longform week-end
You’ll never walk alone: dalla città al mondo
Come il Liverpool è riuscito a vivere anche la vita dell’Everton
A Liverpool ci sono due squadre forti:
il Liverpool e le riserve del Liverpool
Bill Shankly
La comunità
Questa è una comunità che da molto tempo, ancor prima di diventare vulnerabile alle antipatie dei Tories di Maggie Thatcher negli anni ’80, è stata colpita dal declino economico. Liverpool è sempre stata una città a parte. È facile sperimentare questo senso di meraviglia in una città come Liverpool, in particolare nell’imponente stadio di calcio, l’edificio che si chiama Anfield.
Anfield è la reale incarnazione, non solo il simbolo, della città e dell’eccezionalità di Liverpool. Lo stadio è eccezionale non solo per le sue tribune ma perché è il centro di una comunità al collasso. Le rappresentazioni di Anfield sono un segnale sia in Inghilterra che in Europa. Tutte le squadre ospiti, quando camminano nel tunnel che porta al prato, devono passare sotto un cartello. C’è scritto: This Is Anfield. È molto più di un cartello. Serve a inculcare nei giocatori del Liverpool il rispetto per il club, per le sue tradizioni e per la maniera di stare al mondo di Liverpool. | Ben Carrington e Ian McDonald. Marxism, Cultural Studies and Sport
Com’era la situazione una quindicina d’anni fa. Una città di mezzo milione di abitanti, divisa tra Liverpool ed Everton, e senza un Abramovich o un Berlusconi alle spalle difficilmente può competere con le grandi piazze del calcio europeo. | Gabriele Marcotti, la Stampa, 11 aprile 2005
Come fu fondato il Liverpool. John Houlding, businessman e politico, era diventato proprietario di Anfield Road, lo stadio utilizzato proprio dall’Everton, che pagava l’affitto a Houlding; quando questi aumentò la tariffa annua, le proteste che ne seguirono all’interno del club (Houlding venne accusato di voler far soldi a danno dell’Everton) portarono l’Everton lontano dall’impianto, verso quel Goodison Park che ancora oggi è lo stadio dei Toffees. Era il 1892. Houlding si trovò così con uno stadio di sua proprietà, ma senza una squadra che vi giocasse, un po’ come capitato a Gus Mears con Stamford Bridge; e come Mears, che fondò il Chelsea, Houlding con il socio d’affari John Orrell decise di creare il proprio club. Inizialmente il nome della società fu Everton FC and Athletic Grounds, o Everton Athletic, ma per fortuna diciamo noi oggi, abituati alla bella rivalità e al dualismo tra le due società, il Football Council rifiutò la denominazione, e Houlding ripiegò per un forse più banale, ma sicuramente vedendola col senno di poi azzeccatissimo Liverpool Football Club. Era il 15 Marzo 1892, l’Everton stava finendo la sua ultima stagione ad Anfield prima del trasferimento che avvenne effettivamente nell’estate successiva, estate che vide la società di Houlding riconosciuta ufficialmente dall’establishment del calcio inglese. Iniziava in quel momento la storia del Liverpool. | Pierpaolo Pessano. English Football Station
“ Il Liverpool è magico. L’Everton è tragico Emlyn Hughes
Come era stato fondato l’Everton. Il distretto di Everton divenne parte della città di Liverpool nel 1835; fu proprio in quel distretto che, nel 1871, venne inaugurata la St. Domingo Methodist Church (che prendeva il nome dalla St. Domingo Road in cui era ubicata), precedentemente situata in un’altra zona della città. Nel 1878 il reverendo Ben Swift Chambers venne nominato ministro delle chiesa, e tra le sue prime idee vi fu quella di creare una squadra di cricket che potesse servire da svago per i giovani fedeli, metodisti ma non necessariamente pigri. Il cricket era uno sport estivo, per cui per i mesi invernali bisognava pensare a qualcos’altro: quel qualcosa era il football, che stava dilagando per il Paese come una benevola influenza che avrebbe cambiato la cultura inglese, europea e mondiale. Le richieste per unirsi alla squadra di calcio furono subito ben oltre le aspettative, e il nostro rev. Chambers, tra un vangelo e un