1974 L’ESTATE DEI MONDIALI AZZURRO TENEBRA
IL COMPROMESSO ALL’ITALIANA SUL BURBERO CHINAGLIA
Fuori Riva, fuori Rivera, Boninsegna soltanto in panchina. Le scelte – ha detto Valcareggi – sono in funzione della Polonia. Loro sono già qualificati, all’Italia basta il pareggio. È una vigilia carica di tensione. A un certo punto si era sparsa la voce che Boninsegna fosse scappato dal ritiro. Invece era stato condotto con Riva e Rivera in albergo, con un pullmino. Ma tira brutta aria. Boninsegna ha promesso che parlerà dopo la partita, Riva ha detto che i medici gli hanno comunicato che non sta bene, Rivera è amaro: «Lo avevo intuito. Quando il sottoscritto non gioca bene una partita viene sempre messo fuori». La Gazzetta titola: “Diciamo Rivera sostituito. Rivera escluso non è bello”.
Andiamo in campo con Chinaglia-Anastasi in attacco, una coppia inedita. Giorgio Mottana sulla Gazzetta scrive: “Valcareggi ha preso decisioni più ragionevoli che coraggiose. Ove l’Italia fosse stata eliminata nella stessa formazione schierata con l’Argentina, molte colpe sarebbero ricadute sullo stesso C.T., che si sarebbe dimostrato di una cecità assoluta. Sarebbe stato impossibile perdonargli di non essersi accorto che per ridare un decente tono atletico alla squadra occorreva intervenire subito e drasticamente. Infatti Rivera e Riva non giocheranno. La decisione deve essere stata soppesata e per cosi dire sofferta. Per un conservatore come il C.T. azzurro togliere di squadra due giocatori di quella caratura in una volta sola non dev’essere stata operazione indolore. Ma non v’erano, sul piano tecnico, scelte diverse. Subentrano a Rivera e a Riva energie più fresche”.
Mottana dice che “non si reclamano miracoli, si vuole solo che l’Italia sia in grado di offrire una cifra pur elementare di gioco. E che, ritrovata la strada del gioco e della coesione, sappia offrire anche una dimostrazione di carattere. Il bisogno era impellente, la situazione quasi disperata. Bisognava osare, se pur è ancora osare riconoscere l’evidenza. Viene riconfermato Anastasi, che passa sulla fascia sinistra dell’attacco; riottiene fiducia Causio, che subentrato a Rivera nell’ultimo scorcio della partita con l’Argentina non ha avuto maniera di mettersi in luce, e che occupando il posto che era di Mazzola costituisce un ricambio logico e del tutto prevedibile. Causio è un mattocchio dal quale è lecito attendersi di tutto: o l’impennata travolgente o un pasticciaccio. Auguriamoci che sia la giornata buona. Anastasi, sinora prodigo di sforzi non abbastanza lucidi, assicura perlomeno un sufficiente grado di dinamismo e di agilità. Mazzola, riportato al ruolo di mezzala, non ha ragione né tempo di vedere soddisfatto un suo puntiglio (quante volte ha rimpianto in cuor suo di non essere al posto di Rivera?) perché subito enorme è la responsabilità contro l’Argentina, che ricade sulle sue fragili spalle. Non che Mazzola sia una mezzala completa, neanche Mazzola garantisce ancora al centrocampo quel nerbo che pure ci vorrebbe. Però Mazzola, uno dei pochissimi azzurri in condizione, è dal punto di vista caratteriale giocatore esemplare: dà tutto, e lo da giocando sui nervi, con chiarezza, con tenacia, con intelligenza. Mazzola è uno strumento dal timbro sicuro”
Giovanni Arpino su La Stampa scrive invece che “un sigaro, un titolo di cavaliere, un terno al Lotto non si negano ad anima viva: ma il pronostico per Italia-Polonia è infinitamente più difficile, sfuma tra mille dubbi, contraddizioni, ipotesi machiavelliche. Il Club Italia ha scelto la via del coraggio, cercando di scavalcare con un solo balzo gli ostacoli della paura: grazie ad un’operazione chirurgica tutt’altro che indolore, ceco fuori squadra Riva, fuori Rivera, torni l’innesto di Chinaglia che solo quattro giorni fa fu accusato di «confusione mentale» e «disadattamento», entrino in blocco i giocatori di matrice juventina, che non vennero sbrigliati contro Haiti ma debbono, in questa fatal domenica, estrarre la castagna dal fuoco (già gli accadde ad Istanbul contro la Turchia in una partita-chiave per la qualificazione alla presente Coppa del Mondo: un destro di Anastasi risolse la questione)”.
