L’eredità di Jesse Owens

 

martedì 31 marzo 
#201

 

memoria 
Quando morì Jesse Owens

 

Il 31 marzo 1980, quarant’anni fa, moriva in Arizona, a Tucson, lo sprinter e saltatore in lungo statunitense che ai Giochi di Berlino del ‘36 aveva vinto 4 medaglie d’oro. Aveva 66 anni e si era ammalato di cancro ai polmoni. 

 

  Il Jesse Owens ricordato più volentieri da molti americani è l’oratore pubblico con la parlantina squillante e ispiratrice di un evangelista. Nella seconda parte della sua vita ha viaggiato per 200.000 miglia all’anno, tenendo due o tre discorsi a settimana, principalmente per meeting e convegni, e principalmente per un pubblico bianco. Con le sue pubbliche relazioni e impegni nel marketing, guadagnava più di 100.000 dollari all’anno.
 Di ritorno da Berlino, Roosevelt non gli fece nemmeno una telefonata. Il primo riconoscimento ufficiale negli USA è arrivato nel 1976 quando il presidente Ford gli ha consegnato la Medaglia della Libertà. Ha accettato denaro per correre contro auto, camion, motociclette, cavalli e cani. Ha fatto un tour con la squadra di basket degli Harlem Globetrotters. “Certo, mi dava fastidio”, ha detto più tardi.  “Ma almeno è stata una vita onesta. Dovevo mangiare”. Ha fatto il disk jockey, l’addetto al marketing e alle relazioni esterne. Come oratore usava cinque discorsi uguali con parti intercambiabili. Elogiava le virtù del patriottismo, della vita pulita e del fair play con uno stile antico, molto diverso dai giorni in cui balbettava. Anche in conversazioni private, parlava con enfasi. Durante le Olimpiadi del 1968 a Città del Messico, tentò di mediare con gli atleti neri americani militanti per conto del Comitato Olimpico degli Stati Uniti. I critici lo chiamarono “Zio Tom”.  Ha scritto un libro del 1970, Blackthink, denigrando la militanza razziale, e un libro del 1972, Sono cambiato, dicendo che le idee del suo primo libro erano sbagliate. Negli ultimi anni, camminava per due miglia ogni mattina, nuotava e sollevava pesi. “non faccio jogging “, ha detto, “perché non so correre con i piedi piatti. A 60 anni sarei pazzo ad andare là fuori a correre”. | Frank Litsky, New York Times, 1 aprile 1980

 

Che cosa disse Livio Berruti  «Owens era uno di quei personaggi che lasciano un’impronta non solo sul piano sportivo, ma anche su quello umano: una di quelle persone che, pur avendo marchiato un’epoca, non assumono atteggiamenti da primattore, praticando lo sport senza strumentalizzazione di sorta».

 

  La riscoperta della sua figura e lequivoco che lo accompagnava
Soltanto negli ultimi dieci anni della sua vita è riapparso sulla scena come un eroe nazionale, da quando le Olimpiadi sono tornate in Germania nel 1972 e si è riscoperto che qualcosa di speciale era successo ai Giochi di Berlino del ‘36. Ma questo tratto così importante della storia – il legame tra la politica internazionale e lo sport – è stato disprezzato da Owens come viene disprezzato dalla maggior parte degli atleti di livello mondiale. Vogliono essere liberi di competere l’uno contro l’altro senza riguardo per nazionalità, razza  o visione politica. Ecco perché molti di loro, incluso mister Owens, si sono opposti al boicottaggio americano delle Olimpiadi di Mosca di questa estate. È triste ed è ironico perciò che il nome di Jesse Owens sia così legato a eventi politici. Preferiamo ricordarlo come l’uomo che ha battuto 11 record del mondo – uno dei quali ha resistito per 45 anni – e che ha poi trascorso il resto della sua vita cercando di aiutare i giovani a realizzarsi. | editoriale non firmato del Washington Post, 1 aprile 1980

 

Che cosa disse Pietro Mennea   «Con la scomparsa di Owens lo sport e l’umanità perdono un punto di riferimento, un uomo che è stato probabilmente il più grande atleta di tutti i tempi senza abdicare a quelle caratteristiche proprie dell’uomo pulito, serio, positivo. Resta in noi tanta tristezza, ma anche la coscienza che il mondo dello sport, accanto a personaggi squallidi dei quali si parla troppo spesso, può ricordare e proporre uomini veri, leali».