Padre Nostro non avrebbe mai potuto immaginare a cosa stava per dare il là la sua idea: infatti appena un anno dopo, nel 1879, fu convocato un meeting al Queen’s Head Hotel che sancì il cambio di nome da St Domingo F.C. a Everton Football Club, con la benedizione del nostro reverendo. Il nome scelto fu un evidente tentativo di legare la squadra, fondata da una comunità ristretta (quella metodista), a una più allargata (il quartiere), e dunque di allargare ma non disperdere questo sentimento di legame. La prima partita (20 Dicembre 1879) fu giocata sullo stesso suolo dove giocava il St Domingo, Stanley Park: maglie a strisce verticali bianco-blu, eredità del team voluto dal nostro ormai famoso reverendo, e vittoria per 5-0 contro il St Peter’s. | Pierpaolo Pessano. English Football Station
L’insospettabile Everton. L’Everton a dispetto dei poco brillanti risultati degli ultimi 30 anni è la società che ha disputato più stagioni nel massimo torneo inglese (4.535 partite disputate) e che al contempo ha segnato di più (7.047 gol). Nella sua storia il club è retrocesso solo due volte, l’ultima delle quali nel 1951, riuscendo a tornare nell’allora First Division solo nel 1953-54, quando ci fu l’avvicendamento con i cugini del Liverpool, che fecero il percorso inverso. | Giovanni Armanini, Tuttosport, mercoledì
Bill Shankly. L’uomo che riportò il Liverpool in serie A
Nella Merseyside, sponda Liverpool FC, è un simbolo, un’icona immortale, una divinità oggetto di una sorta di culto della personalità. Shankly è il Liverpool, o meglio è colui che ha fatto sì che una squadra e una società allo sbando spiccassero il volo per diventare uno dei club più conosciuti e vincenti al mondo. Insieme ai suoi grandi amici Matt Busby (Manchester United) e Jock Stein (Celtic), Shankly ha rappresentato l’avanguardia di una meravigliosa generazione di tecnici scozzesi figli della working class. Il suo paesino di origine, Glenbuck, era terra di minatori, mestiere che lui e i suoi quattro fratelli si risparmiarono grazie al football. Bill arrivò a vestire la maglia della nazionale ma la sua carriera professionistica fu fermata dalla guerra. La sua ex squadra del Preston North End gli ha dedicato una tribuna dello stadio appena rimodernato. Il faccione sorridente di Shankly, infatti, campeggia nell’omonima End. All’Anfield Road, invece, c’è una sua statua davanti alla mitica Kop e uno degli ingressi dell’impianto è stato battezzato Shankly’s Gate. | Luca Manes, il Manifesto, 20 marzo 2009
“ Dovranno mandare una squadra da Marte, se proprio vogliono batterci Bill Shankly
Perché all’Everton intanto iniziavano a chiamarsi Toffees. Toffee è una caramella, e un dolciume era l’Everton Mints lanciato nel 1878 dalla Barker & Dobson, un’azienda che decise di onorare in quel modo la fondazione del club. Gli Everton Mints e i toffees erano venduti da un locale negozio di dolciumi (“Mother Noblett’s toffee shop“) ai tifosi che si incamminavano verso lo stadio; secondo altre versioni, il negozio in questione era Ye Anciente Everton Toffee House. Comunque da lì nacque la tradizione dei “toffees”, con la Toffee Lady che faceva il giro di campo nel prepartita lanciando le Everton Mints ai tifosi. | Pierpaolo Pessano. English Football Station
“ Se l’Everton giocasse giù, in fondo al mio giardino, chiuderei le tende Bill Shankly
Un mito dell’Everton: Dixie Dean. Le sue imprese fecero epoca, a cominciare dai 349 gol segnati con la maglia dell’Everton di cui 60 nella sola stagione 1927-1928, record imbattuto e ragionevolmente imbattibile. La maggior parte dei quali realizzati con la sua grande specialità, il colpo di testa. Caratteristica sorprendente non soltanto perché con i suoi 178 centimetri di statura Dixie non era un gigante, ma soprattutto perché a diciannove anni era stato vittima di un incidente in moto che gli procurò la frattura di mascella e cranio. Per i medici la sua carriera era finita, per lui neanche a parlarne. Dopo poche settimane tornò in campo, andando subito in rete