E insomma, secondo il premio Strega che segue il calcio per il quotidiano torinese e che si trova in Germania ai Mondiali, “i dadi sono tratti, il Rubicone verrà saltato? I nostri dubbi sono numerosi: perché una coppia Anastasi-Pulici forse sarebbe servita di più, perché Anastasi-Chinaglia hanno giocato insieme solo un tempo di «amichevole» ad Appiano Gentile in fase preparativa, perché lo stesso Giorgione, pur felice di giocare, dovrà dimenticare sul campo le accuse e le obbligate scuse impostegli durante il «processo» di mercoledì scorso. Dai tronconi della Nazionale che fu, deve uscire il sortilegio. O si torna al « grado zero » del football italiano”.
LE DUE GERMANIE E LE DUE ITALIE
I giornali commentano l’1-0 della DDR sulla Germania Est, il gol di Sparwasser che ormai ha cinquant’anni. Nel libro “Il desiderio di essere come tutti”, lo scrittore Francesco Piccolo racconta di essere diventato comunista per quella partita, per Sparwasser – che oggi è il nome di un centro sociale al quartiere Pigneto di Roma.
Io mi ero dato questa spiegazione: che la Germania Est fosse una specie di formazione delle riserve, la squadra B. In fondo, era sempre Germania, ma aveva meno attenzione, non si diceva mai che era la squadra di casa, non era per niente favorita al contrario dell’altra… Insomma, se me lo avessero chiesto, avrei risposto che forse era venuta a mancare qualche altra squadra e avevano messo in piedi un’altra formazione per la regolarità della competizione. Solo per questo motivo c’era un’altra Germania con calciatori che nessuno conosceva e di cui nessuno parlava
… Era come se non provassimo molta simpatia per quella squadra. Chiedevo spiegazioni e mio padre mi diceva che di Germania non ce n’era una, ma due, appunto. Diceva che per dividerle, per esempio, avevano messo un muro che attraversava tutta la città di Berlino. E quelli che stavano al di là del muro non potevano venire più da questa parte. Allora io pensavo che Berlino stava al confine tra le due Germanie – andavo a vedere sull’atlante e scoprivo che non era così, che stava solo da una parte, e c’erano due divisioni, una tra le due Germanie e una dentro Berlino perché nessuno voleva lasciare la città all’altro. Quando mio padre diceva di qua, parlava della Germania Ovest (ma diceva solo Germania). Quando diceva di là, parlava della Germania Est. Quella come noi è la Germania Ovest – la Germania, insomma. È più bella, più forte e se vuoi andarci ci possiamo andare. L’altra è più brutta e più debole e non ci fanno neanche entrare per vederla.
