Storie da Super Bowl – Icone, libri e film

 

[S]  speciale
Storie da Super Bowl

 

Ateo è colui che guarda una partita di football
e non gli importa chi vincerà
Ike Eisenhower 

 

Definizione d’autore. Il football (americano) più che uno sport è una maschera che rende tutto migliore, che appare scintillante e meravigliosa, perché nasconde lo sporco e gli incubi che viaggiano ogni giorno con noi. | Kurt Vonnegut 

 

Filosofie. Visto da qui, il mondo è semplice. Noi vogliamo andare di là, loro non intendono lasciarcelo fare. E viceversa. Le regole sono chiare, tutti le conoscono e le accettano per quelle che sono, finché non si cambiano, se non funzionano. Fuori da qui ci sono quelli che non se la sentono, quelli che non sanno, quelli che non possono, quelli che hanno una scusa, quelli con noi e quelli contro di noi: poco importa; quel che devi, lo fai anche per loro. Più in là, dove contano nulla, ci finiscono i cattivi, quelli che alle regole non stanno, quelli di cui ci occuperemo a suo tempo, se necessario. Qui, è il campo da football. Football, non soccer. | Marco Del Freo, il Foglio, 28 maggio 2018

 

 

Icone

 

  Joe Montana. Il corpo? Nah! Un metro e 88, fragile, zampe da uccello, Montana sembrava uno scarabocchio a cinque anni. Il braccio? Anche al massimo della sua forma, non è mai stato un fucile. Quando Montana fu valutato dagli scout di Notre Dame nel 1979,  il suo braccio venne giudicato “nella media”. Personalità? Montana è un bravo ragazzo, calmo come una laguna. Un suo urlo? Dimenticatevelo. Lui si definisce “tranquillo e rilassato”. Attitudine al lavoro? Quello mentale, magari, ma per quanto riguarda il sollevamento pesi e tutta quella roba fisica, beh, non è per questo che hanno forse inventato i linemen?
Come tutti i geni, Montana fa cose inspiegabili. Come vi spieghereste la sua abilità nel trascinare le sue squadre alla vittoria quando non c’è più abbastanza tempo per vincere? Intervento chirurgico alla schiena, commozione cerebrale, intorpidimento del piede sinistro, problemi al ginocchio, riparazione radicale del gomito, età: niente di tutto questo ha mai buttato giù Montana. E il Super Bowl? Se c’è lui, lo vince lui. Dove altri vedono caos e pericolo, Montana vede ordine e opportunità. Lui mette semplicemente tutto da parte – tutto – quando cammina in campo, dove è il migliore che ci sia mai stato. | Rick Telander, Sports Illustrated, 19 settembre 1994

 

Tom Brady. L’impianto narrativo che glorifica lo sport, e specialmente il football americano, non è fondato sul talento, che se uno non ce l’ha non se lo può dare, ma sulla tenacia, sulla perseveranza, sulla volontà, sulla resilienza, sulla capacità di spingersi oltre i propri limiti, di resistere a ogni evento avverso e a ogni tentazione. Nel football americano l’immagine della perfezione eroica è incarnata da Tom Brady, che non ha soltanto un braccio per cui ringraziare il cielo, ma è un maestro della disciplina, lavora con impeccabile diligenza, segue una dieta ossessivamente controllata, beve 37 bicchieri d’acqua al giorno, ha portato la cura del fisico in un nuova dimensione, brevettando assieme al suo team di trainer-stregoni una tecnica di ringiovanimento dei tessuti muscolari che poi ha messo sul mercato per alimentare il suo impero. A 42 anni suonati è ancora lì in mezzo al campo, affamato del prossimo Super Bowl. Un recente sondaggio della Nfl dice che Brady è il giocatore più amato da tutte le generazioni, dai baby boomers alla generazione Z. | Mattia Ferraresi, il Foglio, 1 settembre 2019

 