nella prima partita. Di testa, naturalmente, colpendo così forte il pallone da far nascere la leggenda che il chirurgo doveva aver lasciato nel cranio una buona dose di metallo. Il coraggio e il sangue bollente erano infatti le altre doti che non gli facevano difetto. Quando ancora giocava nel Tranmere Rovers in una partita con l’Altrincham subì un colpo durissimo nel punto più doloroso possibile per un maschio. Un compagno provò a intervenire massaggiando la parte danneggiata, lui lo fermò torcendosi dal dolore: «Non dovete strofinarli, dovete contarli». Non aveva torto: nell’incidente aveva perso un testicolo. | Nicola Roggero. Premier League. Il racconto epico del calcio più entusiasmante di tutti i tempi (Rizzoli)
“ Quando non ho niente di meglio da fare, do un’occhiata alla parte bassa della classifica per vedere come se la sta cavando l’Everton Bill Shankly
Per chi tifavano i Beatles. Nella Liverpool dei Beatles «non m’interessa» non era scusa valida: cattolici con l’Everton, protestanti dall’altra parte. Per John, che da ragazzino giocava («Era il più bravo tra noi», diceva Pete Best), gli indizi portano ai Reds: papà li tifava, e sulla copertina di Sgt. Pepper l’unico calciatore è Stubbins, bomber rosso nel dopoguerra. I Beatles erano più o meno come il loro leader. «A Liverpool ci sono tre squadre, noi tifiamo per quell’altra» disse George Harrison. Ringo simpatizzava Reds, McCartney ha svelato l’arcano due anni fa: «La mia famiglia è di evertoniani. Ma sono amico di Kenny Dalglish e mi piace pure il Liverpool. Non posso tifare entrambe? Ho una dispensa papale che me lo consente. In caso di derby? Alle strette, Everton». | Giulio Di Feo, la Gazzetta dello sport, 5 marzo 2013
Il romanzo su Shankly. In inverno, di mattina. I giocatori del Liverpool Football Club erano stipati nel vecchio padiglione di legno nel campo da allenamento di Melwood, West Derby. Tutti e quaranta. Erano là per conoscere il loro nuovo allenatore. Ed erano nervosi. Erano preoccupati. Tutti e quaranta. Tutti avevano sentito parlare di Bill Shankly. Uno di loro sussurrò, Quell’uomo è un fanatico. Un fottuto pazzoide. Arriverà qui come un cazzo di uragano. Ci cacceranno tutti, ragazzi, ve lo dico io. Alcuni annuirono. E un altro disse, Già. Ho sentito una storia su di lui quand’era al Carlisle, quando allenava lì. Stavano sotto due a zero alla fine del primo tempo. Rientrano nello spogliatoio. E la prima cosa che fa Shankly è afferrare il capitano. Lo prende per la gola e gli dice, Perché sei stato tu a battere il calcio d’inizio? E il capitano dice, Perché ho perso il lancio della monetina, Boss. E allora Shankly dice, Be’, che cosa hai scelto? E il capitano dice, Croce. Allora Shankly gliene dice di tutti colori. Lo copre di insulti. Di fronte a tutto il cazzo di spogliatoio. E allora Shankly dice, Mai scegliere croce. Lo sanno tutti. Mai scegliere croce”. | David Peace. Red or Dead (Il Saggiatore)
Parla David Peace. Di che cosa è stato simbolo Shankly
➣ Mister Peace, il calcio come continuazione della politica con altri mezzi?
«Uno strumento, se vogliamo. O un pretesto. In realtà non volevo scriverne ancora. Dal 2009 al 2011 sono tornato in Inghilterra dopo 15 anni all’estero. Durante questo tempo la mutazione del mio Paese si è compiuta in modo definitivo. Mi sono dato all’archeologia, per far tornare alla luce quel che abbiamo perso in questo passaggio. Cercavo un personaggio che soltanto con la sua vita potesse rappresentare una critica alla società inglese di oggi. Credo di averlo trovato».
➣ Chi era per lei Bill Shankly?
«Un uomo del popolo. Una buona persona. L’ultimo esemplare di un mondo in via di estinzione, l’Inghilterra del welfare e del socialismo umano».
➣ Ne ha un ricordo personale?
«La finale della Coppa d’Inghilterra del 1974, il suo ultimo trionfo. Contro il Newcastle. La doppietta di Kevin Keegan. Tutto in bianco e nero. Un signore con il cappotto che leva le mani come per impartire una benedizione alla folla. Bill Shankly. Poi è scomparso».
