I Berrettiner contro i fantasmi arancioni

DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA

I Berrettiner contro i fantasmi arancioni

 

Siamo uno strano Paese, con un altissimo concetto della tolleranza

Ruud Gullit

Tira stamattina quell’aria là, spira il vento benevolo dell’attesa. La Coppa Davis è stata negli ultimi 10 anni il più grosso distributore di gioia democratica nel mondo dello sport. È stata vinta da dieci paesi diversi, sostanzialmente impermeabile al dominio dei Tre Re Maghi così sfacciato invece nei tornei del Grande Slam. Dal 2013 fino a stamattina l’insalatiera è andata a raccogliere erbe e olii sparsi per il mondo, senza mai fermarsi in un posto solo. La stessa Svizzera di Federer e la Spagna di Nadal l’hanno tenuta una volta appena [2014 e 2019], la Serbia di Novak Djokovic addirittura mai: l’unica bandierina nell’albo d’oro è precedente, risale al 2010. 

È successo [anche] perché i Numeri Uno avevano smesso di giocarla. Era diventata scalabile dai movimenti, dagli ottimi valori medi, dall’Argentina arrivata nel 2016 con Delbonis e Del Potro dove non si era spinto Guillermo Vilas; dalla neo-Francia di Tsonga nel 2017 di nuovo in cima a distanza di un quindicennio; per la prima volta in assoluto dal Canada multi-kulti di Shapovalov e Auger-Aliassime nel 2022. È quasi paradossale che il primo bis a distanza di un decennio [Repubblica Ceca 2012-2013] sia oggi alla portata di un Paese che fino al novembre scorso non la vinceva da quasi mezzo secolo. Cinque giorni dopo il trionfo delle ragazze in Coppa Billie Jean King, il tennis italiano si trova a due partite di distanza da una doppia-doppia, non solo la ripetizione del titolo in campo maschile ma pure l’accoppiata uomini+donne nello stesso anno, centrata l’ultima volta dalla Russia nel 2021. 

Tira stamattina quell’aria là, spira il vento benevolo dell’attesa, giusto scalfito da certi fantasmi arancioni che ci portiamo dietro perché di fantasmi è piena la storia dello sport, dove le sconfitte sono più frequenti e finanche più memorabili delle vittorie. Moser perse il Mondiale su strada del ‘78 al Nurburgring, stretto nella morsa dei ciclisti con gli occhiali. A sette km dalla fine attaccò Jan Raas, lui gli rimase appiccicato ma si portò dietro Gerri Knetemann, l’unico capace di resistergli allo strappo successivo. Quando arrivarono in due sul traguardo, Moser sbagliò il tempo dello sprint e si fece battere al fotofinish.

Eddy Merckx scrisse sul Corriere della sera: Tanto per chiarire subito, la mia graduatoria dei valori in corsa è questa: Hinault migliore di tutti, poi Moser, poi Saronni, poi Knetemann. L’olandese che è diventato campione del mondo non è un velocista puro, ma proprio per questo deve aver trovato più facile vincere. Un velocista autentico sai sempre come e quando scatta perché la sua caratteristica, una volta svelata, non può cambiare, non può mai essere diversa. Invece Knetemann, come tanti altri che sprinter puri non sono, non puoi immaginare quello che fa. Per questo penso che Moser si sia fatto sorprendere.

Una beffa totale, totale come il calcio arancione Anni ‘70. Due delle tre Coppe dei Campioni consecutive dell’Ajax di Cruyff furono vinte in finale contro squadre italiane, l’Inter nel ‘72 e la Juventus nel ‘73. Ai Mondiali del ‘78 bastava un pareggio a Bearzot per andare a giocarsi il titolo contro l’Argentina, e dalla galleria dei fantasmi ancora si affacciano i tiri da oltre trenta metri di Brandts e Haan che fecero di Zoff il perfetto capro espiatorio. 

