Cruyff è un capo, Beckenbauer un borghese

L’Italia è uscita dai Mondiali ormai da tre giorni, ma il dibattito è appena all’inizio. Giorgio Mottana sulla Gazzetta dello sport racconta che sono passati vent’anni dal mondiale di Sepp Herberger, il Mondiale del 54 vinto dalla Germania. La TV, in bianco e nero, che nasceva allora, è diventata la TV a colori: il calcio è stato visibile da tutti e da tutti verificabile. Conquistata popolarità in tutti i continenti (anche l’Australia era presente a questa edizione), il calcio ha seguito una decisa evoluzione. Di questa evoluzione tecnica e tattica insieme è il mondiale che di quattro anni in quattro anni segna le tappe miliari

Insomma: c’è la Tv. Tutti vedono tutto degli altri. Cosa è cambiato? Che cosa sta cambiando adesso che it torneo è nel vivo delle semifinali? La lezione è questa. Lasciata l’altura ed i suoi condizionamenti – dice l’editorialista della Gazzetta – il calcio è ritornato al suo terreno naturale. La condizione dei singoli è ridiventata pregiudiziale. Poiché grossi progressi sono stati raggiunti ovunque sul piano della preparazione (tranne che in Italia, ed i frutti si sono visti) hanno fatto strada le squadre atleticamente più pronte e collaudate oltre che meglio organizzate. Il calcio è divenuto dovunque un fenomeno sociale di portata nazionale: prenderlo sul serio voleva dire prepararlo con sacrificio personale di tutti i giocatori. Il gioco si è in un certo senso pianificato, non lasciando più posto come in passato alle grandi firme, che peraltro sono quasi scomparse, e alle grandi squadre. La eccezione è Cruijff. Eccezione è l’Olanda. Cruijff, l’unica stella vera di questo mondiale, è un supercampione al servizio della squadra. Tanto è vero che nell’Olanda gioca più arretrato che nello stesso Ajax e cambia la marcia secondo occorrenza

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Mottana dice che il Mondiale 74 ha confermato come la la difesa sia la premessa di ogni risultato, a parte di non ridurla fossile. Di non fondare tutto sulla difesa. Con una forte difesa, sinora imbattuta, il Brasile ha colmato le vistose lacune del suo attacco, che si riduce in pratica a Jairzinho, e del suo centrocampo. Difendersi, con il libero come ormai fanno tutte le squadre, vuol dire non rinviare a tamburello, ma disimpegnarsi. Cosi disimpegnandosi il Brasile riesce a mantenere il controllo della palla in misura persino superiore alle sue possibilità. Su questo concetto un altro se ne inserisce e vale per il centrocampo: inutile tentare il gioco profondo se non si hanno battute lunghe e soprattutto uomini che sanno scattare per impossessarsi della palla. Meglio, allora, facendo muovere tre o quattro giocatori alla volta. tessere una trama che è di controllo e di preparazione all’affondo possibile. Una specie di tiki taka amnte-litteram.

Sul Corriere della sera interviene lo scrittore premio Strega Manlio Cancogni, riferendo di una tavola rotonda tenuta all’hotel Esplanade, con alcuni studiosi europei. Fra i più illustri, il professor Von Glucklich, sociologo di Stoccolma, e il professor Braidensis di Amsterdam, etnologo e fisiologo, noto anche in Italia per la sua relazione tenuta anni fa all’università di Pavia. C’erano anche lo Stone, il Biscard, il Blasien, il Cenar e l’Harpin. Il sottoscritto, invitato, ma senza il diritto di interloquire, annotava. lo poi, lo dichiaro a priori, in fatto di calcio riconosco solo l’autorità del Bernard Petit.  In origine, il congresso aveva un altro e più modesto compito: decretare a quale giocatore spettasse il titolo di campione del mondo, indipendentemente dal piazzamento della sua squadra. Sul tema, però, il dibattito ha avuto breve corso, essendo la scelta limitata a due giocatori: Franz Beckenbauer e Johan Cruyff. Il primo era sostenuto soprattutto dai tedeschi, Fra i suoi più aspri detrattori, il Braidensis non ha mancato di fare dell’ironia, dichiarando che per lui Franz der Kaiser dovrebbe più giustamente chiamarsi Franz der Pfau, ossia il pavone. Quando gli hanno obiettato che, nell’ultima partita contro la Jugoslavia, Beckenbauer aveva chiaramente dominato il campo, il saggio ha replicato: – Una partita non fa testo, tanto più che gli jugoslavi, come avevo previsto, davanti ai tedeschi sono stati ripresi dai loro complessi etnici. Il dibattito stava arenandosi su quelle questioni di tecnica individuale (insistendo alcuni sulla funzionalità di Cruyff, definito un poeta realista, altri sulla eleganza stilistica di Beckenbauer, definito un principe della forma, citando alcuni Lukasz, altri Spitzer, quando il Biscard lo ha rimesso sulla giusta strada, affermando con energia: Cruyff è un capo, Beckenbauer no. E poiché i colleghi lo guardavano un po’ a disagio, sorpresi che qualcuno in Germania osasse addurre tali argomenti, ha aggiunto: – Cruyff gioca per la squadra, Beckenbauer per se stesso. Il primo è un vero capo democratico, il secondo un anarchico individualista, di tipica estrazione piccolo borghese. 

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