➣ “Red or dead” è un libro politico?
«Assolutamente sì. È il racconto della morte della società inglese vista da una diversa prospettiva, attraverso la lente del calcio».
➣ Shankly è l’esemplare di una razza in via di estinzione?
«Era un figlio di minatori, amato dalla gente comune. Quando parla di politica offre una lettura semplice del socialismo. Dice che Gesù è stato il primo socialista. Non sono le sue idee, ma quel che rappresenta».
➣ Rimpiange così tanto la vecchia Inghilterra?
« Red or dead riguarda la perdita di un sentimento comune che ci teneva insieme. In questo senso è un libro nostalgico, ma non voglio fare paragoni con la situazione attuale. Anche perché sulla politica di oggi cambio idea ogni due giorni».
➣ A parte il misterioso ritiro, cos’altro unisce l’allenatore Shankly e il premier Wilson?
«Sono uomini simili. Uno è genuino, l’altro un po’ artefatto. Shankly non ama i politici, ne diffida. Wilson lo ammirava, voleva essere come lui. Ci teneva a mostrarsi come uomo del popolo, amico dei Beatles, amante del calcio. Ma non sono sicuro che lo fosse». | Intervista di Marco Imarisio, Corriere della sera, 26 settembre 2014
L’eredità dello scorretto Shankly. Imbeve delle sue novità pedagogiche e della sua mentalità solidarista ogni momento del gruppo. Impone nuovo training e nuova dieta, scandendo la giornata dei giocatori tra i terreni rinvigoriti di Melwood (dove si consuma anche il pasto comune) e il viaggio in bus all’Anfield, in cui allestisce la boot room, la stanza delle scarpe per riunioni, tra pinte di Guinnes e lavagne strategiche. Innova l’addestramento tecnico, con una porta dipinta divisa in otto sezioni, da colpire a turno secondo l’esercizio specifico. E soprattutto introduce una filosofia tattica fondata sul “dai e vai” o meglio “controllo e passaggio”, in cui ogni giocatore vede vietata come un nonsense la transizione individuale palla al piede – da una metà campo all’altra -. ma deve guardare alle opzioni dei sostegni (due o più compagni liberi) e contribuire a un fraseggio “semplice ed economico” che spalanchi alla squadra “spazio e tempo per respirare”. È un brand che porterà in 15 anni “solo” due campionati, una Coppa e tre Supercoppe d’Inghilterra (più una Coppa Uefa), ma che getterà le basi per tutti i Liverpool a venire.
Eppure, un coach così rigoroso quanto a etica individuale e di squadra, ha lasciato uno sterminato patrimonio di battute e aforismi tutt’altro che corretti; come la risposta – pietrificante – al portiere Tommy Lawrence che si è appena scusato per aver preso un gol sotto le gambe (“Mi spiace capo, dovevo tenere le gambe chiuse”): “No, Tom, doveva tenerle chiuse tua madre”. | Sandro Modeo, Il Barça. (ISBN)
“ Le persone che vengono a guardarci giocare, che adorano la squadra e la considerano parte della loro vita, non apprezzerebbero mai il Liverpool che ha un enorme saldo in banca. Vogliono che tutti i beni che possediamo indossino una camicia rossa Kenny Dalglish
Anni 70. L’età di Bob Paisley. Nelle nove stagioni con Bob in panchina i rossi vinsero tutto, riuscendo a diventare la formazione più forte al mondo. “Paisley è per il Liverpool quello che un padre è per una famiglia”, disse il presidente all’annuncio dell’addio del tecnico. “Finché sarò presidente assicuro che questa famiglia avrà un padre, qualcuno pronto ad amare colori e storia, non un avventore in cerca di gloria e pronto a lasciare per cercare un altro posto dove specchiarsi”. Mantenne la promessa. Paisley vinse “perché era Liverpool”, incarnava la città, per questo rimase un decennio. E avrebbe continuato se il suo cuore non avesse iniziato a dargli problemi. | Giovanni Battistuzzi, il Foglio, 5 settembre 2015
“ Quando iniziano a cantare You’ll never walk alone i miei occhi iniziano a lacrimare. Ci sono state volte in cui ho pianto mentre giocavo Kevin Keegan
Anni 80. Il più forte Everton di sempre. Rimasto senza Europa per colpa del Liverpool.