  Peyton Manning. Uno dei più grandi di sempre, come quarterback, e in assoluto come giocatore di football americano. Che ha fatto quello che pochi campioni dello sport sanno fare, fuori dal campo: lasciare al momento giusto. Lui ha deciso di mettere via il casco a quasi 40 anni, dopo aver vinto il Super Bowl numero 50, il suo secondo trionfo nella partita più importante. Non era più il campione che ha riscritto il libro dei record. Le pubblicità della pizza, quelle delle assicurazioni. Ma sarebbe stato ideale per reclamizzare i computer: quello che è stato da QB, capace di immagazzinare ed elaborare dati, formazioni, situazioni, e intuire in anticipo la mossa giusta da fare. Rivoluzionando così il gioco. Volto da bravo ragazzo, dicevamo, rincorso dai brand nazionali. Con una famiglia che sta al football americano come i Kennedy alla politica statunitense. | Riccardo Pratesi, la Gazzetta dello sport, 7 marzo 2016

 

Brett Favre. Se cresci in una famiglia con un allenatore di football che sembra un sergente martellante non puoi che venir su come un tipo duro. I suoi consigli erano perentori, del tipo: “Muovi il culo“. Senza contare che la maggior parte delle volte lo stavo già facendo. Cercavo le sue attenzioni. Ma lui era così e mi sono anche sentito ferito, a volte. Non ha mai detto che ci amava, a noi bambini. Ma noi lo sapevamo. E viceversa: non glielo abbiamo mai detto. Mi sentivo sempre come se stessi provando a dimostrargli che potevo lanciare a 80 yard e anche attraverso un muro. Vali solo quanto il tuo ultimo passaggio e parte del mio successo è dovuto al fatto che sentivo di dover provare qualcosa anche dopo essere stato eletto per tre volte miglior giocatore della lega. Mia moglie Deanna mi aveva dato un ultimatum: devi smetterla di bere o vado via. Non ho bevuto per dodici anni, neppure un goccio per dodici anni”. | Intervista a USA Today, febbraio 2010

 

 

Dan Marino. Occhi color acqua di piscina, bella faccia da americano sano, senti davanti rifatti ma bene, calma olimpica, sempre, e una caviglia distrutta, per cui non corre mai. Gli basta camminare d’altronde. Il resto è scanner umano e un braccio esatto come un compasso. Immagino riuscirebbe a infilare quel pallone in una tazza del bagno tirandolo da 40 yard di distanza. Ammesso che la cosa possa essere utile a qualcuno. | Alessandro Baricco. Barnum

 

 

in ginocchio | Il conservatore. Tim Tebow. Per salutare i suoi fans (via twitter) ha scelto un passo della Bibbia: «Abbi fiducia nel Signore con tutto il cuore e non appoggiarti sulla tua intelligenza; in tutti i tuoi passi pensa a Lui ed Egli appianerà i tuoi sentieri» (Proverbi, 3, 5-6). 
Non poteva che chiudersi con una citazione religiosa la carriera di Tim Tebow nella Nfl, l’Olimpo del football professionistico americano, in cui tre anni fa era diventato un protagonista assoluto. Per la sua tecnica, la sua corsa e soprattutto per quel suo pregare, inginocchiato in mezzo al campo, che lo aveva reso l’idolo della destra cristiana. … la sua crescente popolarità (tra tifosi e media) era dovuta molto al suo essere religioso. Non poteva essere altrimenti, dove lo trovate un giocatore che si dipinge sul viso un versetto di Giovanni o una lettera agli Efesini? in questi mesi il mondo del football professionistico americano ha scoperto che Tim forse non ha le capacità per essere il quarterback di una grande squadra. Nonostante i tentativi di venderlo nessuno si è fatto avanti, a parte una squadra della lega canadese e un paio di club minori. La “grazia divina” sembra finita. E anche un giornale come il New York Post, che un anno fa aveva celebrato l’arrivo di Tebow magnificandone le doti, tecniche, umane e religiose e definendolo il “quarterback di Dio”, sembra essersene accorto. Tanto che ieri in prima pagina sbatteva la notizia del licenziamento con un ironico titolo: “Exodus”. | Alberto Flores d’Arcais, la Repubblica, 1 maggio 2013

