? «No. La vita è questa. Quando sei morto, sei morto. Non so neppure se voglio un funerale o una tomba, un posto dove far soffrire chi mi ha voluto bene».
➣ A che età ha fatto l’amore per la prima volta? «A diciassette anni. Perché a diciassette anni per la prima volta sono uscito dal ghetto di Malmoe e sono andato in centro. Solo allora ho scoperto le svedesi come voi le immaginate: bionde, libere. Nel ghetto le ragazze avevano i capelli corti e il velo».
➣ Come ricorda la guerra in Jugoslavia? «Mio padre ne soffriva tantissimo. Ogni giorno arrivava la notizia della morte di una persona che conosceva. Lui aiutava i rifugiati. Però cercava di tenermi al riparo. Ha sempre tentato di proteggermi. Quando morì sua sorella, in Svezia, non mi lasciò andare all’obitorio. Però, quando è morto mio fratello Sapko, di leucemia, io c’ero. E mio fratello mi ha aspettato, ha smesso di respirare davanti a me. L’abbiamo sepolto con il rito musulmano. Papà non ha messo una lacrima. Il giorno dopo è andato al cimitero e ha pianto dal mattino alla sera. Da solo».
➣ A Sanremo è stato un trionfo. «Ero nervoso. Amadeus mi ha lasciato libero di essere me stesso. “Cosa devo fare?” gli ho chiesto. E lui: “Fai Zlatan. Guida tu, io ti seguo”».
➣ E Fiorello? «Con Fiorello c’è stata meno chimica. Lui era il pilota numero 1, numero 2, numero 3; poi venivamo io e Ama. È bravo, ma parla troppo veloce, non capivo una parola». – intervista di aldo cazzullo, Corriere della sera
il libro | Adrenalina, di Zlatan Ibrahimovic con Luigi Garlando (Cairo editore)
Come fu che Ibra andò al Milan e non al Napoli
“Sono a casa che sto guardando il documentario HBO su Diego Armando Maradona. A un certo punto passano le immagini di una vecchia partita del Napoli e inquadrano il pubblico del San Paolo. Lo stadio è pieno zeppo. Il regista stringe l’immagine sulla curva più calda, i ragazzi sono accalcati uno sull’altro, cantano, urlano, pestano dei tamburi, si percepisce un’elettricità incredibile. Mi raddrizzo sul divano, osservo con attenzione e sento che l’adrenalina comincia a pompare, qui, nelle vene del collo. Tum, tum, tum. Telefono subito a Mino: «Chiama il Napoli. Vado al Napoli». «Il Napoli?» «Sì, vado a giocare a Napoli.» «Ma sei sicuro?» mi chiede lui, perplesso. «Tu vuoi che io continui a giocare? La mia adrenalina sono i tifosi del Napoli. Vado là, a ogni partita porto allo stadio ottantamila persone e vinco lo scudetto come ai tempi di Diego. Con la vittoria del campionato italiano, li faccio impazzire tutti. Questa è la mia adrenalina.»
Parliamo con il club, trattiamo e troviamo l’accordo. Tutto fatto. Sono del Napoli. L’allenatore è Carlo Ancelotti, che conosco bene, siamo stati insieme a Parigi. È felicissimo di ritrovarmi, ci sentiamo quasi tutti i giorni. Mi spiega come intende farmi giocare. Non ho parlato con il presidente, Aurelio De Laurentiis, ma lo conoscevo già. È successo qualche anno prima, mentre ero in vacanza a Los Angeles con la mia famiglia. De Laurentiis aveva saputo che alloggiavamo nello stesso hotel e ci aveva lasciato un biglietto alla reception: «Questa sera siete invitati al ristorante». Allegata una nota con l’indirizzo. Non sembrava un invito, ma un ordine. «Andiamo» ha detto subito Helena. Abbiamo passato una serata molto piacevole. Individuo una casa a Posillipo che potrebbe fare al caso mio, ma, visto che devo restare solo sei mesi e tutti mi ripetono che la città è abbastanza caotica, sto valutando anche la possibilità di vivere in barca. Il giorno in cui devo firmare a Napoli, l’11 dicembre 2019, il presidente De Laurentiis caccia Ancelotti. A metà campionato. Ho una brutta sensazione. È un cattivo segnale. Io di questo presidente non posso fidarmi. Non può dare stabilità a me e alla squadra uno così. E poi so che Rino Gattuso, anche se è un amico, ha bisogno di un altro tipo di centravanti per il suo 4-3-3. Infatti, non si è fatto sentire. Salta tutto”.
(estratto pubblicato stamattina dalla Gazzetta dello sport)
L’Équipe pubblica oggi la seconda puntata del suo dossier dedicato a Mino Raiola, l’agente di Ibra, dedicandosi alla sua influenza. “Molto vicino al Nizza di Ineos dopo essere stato accanto al PSG del Qatar, l’agente italo-olandese, grazie al suo portfolio di giocatori e ai suoi metodi, è riuscito a imporsi nei progetti più ambiziosi della Ligue 1”. Olivier Létang, presidente del Lille, dice: «Con lui è tutto chiaro, tutto è cash, non ci sono sorprese, va veloce. Sai subito se te lo puoi permettere o no». Julien Fournier, direttore sportivo del Nizza: «O ti acceca, perché può essere molto duro, o ti abbaglia».