| Tira un’aria da 2021. No, non per la nazionale di calcio. Almeno non ancora. Tira aria da mamelismo 2021, l’anno in cui tutto andò al suo posto, ogni cosa era illuminata, finanche una finale a Wimbledon, finanche la Parigi-Roubaix. E adesso il tennis, l’atletica, le previsioni di oltre 40 medaglie per le prossime Olimpiadi. La nazionale chi lo sa, chi può dirlo, vedremo come va a finire, ma questo sventolio di bandiere smuove del vento già sulle panchine, le panchine di tutt’Europa. Antonio Barillà su La Stampa scrive che siamo “un popolo di santi, poeti, navigatori e… ct. Non solo perché milioni di italiani, tra social e bar, spiegano il mestiere a Spalletti, ma perché davvero esportiamo tattica all’estero, nei club e nelle nazionali. All’Europeo i nostri tecnici saranno cinque, Francia, Germania e Spagna ne hanno due: protagonisti, oltre Luciano Spalletti, Vincenzo Montella con la Turchia, Domenico Tedesco con il Belgio, Marco Rossi con l’Ungheria, Francesco Calzona con la Slovacchia. Record assoluto nella storia del torneo, dopo il trio olandese del 2008 quando Van Basten guidava gli orange, Hiddink la Russia e Beenhakker la Polonia”. Succede regolarmente anche quando cominciano gli Europei o i Mondiali di pallavolo, in campo maschile per quantità di presenze, in campo femminile per qualità di risultati.
SPALLETTI PASSAGUAI
L’unico cittì italiano che siede sulla panchina dell’Italia ha altri pensieri, stamattina. Luigi Garlando sulla Gazzetta racconta di Barella, Fagioli e Frattesi ai margini della squadra [“potrebbe essere benissimo il centrocampo titolare”] per dolori muscolari, acciacchi, risentimenti vari. Garlando spiega che “un filo logico unisce i tre: i due interisti, dopo lo scudetto vinto in aprile, hanno comprensibilmente frenato la preparazione e forse hanno pagato la ripresa forte a Coverciano. Non a caso Spalletti a Empoli ha risparmiato Bastoni e Dimarco, temendo guai simili. Qualcosa di analogo potrebbe aver sofferto Fagioli, fermo per sette mesi“.

L’uomo che quasi esplode di salute gioca nel ruolo più in vista e porta il numero che il calcio italiano sta aspettando da anni di vedere indossato da una figura di caratura internazionale, senza offesa per Immobile e Belotti. Fabio Licari sulla Gazzetta dedica a Scamacca il suo intervento, accennando a un paragone con Kane: “Lewandowski – dice – è il prototipo del 9 d’area che un tempo era Gerd Muller, spesso fuori dal gioco, ma implacabile sotto porta: un pallone una sentenza. Dzeko è l’esponente più illustre di centravanti arretrato, quello che si traveste da 10 per dettare la manovra sulla trequarti, il regista offensivo dai piedi eleganti e dalla visione telescopica: c’erano una volta Bergkamp, il sublime Cruijff e Hidegkuti con cui tutto è cominciato. La sintesi ideale delle due identità del 9 moderno è sicuramente Harry Kane, ex centravantone boa inglese, da anni vero playmaker offensivo dell’Inghilterra con aperture, filtranti e lanci che lo mettono in concorrenza con il 10 vero di Sua Maestà, Bellingham: nella finale di Wembley fu il suo movimento totale a creare problemi agli azzurri, finché Chiellini non gli prese le misure e tutto il resto fino alla coppa. C’è idealmente un Kane anche nell’Italia, il suo nome è Gianluca Scamacca”.
Oh, ci avverte, non sta dicendo che Scamacca sia Kane, solo che “Mancini avrebbe dato tutto per vederlo realizzato, e per Spalletti è il 9 “con la scocca” indispensabile oggi. Qui a Dortmund avevano pensato a lui quando Haaland era andato al City. Si vede che Scamacca è forte forte, si capisce da come tocca la palla e si muove pur con un fisico da corazziere, alto uno e novantacinque, spalle larghe che quando salta in area per colpire di testa sembra Batman col mantello aperto. Si vede che Scamacca è il centravanti più forte che abbiamo. Questo Europeo può finalmente metterlo in concorrenza con i grandi del ruolo”.
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ANTAGONISTI
E DELL’ALBANIA, DELL’ALBANIA: CHE SI DICE?
Eh, dell’Albania che si dice. Si dice che Paolo Tomaselli sul Corriere della sera ha intervistato il suo cittì, che non è italiano ma con l’Italia ha un legame. Si chiama Sylvio Mendes de Campos Júnior, detto Sylvinho, difensore dell’Arsenal e del Barcellona, con cui ha vinto due Champions. Al City ha incontrato Roberto Mancini allenatore [“decisivo per la seconda parte della sua carriera”] e sabato sfida il nostro calcio nell’esordio in Germania. Mancini lo volle nello staff all’Inter.