 

  in ginocchio | Il ribelle. Colin Kaepernick. Non sta lottando per trovare un lavoro, ma sta lottando contro l’oblio. | Ta-Nehisi Coates, New York Times, 22 novembre 2019

 

Se sono laureati è meglio. Durante la scouting combine di Indianapolis, gli iscritti al draft Nfl hanno anche una prova scritta. È il test Wonderlic, 50 domande che misurano il quoziente di intelligenza: ne prendi 20 e sei nella media nazionale; 21 è invece la media dei giocatori di football; l’unico 50 è stato realizzato da Pat McInally, punter e wide receiver dei Bengals fra ’76 e ’85. Gli Eagles prendono quasi solo laureati (quest’anno, 6 su 7). Il motivo? «Se guardi chi ha successo in qualsiasi lavoro, scopri che ha finito l’università», dice il gm Howie Roseman. «E in Nfl non è diverso. Non è solo questione di intelligenza. Chi finisce gli studi dimostra di fare il possibile per raggiungere un obiettivo». | Lanfranco Vaccari, Sportweek, 21 giugno 2014

 

I libri

 

John Grisham. Il professionista
Sopra la porta d’ingresso c’era una piccola scritta: Café Montana. Dalla strada, attraverso la vetrata, si vedeva una lunga sala piena di tavoli vuoti, tutti apparecchiati con tovaglie bianche stirate e inamidate, piatti e tovaglioli azzurri, grandi bicchieri da vino
«È un po’ presto» disse Russo. «La gente comincia ad arrivare verso le otto. Nino comunque ci sta aspettando.» 
«Montana?» domandò Rick. 
«Sì, in omaggio a Joe Montana, il quarterback.»
«No!» 
«Dico sul serio. Questi ragazzi amano il football. Anni fa giocava anche Carlo, ma si è rovinato un ginocchio e così adesso si occupa della cucina. 
La leggenda dice che detiene ogni record possibile per quanto riguarda i falli personali

 

Don DeLillo. End Zone
Il football americano e la minaccia della guerra nucleare raccontati da Don DeLillo in End Zone (Einaudi, pp. 256, euro 19.50) reconvoleranno a nozze molti anni dopo, sotto le miracolose sembianze di baseball e guerra fredda, narrati in Underworld. Dato però che End Zone (1972) – pur essendo il secondo romanzo di DeLillo – è arrivato in Italia solo ora, è molto probabile che i lettori percepiranno un paradossale effetto di déjà vu nel ritrovare alternati in queste pagine ancora uno sport di squadra e la paranoia di matrice politica.
Il protagonista di End Zone è Gary Harkness che, dopo essere passato per alcuni college, approda al Logos College e presto scende in campo per combattere un anno di football: «Ci allenavamo nel caldo tremulo, aggrappati alla sola certezza che qui le cose erano semplici». Per riempire i buchi che lascia il football – «senza il football la mia vita non aveva senso» – si dedica a studiare volumi che raccontano la possibile catastrofe nucleare: «Mi piaceva leggere della morte di decine di milioni di persone». Il football e la palla ovale sono motivo di innumerevoli elucubrazioni: «Io rifiuto il parallelismo tra football e guerra – dice uno dei personaggi – la guerra è guerra. Non abbiamo bisogno di succedanei dal momento che abbiamo l’originale». | Francesco Longo, Europa, settembre 2014

 

  Chris Bachelder. L’infortunio
Un gruppo di ventidue amici sulla quarantina, appassionati di football americano, tutti maschi, si rivedono – come ogni anno – in un albergo anonimo per rimettere in scena con uno scrupolo al limite dell’ossessione religiosa un’azione concitata, dolorosa e diventata stranamente leggendaria della storia del football americano: il bruttissimo infortunio occorso nel 1985 a Joe Thiesmann per un placcaggio da parte di Lawrence Taylor. È come poter assistere all’espansione spazio-temporale di quel momento di intimità che esiste in qualunque spogliatoio all’inizio o alla fine di una partita tra amici, che sia football o calcio o basket. Un’intimità che non implica una conoscenza reale: la vita famigliare che viene aggiornata, in una sorta di lungo malinconico resoconto di una vecchiaia che lentamente arriva, dei compromessi che facciamo pur di sopravvivere e essere amati. | Christian Raimo, Tuttolibri, la Stampa

