Il record di Pogacar passato al microscopio

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Ventisei anni dopo Marco Pontani, la replica dell’impresa firmata da Tadej Pogacar è sotto il microscopio degli occhi che sospettano. Sono bravi a L’Équipe, il giornale di proprietà del gruppo organizzatore, a non nascondere la testa sotto la sabbia e a occuparsi del tema. Alexandre Roos ha scritto che si tratta di un’impresa monumentale, storica, che avvicina Pogacar ai più grandi, ma lo circonda anche dei dubbi tipici del suo sport. Ha vinto il suo terzo Tour de France, arricchito da sei vittorie di tappa, compresa quella nella cronometro finale, e se per riuscirci ha dovuto incrociare le spade con il suo nemico più vicino, Jonas Vingegaard, questa battaglia terrena, effimera, come quella che conduce contro Mathieu Van der Poel nelle classiche, maschera una lotta più ampia, una sfida ai suoi limiti, di fronte al suo sport, ai suoi più grandi campioni, al suo passato. Con le sei tappe vinte, Pogacar è vicino a Luis Ocana e Eddy Merckx. Lui boxa in una categoria d’elite e se continua a questo ritmo, il Cannibale sarà presto l’unico a condividere con lui il suo stesso ring

È per questo che in un altro pezzo, il giornale francese scrive con Laurent Campistrone  e Luc Herinckx che chi ha meno di sessant’anni forse non ha quella sensazione di déjà vu che provano i più anziani quando seguono le gesta di Tadej Pogacar. Come si fa a distinguere i sessantenni dagli altri? Facile. Dall’uso del verbo asfaltare [questo è un brontolio da boomer]. 

In ogni caso, Roos sottolinea che il modo in cui Pogacar ha schiacciato questo Tour de France lo ha messo di fronte ai fantasmi del ciclismo. Risponde ai dubbi dal momento della sua prima vittoria al suo primo Tour, quattro anni fa, quando già gli era stato ricordato che con la maglia gialla vinci un leoncini di pezza e un cesto pieno di sospetti. Lo ha accompagnato anche questa volta, come aveva accompagnato Jonas Vingegaard l’anno scorso, senza che noi sapessimo davvero se la maglia gialla debba rispondere dei suoi presunti errori o di quelli sperimentati nel ciclismo: spesso associamo e mescoliamo le due cose, lo sport e i suoi campioni. Uno sport che mettiamo in risalto quando pone le domande giuste, uno sport che ha le sue qualità nei suoi difetti, come si dice per far bella figura in un colloquio di lavoro, ma che assolve e condanna con discrezione, con delle amnesie, uno sport che conduce inesorabilmente e giustamente una caccia agli imbrogli del presente, ma guarda con l’occhio della benevolenza e del folklore certi errori del passato, chiamati artigianali. Uno sport dove è impossibile convincere e accontentare tutti, quelli che dieci anni fa si annoiavano del treno Sky e degli attacchi solo all’ultimo chilometro, i nostalgici del vecchio stile del ciclismo, quelli che trovano punk i corridori in fuga e all’attacco a 80 km dal traguardo, quelli che invece dicono che non sono divertenti. È tutta questa storia, magnifica e divertente allo stesso tempo, che perseguita i campioni di oggi ed è quindi legittimo interrogarsi su Tadej Pogacar, colpevole di tanta egemonia. Le sue risposte – prosegue Roos – non accontenteranno mai, potrà dire quel che vuole, ma più di quello che dice, quello che conta è quello che fa. Il leader della Emirates ha nelle sue mani il destino del suo sport, è responsabilità di tutti coloro che vincono il Tour de France, a maggior ragione quando lo vincono più volte

Non è stato solo il Tour di Pogacar. L’Équipe dice che abbiamo esultato per la freschezza delle vittorie di Romain Bardet, Kévin Vauquelin, Anthony Turgis, le cavalcate del vichingo Jonas Abrahamsen, dall’Inghilterra – il Telegraph per esempio – aggiunge che ci siamo appassionati alle ultime pedalate di Mark Cavendish. Nell’idea che il Tour de France non si ridurrà mai al suo dominatore, ma avrà sempre qualcosa da offrire agli altri.

Remco Evenepoel per esempio potrebbe vedersi offrire adesso l’oro olimpico, dice Pierre Callewaert ancora su L’Équipe: ha una settimana di tempo per recuperare le energie e presentarsi alla cronometro di domenica per sfidare Filippo Ganna. Se dovesse vincere Ganna, si potrebbe fare un bel titolo, un gioco di parole, che so, una cosa tipo Top Ganna, è divertente, pensiamoci,anzi speriamo dai, anche per Top Remco non significa niente. 

Le Parisien sostiene che con Biniam Girmay, il ciclismo ha trovato il suo Tiger Woods, l’uomo che ha avvicinato l’Africa al Tour de France

Solo per Vingegaard pare non esserci nulla. Ha annunciato che non andrà alla Vuelta, non sa cosa correrà fino alla fine della stagione. “È stata una grande lotta essere qui, sono mentalmente stanco». In effetti si scoprì esausto anche dopo averlo vinto, il Tour. In generale deve trattarsi di un’esperienza che prosciuga, se non sei Tadej. E comunque non è vero che a Vingeggard il 2024 non offre altro, ci sono il riposo, gli affetti, forse qualche libro, il mare, e i compagni di squadra da guardare in tv, da Matteo Jorgensen a Cian Uijtdebroeks, mentre il magnifico Sepp Kuss non se la passa come un anno fa. 

È da 9 in pagella questa nuova vita di Thibaut Pinot secondo Alessandra Giardini, nei suoi voti finali alla corsa per Bicisport. Che c’entra Pinot se si è ritirato? C’entra che lo abbiamo visto sulla Promenade su una e-bike a noleggio, in braghini, a petto nudo, con l’aria felice e una birretta in mano. Meraviglia. Giardini ha dato 10 e lode a questo Tour: È stato splendido, sorprendente, mai uguale, dalla prima all’ultima pedalata. Ed è stato anche nostro: quei quattro giorni nella bellezza dell’Italia non li dimenticheremo mai. E speriamo di avere presto un bis.

TITOLI

Corriere della sera: “POGACAR, UOMO RECORD IN 10 MOSSE” – Marco Bonarrigo racconta come ha conquistato Tour e Giro d’Italia spostando i limiti fisico-atletici. Allenamenti speciali e novità tecniche superiori. Più forte di Vingegaard, lo batte anche nella crono finale, adesso in vacanza con la fidanzata a fare trekking

Repubblica: Pogacar non molla neanche la crono. La doppietta 26 anni dopo Pantani” – Cosimo Cito ha scritto che sul podio con Pogacar, sono saliti Girmay (maglia verde della classifica a punti), Carapaz (maglia a pois di miglior scalatore) e ancora Evenepoel, miglior giovane. La giovane Slovenia, l’Africa che ha iniziato a vincere, il vecchio Sudamerica, la grande potenza belga. C’è tanta parte di mondo, ma poi Pogacar è rimasto solo

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