➣ Cosa le è rimasto?
«Tante cose. Milano è bellissima, ci è rimasta nel cuore. Mio figlio adesso gioca a calcio in una università americana, mia figlia sta finendo gli studi a Madrid: parlano perfettamente italiano».
➣ L’Albania non è una Nazionale come le altre: perché?
«Perché in patria ci sono tre milioni di albanesi, che diventano una decina con quelli in giro per il mondo: cercare giocatori è un lavoro durissimo, ma stimolante. Con lo scouting ne abbiamo trovati in Corea, Turchia, Danimarca: guardiamo tanti video e quando è il momento di scegliere voliamo sul posto. Un po’ come fanno i club».
Andrea Elefante sulla Gazzetta ha invece sentito Igli Tare, l’ex centravanti e d.s. della Lazio. Tare dice che Sylvinho all’Albania ha portato «anzitutto un po’ di allegria, aiutato dai risultati. Concretezza e poi esperienza e preparazione internazionale: sua e del suo staff». Punto forte e punto debole della squadra? Risposta: «Punto forte: in questa squadra non c’è una star, è il gruppo la star. E poi sapere che in campo non sono undici giocatori ma venti milioni di albanesi in tutto il mondo: ognuno darà più di quello che può dare. Il punto debole: metà squadra ha avuto poco minutaggio in stagione e queste sono partite da intensità molto alta». Secondo Tare, il duello Djmisiti-Scamacca finisce che «lo vincerà Djimsiti, perché lo conosce bene e sa come “prenderlo”».
Prima di Sylvinho sì che c’era un italiano sulla panchina dell’Albania. Edy Reja venne dopo De Biasi e quella prima storica qualificazione a Euro 2016. Il Corriere della sport-stadio lo ha rintracciato. Reja è stato invitato dal presidente Armand Duka e sabato sarà in tribuna a Dortmund. Dice: «Guai concedere il contropiede a Broja, Manaj e Asani. Sarà dura farli fuori, hanno temperamento. L’Albania è velocissima. Allo stadio almeno 20 mila albanesi». Allora Fabrizio Patania si allarma, sobbalza, domanda: Mica tiferà Albania? Ma Reja ha una faccia da western, lo sappiamo, De Laurentiis lo definì il mio Clint Eastwood, prima che si mettessero le mani addosso nello spogliatoio: non fu un mezzogiorno di fuoco solo perché non era mezzogiorno e non stavano al sole. Comunque Reja è un signore con le rughe, il cinturone e il cappello, imposta la mascella e risponde: «Sono italiano, ho gli azzurri nel cuore, ma nutro affetto e simpatia per gli albanesi, mi piacerebbero facessero una buona figura. Tiferò per l’Italia. Conosco Spalletti, l’ho sempre considerato un tecnico di grande livello. C’è amicizia. Ho goduto a vedere il suo Napoli. Deve lavorare molto con l’Italia e tirare su dei giovani. Altri come Di Lorenzo, Cristante e Dimarco sono già di un certo valore».
Per saperne di più sull’Albania e su come gioca, Dario Saltari su Ultimo Uomo ha messo in fila alcuni concetti chiarendo che “quella di Sylvinho non è però una Nazionale solo difesa e sofferenza. Il suo gioco con il pallone magari non sarà particolarmente complesso, ma non è nemmeno lasciato al caso, ed è fatto per esaltare le connessioni tecniche tra i calciatori, in particolare quel triangolo di centrocampo composto da Ramadani, Asllani e Bajrami dove si trova buona parte del talento tecnico della squadra“.
La scommessa – così la definisce UU – la scommessa si chiama Jasir Asani, “ala destra, una carriera anonima passata tra Macedonia, Albania e Svezia, e fino a poco tempo fa nessuna speranza di essere convocato in Nazionale dopo solo una presenza con l’Under 21 nel lontano 2016. Quando è stato convocato – racconta Saltari – Asani stava già pensando alla pensione. Aveva accettato la ricca offerta del Gwangju, in Corea del Sud, pensando che fosse l’ultima grande occasione della sua carriera, e mai avrebbe immaginato che di lì a pochi mesi sarebbe diventato un eroe nazionale. Nelle qualificazioni Asani è stato il capocannoniere dell’Albania insieme a Bajrami. Ha segnato tre gol, uno più bello dell’altro, uno più importante dell’altro, dimostrando una capacità balistica che in un torneo che gira su pochissimi episodi potrebbe fare la differenza. Che stia vivendo un sogno lo si vede da come gioca. Asani sembra correre a qualche centimetro da terra, prova sempre la giocata più difficile, ed è in quello stato di grazia per cui il più delle volte gli riesce“.
QUANDO LI VEDIAMO SABATO ORE 21