 

Peter Gent. I mastini di Dallas
Erano diversi anni che giocavo a football con Jo Bob e Meadows e, nel migliore dei casi, si potrebbe dire che avevamo raggiunto una tregua precaria. Loro non avevano una grande opinione di me, e io ero terrorizzato da loro. Nudi nello spogliatoio erano abbastanza terrificanti, ma ubriachi e armati, in mezzo a un campo di avena della contea di Parker, ti facevano gelare il sangue. Solo Maxwell poteva evitarmi danni fisici, mentre contro quelli emotivi non c’era modo di proteggersi. Erano i rischi del mestiere.

 

Scott Fitzgerald. Fuori dai giochi
Bum! Sono a terra. L’ha preso bene… / placcaggio di classe, basso e potente. / Occhio alla linea, accucciata in attesa, / in divisa bianca e nera; / son partiti, vengono avanti, / aprite la strada agli attaccanti. / Resistete coraggiosi, correte più veloci, / solo il placcaggio vi aiuterà. / Oh, l’han fermato, dài, non fa niente, / ha già dato il meglio di sé

 

Frederick Exley. Appunti di un tifoso
Tifare è una definizione avvilente. I Giants erano la mia gioia, la mia follia, il mio analgesico, il mio stimolo intellettuale. Perché il football era capace di restituirmi alla vita? Non so dirlo con precisione. In parte perché avevo la sensazione che rappresentasse un’isola di franchezza in un mondo dominato dalla prudenza. Nel football dovevi fare un gioco difficile e brutale. O lo facevi o lasciavi perdere. Non c’era niente di retorico o di vago e io avevo deciso di pensare che, in un passato più felice, dovesse essere stato così in tutte le faccende degli uomini. Mi era impossibile immaginare cosa sarebbe stata la mia vita senza il football ad attutirne i colpi, e per questo il mio lutto era doveroso. Mi viene in mente solo ora che la mia passione avrebbe potuto essere rivolta con migliori risultati a Dio o alla Letteratura o all’Umanità, ma nella penombra di queste più serie devozioni ho sempre provato una sorta di estremo pudore che mi ha fatto ammutolire, o mi ha costretto a profferire alcune di quelle espressioni ciniche e brutali con cui gli ignoranti affrontano le cose che non conoscono.

 

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I film

 

  La Zona d’ombra. C’è una battuta, nel film, che lo rende memorabile, e non è di Omalu, ma del dottor Julian Bailes (Baldwin), ex medico sociale dei Pittsburgh Steelers, che non ne può più di vedere morire a cinquant’anni i suoi ex atleti, i suoi amici, e decide di aiutare Omalu.
I due entrano in confidenza, si raccontano a vicenda, e a un certo punto, a questo africano spietatamente razionale, che proprio non riesce a capire come una persona possa mettere a repentaglio la propria salute, la propria vita, per uno sport, e capisce ancora meno il motivo per cui milioni di persone possano appassionarsi a un gioco così duro e feroce e pericoloso come il football, Bailes dà una risposta eccezionale: “È davvero uno sport violento e irragionevole… ma è anche Shakespeare.”
Gli sceneggiatori de La zona d’ombra non lo sanno, ma con questa battuta hanno dato un grande aiuto a moltissime persone, tutti quei non americani che chissà come si sono appassionati a questo fantastico sport, e sono sempre stati considerati dai normali appassionati delle discipline europee come animali esotici, gente bizzarra, non si sa se solo snob o proprio fuori di testa. “Ma come fa a piacerti il football americano?”, ci hanno chiesto centinaia di volte. E adesso, finalmente, abbiamo la risposta, ce l’ha data il dottor Bailes: “perché è violento, irragionevole, ma è anche Shakespeare”. È ogni volta, ogni partita, un romanzo, e una tragedia. Quattro ore che intrecciano vite, storie, miti, tradizioni, sogni, destini. C’è tutto. Sempre. | Giovanni Francesio, Il Foglio, 3 febbraio 2019