Arancione è lo spettro della nostra pallavolo, con il braccio di Olof van der Meulen micidiale nel tie-break ai Giochi di Barcellona ‘92, otto punti su 17 tutti suoi, l’ultimo dalla seconda linea, un mani-fuori su Cantagalli che escluse l’Italia dalla corsa al podio. Quattro anni più tardi fu perfino più crudele arrivare al match point e perdere l’oro così, sotto i colpi di van der Goor e Zwerver, due che giocavano nel nostro campionato. Corrado Sannucci su Repubblica scrisse: Tutta la vita in due punti, che sono un soffio in una battaglia di due ore e mezzo, l’Olimpiade se n’è andata con tutte le speranze e i rimpianti. Non è stata una stilettata, un ippon, ma un lungo rosario di pene

Non hanno avuto invece mai complessi le ragazze del ciclismo. Contro il paese delle 14 maglie iridate su strada, per cinque volta un’italiana è diventata campionessa del mondo davanti a un’olandese, nel senso che l’olandese è stata sempre la stessa, Marianne Vos, cinque volte seconda dietro Marta Bastianelli [2007], Tatiana Guderzo [2009], Giorgia Bronzini [2010-2011], Elisa Balsamo [2021]. 

Il tennis in Olanda cresce in 1.650 circoli, con 560.000 giocatori tesserati presso la KNLTB. Le superfici più comuni sono la terra, la terra sintetica e l’erba artificiale con sabbia, perché sono superfici che si asciugano in fretta. Per lo stesso motivo non si trovano molti campi in cemento, se non al coperto. È la loro prima volta in una finale di Davis, dopo un solo Slam in tutta la storia. Lo portò a casa Richard Krajicek da Wimbledon nel ‘96, un’edizione anomala. Krajicek non era originariamente fra le 16 teste di serie, entrò col numero #17 quando Thomas Muster – numero #7 – si ritirò prima che iniziasse il torneo. Finì nello spicchio di tabellone del numero 1 Sampras e lo batté in tre set ai quarti di finale, unica sconfitta di Pete sull’erba londinese fra il ‘93 e il 2000. Kraijcek si spianò così la strada verso la finale contro MaliVai Washington, una non-testa di serie.

 

GLI AVVERSARI DI OGGI

Botic van de Zandschulp aprirà la finale contro Berrettini. Viene da Veenendaal, un ambiente molto religioso e conservatore. Viene considerata la culla della cultura biblica olandese, gran parte della popolazione è affiliata a congregazioni devote al calvinismo ortodosso. È un appassionato di cinema, il suo film preferito è Il Gladiatore. Del gladiatore Nadal ha fatto finire la carriera battendolo in Davis. 

O forse la carriera di Rafa può dirsi davvero troncata dal doppio, dove ha giganteggiato Wesley Koolhof, pure lui all’ultimo evento della carriera. Ha iniziato a giocare a tennis all’età di 4 anni. Parla olandese, inglese e tedesco. Suo padre ha giocato per la Nazionale di calcio nel 1985, mamma per quella di hockey su prato dal 1983 al 1987. Suo fratello è stato in Under-21. 

L’avversario che va incontro a Sinner si chiama Tallon Griekspoor, ha due fratelli maggiori gemelli pure loro tennisti. Suo padre Ron è un ex pilota di motocross, sua madre Monique un’istruttrice di tennis. Si è trasferito in Belgio all’età di 17 anni per allenarsi con Kristof Vliegen. La sua superficie preferita è la terra battuta. Dice di giocare a tennis per sentire l’energia che arriva dalla folla. 

Questi sono i ragazzi che si candidano a prossimi fantasmi.

E però. Paolo Bertolucci sulla Gazzetta scrive: L’Olanda l’abbiamo battuta, di recente, nel girone di Bologna: può contare su due singolaristi di buon livello, come Tallon Griekspoor e Botic Van de Zandschulp, ma che non possono neanche minimamente essere paragonati ai nostri. In particolare, Sinner non dovrebbe avere problemi contro Griekspoor. Qualcosa in più verrà di sicuro richiesto a Berrettini, che dovrà anche in finale essere in grado di fornire una prova altrettanto valida e di livello come quella che abbiamo appena visto: il suo avversario, Botic Van den Zandschulp, è un giocatore intelligente, poco appariscente, che su questo tipo di campi riesce sempre a esprimersi ad alto livello. Però credo che “basterà” il Matteo che è riuscito a battere Kokkinakis: certo, dovrà soprattutto ripetersi al servizio mantenendo la stessa efficacia. Il campo è molto veloce, difficile che Berrettini subisca un break. E, prima o poi, la possibilità di strappare il servizio all’avversario arriverà. Io sono ottimista, molto ottimista. E qualora dovesse esserci una sorpresa, nella fattispecie la sconfitta dell’Italia nel primo dei due singolari, abbiamo anzitutto Sinner, che in pratica ci assicura il punto del pareggio. Poi, il doppio, nel quale entreremmo in campo comunque da favoriti.

L’arancione in fondo è il colore ufficiale di Sinner.

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