 

  Tempi e misure   Jesse Owens correva quando il cronometraggio era ancora manuale. La sua migliore prestazione sui 100 metri è stata rilevata in 1020. La migliore sui 200 metri in 20”70. Sono due tempi che ancora ai Mondiali dell’anno scorso lo avrebbero mandato in semifinale, e quello sui 100 sarebbe stato buon per andare in semifinale anche alle Olimpiadi di Rio. 
Il suo personale nel salto in lungo è stato di 8,13. Con questa misura sarebbe arrivato settimo ai Mondiali dell’anno scorso e sesto alle Olimpiadi di Rio

 

La questione razziale

 

  Volete sapere se Hitler mi salutò? Io non ero andato a Berlino per dare la mano a Hitler. So che io sono qui e lui no. So che quando sono tornato nel mio paese, dopo tutte quelle storie su Hitler, non potevo salire sull’autobus dalla porta davanti. Non potevo vivere dove volevo. Che cosa era cambiato?  Jesse Owens
  Che cosa disse Owens dei pugni di Smith e Carlos nel 1968   «Questi ragazzi sono intrisi dell’idea che ci sia molta ingiustizia nella nostra nazione. A modo loro, hanno cercato di mettere in evidenza ciò che è sbagliato nel paese. Ho detto loro che il problema apparteneva certamente ai confini continentali dell’America ma che questo è un campo di battaglia sbagliato. Le loro prestazioni avrebbero già fatto tanto per alleviare il problema, più della mancanza di rispetto mostrata alla nostra bandiera e della scortesia mostrata al governo messicano». | da The Sun, 30 ottobre 1968

 

Le critiche ricevute   Probabilmente la più triste fra le note a piè di pagina di questo incidente è stata la dichiarazione di Jesse Owens nel denunciare Smith e Carlos, eppure uno penserebbe che dovrebbe aver imparato la lezione del 1936 | Len Lear, Philadelphia Tribune

 

Il dissenso di Tommie Smith  «Vendevo macchine in un salone di San Josè per pagarmi l’università, di giorno lavoravo otto ore, di notte ero chino sui libri. E intanto correvo, e prima della fine del primo corso universitario avevo migliorato undici record mondiali. Ero diventato Tommie Jet. Ma leggevo anche la costituzione, i discorsi di Jefferson, e capivo sempre meno le umiliazioni inflitte a mio padre nelle piantagioni organizzate in campo di lavoro, le impiccagioni, l’acqua che sparavano nel culo a chi marciava per la libertà. Non ero un pazzo, non ero un rivoluzionario. Ma non volevo fare come Jesse Owens, essere il negro che corre veloce per loro, che gli porta un po’ di medaglie e torna a casa a strisciare con un lavoro di merda a due dollari l’ora». | Intervista di Emanuela Audisio, la Repubblica, 15 ottobre 1998

 