 

La storia di Willie Wood. Nel 1967 ha vinto da eroe il primo Super Bowl, la finale del campionato di football americano, intercettando un lancio avversario e volando verso la linea del touchdown in un modo che ancora oggi emoziona per agilità, freddezza, eleganza. Un’azione letteralmente da manuale, studiata dagli allenatori che la mostrano ai ragazzi delle scuole come ai professionisti milionari. Ieri notte però Willie Wood, idolo da Hall of Fame dei Green Bay Packers, 79 anni, non ha guardato la finale del campionato in tv semplicemente perché non ricorda più di aver giocato quella partita così lontana nel tempo ma ancora illuminata dalla bellezza del suo talento. Wood ha perso la memoria, e il New York Times l’ha fotografato nella casa di riposo dove vive, la tuta blu scuro e il corpo da atleta ancora massiccio accasciato sulla sedia a rotelle, lo sguardo fisso su un punto della parete della sua cameretta con il lettino singolo. 
Wood è il fantasma dickensiano dei Super Bowl del passato, che la mattina della partita più attesa dell’anno ricorda ai 160 milioni di fan americani di questo sport che sono per adesso 4.500 i giocatori ai quali la federazione ha pagato un risarcimento. Ridotti in sedia a rotelle, smemorati, fiaccati dalla depressione, il cervello attraversato da microscopici puntini che diventano visibili soltanto durante l’autopsia: è la Cte, encefalopatia traumatica cronica, che potrebbe cambiare per sempre il futuro di questo sport, e sta facendo riflettere un esercito di genitori americani sempre meno propensi a utilizzare i loro figli a giocare a football nella squadra della scuola. | Matteo Persivale, Corriere della sera, 8 febbraio 2016

 

Quella sporca ultima meta. Mette insieme due filoni di successo del cinema americano, quello penitenziario e quello sportivo muovendosi su un binario doppio, quello comico e quello drammatico. Bisogna scendere a compromessi con il potere per poterlo sovvertire? Chi sono i servi e chi sono i padroni? È necessario rispondere alla violenza con la violenza? Molti di questi quesiti rimangono insoluti. Burt Reynolds regala una delle sue migliori prove d’attore con una sorprendente versatilità e maturità. E quella sporca ultima meta è il passaggio obbligato dalla superficialità passiva alla profondità consapevole, capace di riscattare una vita. | Fabio Fulfaro, Sentieri Selvaggi

 

  Il paradiso può attendere. Nel primitivo film il protagonista (un giovane che, dopo morto, torna sulla terra sotto altre spoglie) era un boxeur, qui un giocatore di football americano, sport seguito in USA: “In origine – spiega Buck Henry, regista e sceneggiatore  – doveva esserci Muhammad Ali come attore poi Warren Beatty ha scelto di interpretare lui la parte e così è diventato un giocatore di football, sport che Beatty ha praticato di persona”.
Due anni di preparazione, 12 sceneggiature prima di arrivare a quela definitiva (“un po’ di sonno l’ho perso”), 8-10 milioni di dollari di budget (“siamo andati di poco oltre il preventivo, Beatty era anche produttore”), ora un grande successo. | Maurizio Porro, Corriere della sera, 28 ottobre 1978

 