Insomma. L’1-0 della DDR sull’Ovest ispira Gian Paolo Ormezzano per un pezzo su Tuttosport, tra derby tedesco e vigilia dell’Italia:
“E poiché siamo qui ad Amburgo per Germania Ovest-Germania Est, ci viene facile e giusta (speriamo) in mente una faccenda di Ovest e di Est, anzi di est e di ovest, che riguarda l’Italia. Sì, perché oggi è vigilia storica per l’Italia, oltre che giornata storica per la Germania, pardon, per le Germanie. Nel senso che, mentre la Germania ammette, anche nel calcio, di essere divisa fra est e ovest, noi stiamo per scoprire un’Italia est ed un’Italia ovest che si possono sovrapporre, per qualche giorno almeno, all’Italia nord e all’Italia sud. Infatti pensiamo che il calcio ci proponga domani una nuova dicotomia italiana, al di là di quella tradizionale. L’Italia est è quella in cui domani può sorgere il sole, l’Italia ovest quella in cui domani il sole può tramontare. Nascita e morte del sole hanno, nel calcio, tempi lunghi. L’ultimo nostro grande sole è sorto quattro anni fa, e qualcuno pensa che non sia tramontato neppure mercoledì scorso, dopo Italia-Argentina, ma che possa tramontare domani. Quanto al sole che domani potrebbe sorgere, c’è chi dice che, se sorge, è per stare nel cielo a lungo, e scaldarci per un bel po’. C’è chi dice che tramonterà al primo incontro di semifinale. L’Italia non è mai stata veramente unita, fra nord e sud. Invece l’Italia est, o l’Italia ovest, quella insomma che nasce domani, sarà sicuramente unita. Nel rinascere di una speranza, o nel suo morire, saremo tutti insieme. È splendido, commovente pensare che una nazione possa, sia pure soltanto in determinate circostanze storiche, pensare tutta allo stesso modo. Eppure così sta per accadere. Domani fratelli, domani. Oggi no, oggi la pensiamo ancora in molti modi diversi, persino su un bipede a nome Rivera o Riva la pensiamo in molti modi diversi. Domani è molto probabile che si raggiunga una unità di pensiero. Chiaro che rinunceremo all’est, oppure che rinunceremo all’ovest, ma insomma per un poco vivremo tutti intellettualmente nella stessa maniera. Ciò è molto bello. O no? Ovviamente si è per l’Italia Est. Si aspetta il sorgere del sole con la stessa fede con la quale i vichinghi aspettavano, trascorsa la notte della paura, nel tremore, che riapparisse Odino, il dio della luce e della vita”.
LE INTERVISTE CON IL LIEVITO [ANCHE 50 ANNI FA]
Nella sua rubrica-diario quotidiana, Ormezzano scrive anche stavolta una lettera alle su bambine lontane.
“Carissime Olivia e Maria, l’intervista nel giornalismo, è come una interrogazione a scuola. Solo che, se l’interrogato risponde bene, ci fa una bella figura non lui, ma chi lo ha interrogato, cioè il giornalista, il quale può scrivere un bell’articolo. Sarebbe come se a scuola vi chiamassero alla cattedra, vi facessero un sacco di domande, sempre con vostre perfette risposte, e poi vi dicessero: molto bene, sei stata proprio brava a rispondere, mi do dieci. L’intervista è la chiave di volta del giornalismo. Qui l’intervista è praticamente impossibile per via delle segregazioni di vario tipo, e mai si è usato tanto lievito per trasformare le frasi rapidissime di un giocatore in articoli lunghi così, con tanti ma, tante virgolette a dire del discorso diretto, in questo senso mi sembra davvero giusto che il bel voto sia dato non ha chi ha risposto, ma a chi ha interpretato i monosillabi e li ha fatti lievitare. Ci sono però i casi in cui non ci sono neanche i monosillabi e allora soccorre tutto l’archivio, tutta la memoria. Ho sorpreso un collega mentre scriveva l’intervista a Cruyff, giocatore che lui non ha mai visto, ed era un’intervista perfetta, un collage di interviste rilasciate da Cruyff nel passato. Gli diceva persino, l’olandese, quante sigarette fuma ogni giorno, e quante dovrebbe fumarne, e quante vorrebbe fumarne. L’unico problema è sapere se anche i pezzi del collage sono autentici, o se non sono frutto di precedenti lievitazioni. Perché ogni tanto ho il sospetto che i giocatori siano tutti muti, e le lunghe interviste attuali non siano che elaborazioni di un grugnito, o di un vagito emesso dai tipi quando sono nati. Io non so che voto posso avere di intervista. L’altro giorno il console italiano a Stoccarda mi ha ringraziato, abbastanza pubblicamente, perché nel riportare una intervista con lui ero stato molto preciso, un mese e mezzo fa lui credeva di farmi un complimento, invece il complimento era per lui, non sapevo come dirgli che mi stava facendo fare una orribile figura, nel proclamare davanti a tutti che non ero inventore. Poiché non sono santo, o navigatore, o poeta, e poiché sono italiano, è chiaro che non essendo neppure inventore sono nessuno. E voi, poveracce voi, siete figlie di nessuno”.