  Le figlie di Owens   Come definireste vostro padre in un aggettivo?  «Passionale. Ma un solo aggettivo è poco, possiamo usarne altri?». 
Certamente.  «Umano, devoto alla famiglia e al Paese».
Parlava mai di quel periodo?  «Solo se qualcuno glielo chiedeva. La sua preoccupazione era sostenere la famiglia in ogni modo possibile e a casa era semplicemente daddy, il nostro papà. Noi eravamo protette dalla sua “fama”, non abbiamo saputo delle sue gesta fino a quando siamo diventate adolescenti. Eravamo una famiglia molto normale e di quel periodo non si parlava quasi mai. Credo lo facesse soffrire». 
Ma quando lo avete scoperto, vi siete arrabbiate per il trattamento che aveva subìto?  «Non capivamo perché in Europa fosse visto come un eroe e qui lo avessero trattato a pesci in faccia. Mia madre, quando correva coi cavalli, ha sofferto molto. Lui non accettava compromessi, se decideva di fare una cosa la faceva. Però aveva un modo di rendere tutto più leggero. Sulle corse con i cavalli scherzava e diceva: vinco perché quando danno il via con la pistola i cavalli si spaventano e io approfitto del vantaggio». 
Lui e quattro donne sotto lo stesso tetto… «Lo sovrastavamo in numero e forze, ma comandava lui. Erano tempi diversi e aveva una concezione della donna un po’ all’antica. Noi abbiamo dovuto frequentare lezioni di buone maniere, danza e tutte quelle cose che ai tempi ti rendevano una “donna”».
La sua amicizia con Luz Long diventò il simbolo dello sport che affratella. Ma è vera?  «Sì, e si sono scritti per alcuni anni dopo l’Olimpiade, erano grandi amici. E poi è accaduta una cosa strana, che si spiega solo col destino: un nostro nipote è sposato con una nipote di Long. Si sono conosciuti per caso in Germania, si sono presentati e dai cognomi hanno scoperto di essere legati da una storia e che i loro nonni avevano cambiato il mondo. Si sono innamorati, e hanno un bambino. Bisogna sempre credere nella promessa di un mondo migliore». | Intervista di Andrea Carugati, Vanity Fair, 30 marzo 2016

 

Estratti dai suoi sermoni.  «Ogni nero che si sforza di raggiungere qualcosa in questo paese dovrebbe pensare non solo a se stesso ma anche a come può afferrare un altro bambino nero e trascinarlo sulla cima della montagna ai piedi della quale si trova. Questo è ciò che ti rende una medaglia d’oro».

 

«La ricompensa materiale non è tutto ciò che esiste.  Quanti pasti può mangiare un uomo? Quante auto può guidare?  In quanti letti può dormire? Tutte le meraviglie della vita non si riflettono nella ricchezza materiale».

 

«Tutti abbiamo dei sogni. Ma per trasformare i sogni in realtà, ci vuole un sacco di determinazione, dedizione, autodisciplina e sforzo. Queste cose si applicano alla vita di tutti i giorni. Lo sport insegna cose come il rispetto degli altri, l’etica, come trattare i propri simili, come si vive in una comunità».

 

frammenti  Jesse Owens in 10 minuzie
  Il suo vero nome era James Cleveland ma quando disse di chiamarsi J.C. all’insegnante a scuola, lei capì Jesse. JC poteva anche stare per Jesus Christ, scrisse il Corriere della sera nel 1980
Usain Bolt non sapeva chi fosse Jesse Owens (Emanuela Audisio, la Repubblica, 6 agosto 2017)
Jesse Owens portava scarpe Adidas già ai Giochi di Berlino ma le strisce erano ancora due 
Tra la semifinale e la finale del torneo di calcio a Berlino 1936, Owens andava dopo cena nell’appartamento della Nazionale italiana e suonava la fisarmonica (Vittorio Pozzo)
Le sue medaglie sono in una stanza dell’Università dell’Ohio (Andrea Carugati, Vanity Fair)
Race è un film che metterà a dura prova l’idea che gli Usa si sono fatti di Jesse Owens (la recensione del Times)
Jesse Owens spiegava così il segreto della sua corsa: “Hai presente il piede? Appena è in aria lo abbasso, appena è a terra lo rialzo”. (Emanuela Audisio, la Repubblica, 22 agosto 1999)
Ha fumato un pacchetto di sigarette al giorno per 35 anni (New York Times, 1 aprile 1980)
Andò ai funerali degli atleti israeliani assassinati dai terroristi palestinesi (Carlo Moriondo, Stampa Sera, 1 aprile 1980)
Nel 1936 in America lo chiamarono “antilope d’ebano”, “freccia nera”, “lampo di mezzanotte” (Luciano Curino, la Stampa, 1 aprile 1980)

 

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