Any Given Sunday. Non so cosa dirvi davvero. Tre minuti, alla nostra più difficile sfida professionale. Tutto si decide oggi. Ora noi o risorgiamo come squadra o cederemo un centimetro alla volta, uno schema dopo l’altro, fino alla disfatta. Siamo all’inferno adesso signori miei. Credetemi. E possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi, oppure aprirci la strada lottando verso la luce. Possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta.
Io però non posso farlo per voi. Sono troppo vecchio. Mi guardo intorno, vedo i vostri giovani volti e penso “certo che ho commesso tutti gli errori che un uomo di mezza età possa fare”. Si perché io ho sperperato tutti i miei soldi, che ci crediate o no. Ho cacciato via tutti quelli che mi volevano bene e da qualche anno mi dà anche fastidio la faccia che vedo nello specchio.
Sapete col tempo, con l’età, tante cose ci vengono tolte, ma questo fa parte della vita. Però tu lo impari solo quando quelle le cominci a perdere e scopri che la vita è un gioco di centimetri, e così è il football. Perché in entrambi questi giochi, la vita e il football, il margine di errore è ridottissimo, capitelo. Mezzo passo fatto un po’ in anticipo o in ritardo e voi non ce la fate, mezzo secondo troppo veloce o troppo lento e mancate la presa. Ma i centimetri che ci servono, sono dappertutto, sono intorno a noi, ce ne sono in ogni break della partita, ad ogni minuto, ad ogni secondo.
In questa squadra si combatte per un centimetro, in questa squadra ci massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi per un centimetro, ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro, perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza fra vivere e morire.
E voglio dirvi una cosa: in ogni scontro è colui il quale è disposto a morire che guadagnerà un centimetro, e io so che se potrò avere una esistenza appagante sarà perché sono disposto ancora a battermi e a morire per quel centimetro. La nostra vita è tutta lì, in questo consiste. In quei 10 centimetri davanti alla faccia, ma io non posso obbligarvi a lottare. Dovete guardare il compagno che avete accanto, guardarlo negli occhi, io scommetto che vedrete un uomo determinato a guadagnare terreno con voi, che vi troverete un uomo che si sacrificherà volentieri per questa squadra, consapevole del fatto che quando sarà il momento voi farete lo stesso per lui.
Questo è essere una squadra signori miei. Perciò o noi risorgiamo adesso come collettivo, o saremo annientati individualmente. È il football ragazzi, è tutto qui. Allora, che cosa volete fare? | Discorso di Al Pacino/Tony D’Amato

 

Kansas City Chiefs o San Francisco 49ers. La finale 2020
  Lo stile di San Francisco. In cabina di regia per la compagine di coach Kyle Shanahan c’è Jimmy Garoppolo. Il 28enne nativo di Arlington Heights (Illinois) è il classico quarterback che deve solamente gestire un attacco che gira alla perfezione. La forza di San Francisco, infatti, è il running game. Mostert, Coleman, Breida e Juszczyk grazie anche aid una linea che blocca come forse nessun’altra nella Lega, possono dominare le partite da soli. Nel Championship, per esempio, Garoppolo si è limitato a soli 8 lanci, mentre Mostert ha disintegrato i Packers con 220 yds su corsa e un filotto di mete da record. Il reparto dei ricevitori, invece, si racchiude in un solo giocatore: lo straordinario tight end George Kittle. Un giocatore che corre tracce perfette, ha mani di granito e, non ultimo, aiuta il running game con blocchi impeccabili. Come se non bastasse, poi, i Niners sono dominanti a livello difensivo. In stagione hanno concesso la miserie di 169 yds su lancio e 1125 su corsa di media. Merito di una front line spaventosa con Bosa, Day, Buckner e Armstead che sono in grado di portare pressione costante e varia ai Qb avversari, quindi con una secondaria che vede Sherman comandare un reparto che sostiene i linebackers come Alexander, Warner e Greenlaw. In poche parole una difesa che non ha limiti e difetti. Running game e difesa. San Francisco vuole il sesto trionfo al Super Bowl con queste due chiavi. Se, invece, Kansas City riuscirà a far valere il suo attacco oppure a costringere Garoppolo a lanciare spesso, potrà davvero mettere in difficoltà una squadra che a livello di solidità e efficacia non ha nulla da invidiare a nessuno. Sarà uno scontro filosofico a Miami. | Alessandro Passanti, OA Sport

 

  Il coach di Kansas. Il 61enne Reid inventa, sfrutta i giochi a sorpresa e lascia grande libertà di iniziativa al suo QB di cambiare la chiamata sulla linea di scrimmage. Il coach dei Chiefs torna al Super Bowl dopo 15 anni e col record (non necessariamente invidiabile) di essere l’allenatore con più vittorie in carriera 221 senza aver vinto l’anello: “Felice di essere qui, ma a questo tipo di statistiche non guardo. Sono passati 15 anni da quella notte a Jacksonville e questo vuol dire che so cosa aspettarmi dall’evento, credo di sapere come gestire meglio alcune situazioni extra campo e soprattutto vuol dire che sono più vecchio”.
Molto amato dai suoi giocatori tanto che i Chiefs hanno deciso di scendere dall’aereo a Miami per questo SB tutti vestendo una camicia hawaiana, in fondo appropriata anche per la Florida, tipica dello stile fuori dal campo di Reid. Se lui è una delle storie di questo Super Bowl ovviamente è anche per motivi umani. Nell’estate del 2012 Andy Reid, uomo anche profondamente religioso, ha perso Garrett, uno dei suoi 5 figli, morto nel campus della sua università per overdose di eroina dopo anni di tentativi di riabilitazione e di dentro e fuori dalle patrie galere per furti di vario genere. Un dolore fortissimo che si è trascinato con dignità per anni. Domenica però Reid potrebbe condividere la vittoria del Super Bowl con un altro dei suoi figli, Brett, che è uno dei suoi assistenti perché guida la linea dei linebackers. | Massimo Marianella, Sky Sport online 

 

La storia del tifoso che fa perdere la sua squadra. Domenica scorsa Charles Penn, 31 anni, impiegato alle Poste a Kansas City, ha visto da casa la partita che, vinta poi 35-24 sui Tennessee Titans, ha qualificato i suoi Chiefs al Super Bowl per la prima volta dal 1970. Bel tifoso, uno che potrebbe andare allo stadio e non lo fa, vero? C’è un problema, però: a Penn hanno chiesto i Chiefs stessi di restare a casa, e per incentivarlo gli hanno mandato, sabato, alcune cheerleader, il responsabile marketing, la mascotte e uno scatolone di maglie e souvenir.
????  Che succede? Semplice: Penn, non per nulla ribattezzato Bad Luck Chuck, è convinto di portare sfortuna alla sua squadra, avendo visto dal vivo solo sconfitte nei playoff, e la domenica precedente, con i suoi clamorosamente in svantaggio per 21-0 in casa contro gli Houston Texans, non ce l’aveva più fatta ed aveva abbandonato il posto a sedere, nell’anello basso, acquistato per 285 dollari. Era convinto che fosse stata la sua presenza a causare la débâcle e uscendo si era fatto un videoselfie in cui diceva «esco, devo farlo altrimenti addio rimonta nel secondo tempo. Non ho scelta, è l’unica speranza» e l’aveva pubblicato sul suo profilo Twitter.
????   Mentre scendeva le scale Houston aveva segnato ancora, andando 24-0, ma subito dopo era iniziata la rimonta che aveva portato i Chiefs a dilagare vincendo 51-31, e in poco tempo la storia era esplosa sul web amplificando la fama di Penn. Nel dopo partita il quarterback Pat Mahomes, informato dell’accaduto, aveva chiesto a Penn di restare a casa, e i Chiefs sabato scorso hanno aggiunto gli incentivi. Ora però c’è un problema: cosa farà Penn, con i Chiefs qualificati al Super Bowl contro i San Francisco 49ers? | Roberto Gotta, il Giornale, 23 gennaio

 

Il football e il mestiere del quarterback. Buffo sport, perché è l’unico sport di squadra in cui, però, un giocatore vale come tutti gli altri messi insieme, e alle volte di più. Si chiama quarterback, ed è quello che pensa. La mente. Gli altri si massacrano, lui decide lo schema, riceve il pallone su un piatto d’argento, fa qualche passo indietro studiando la situazione, scannerizza il campo intero mentre intorno a lui armadi con casco fanno muro per lasciarlo lavorare in tranquillità e alla fine lancia il pallone, a distanze micidiali, o a due metri, comunque sia è un’operazione chirurgica, un lavoro di cesello. | Alessandro Baricco. Barnum

 

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