L’Everton era riuscito a spezzare il dominio dei cugini del Liverpool, la più forte squadra europea. Ma proprio la tragedia provocata dai supporter dei Reds all’Heysel impedì alla squadra di Kendall di cimentarsi nelle competizioni europee dopo il successo in Coppa delle Coppe nel 1985, ultima vittoria inglese prima del bando. Fu una delle ultime squadre a imporsi esclusivamente con giocatori britannici. Come il portiere Neville Southall, gallese di straordinaria reattività tra i pali nonostante un fisico non esattamente asciutto. Troppa birra, si sentenziò con eccesso di sicurezza per spiegare i chili in eccesso, ma sbagliando clamorosamente. Southall era totalmente astemio e il suo hobby lontano dal calcio non c’entrava nulla con la pinguedine: era un collezionista di orologi che amava riparare da solo. Le sue parate originavano da uno studio del ruolo quasi maniacale, che aveva portato il gallese a elaborare e analizzare a tavolino centinaia di teorie su come comportarsi di fronte agli attaccanti avversari. … L’anno dopo il primo titolo arrivò anche Gary Lineker, formidabile attaccante reduce dal titolo di capocannoniere conquistato con il suo Leicester. Rimase una sola stagione, il tempo di laurearsi ancora top scorer non solo in campionato ma anche al Mondiale messicano. Poi l’esclusione dalle coppe convinse lui e Steven, come detto, a lasciare l’Inghilterra. Nell’86 salutò anche Howard Kendall per andare al Barcellona e la parabola vincente dell’Everton finì lì. Lasciando senza risposta la domanda su cosa sarebbe stata capace di fare in Europa quell’ottima squadra, giudicata la più forte nella storia del club, che in patria aveva saputo interrompere il dominio del grande Liverpool. | Nicola Roggero. Premier League. Il racconto epico del calcio più entusiasmante di tutti i tempi (Rizzoli)
La povertà nel quartiere di Croxteth. Genesi dell’evertoniano Rooney
C’è un quartiere, a Liverpool, dove le case hanno il colore del sangue e dove, nel sangue, i ragazzi hanno la durezza del mattone. Si chiama Croxteth. In questo posto è nato Wayne Rooney. … Quando di anni ne aveva 13, scese in campo come mascotte dell’Everton contro il Liverpool, pareva un bamboccetto e un po’ lo sembra ancora, con quella faccia rotonda e le orecchie a sventola alla Charlie Brown. … Wayne è suo padre, Wayne pure suo nonno, chi l’ha detto che la fantasia è indispensabile quando nasce un bambino? Wayne padre, pugile. La madre, l’unica a non chiamarsi Wayne ma Janette, cuoca alla mensa scolastica. Lui sempre in strada, a Croxteth, dove su una chiesa il tempo non ha cancellato una scritta leggendaria: “Dio salva”. “Ma Rush segna sulla respinta”. Il controllo di palla si perfeziona quando bisogna impedire che la medesima s’incastri sotto le marmitte delle auto parcheggiate. Spigoli di marciapiedi, perfetti per affinare il dribbling. E amici, tanti: Wayne li ha imbarcati tutti nella festa per i suoi diciott’anni, erano centinaia, lui spese 10 mila sterline in stuzzichini e birra e la notte finì in rissa. Si menarono e si divertirono come pazzi. … Una sera d’inverno inglese, un sabato, lui aveva otto anni. Andò a provare per il Liverpool, però con addosso la maglietta dell’Everton che strusciava sull’asfalto. Lo cacciarono, l’indegno. Wayne non pianse: i figli dei pugili aspettano il gong prima di decidere che il combattimento è chiuso. Il lunedì andò a provare per l’Everton, la maglietta già l’aveva. Lo presero anche senza scomodare De Gregori. Due anni dopo, in una partitella otto contro otto, il bambino s’inventò una rovesciata pazzesca. Wayne padre si vergognava ad applaudire: lo fecero i genitori degli altri, clap clap clap in un silenzio di mattone. La mamma, a casa, festeggiò cucinando. | Maurizio Crosetti, la Repubblica, 18 giugno 2004
“ Quando muoio, non portatemi in ospedale. Portatemi ad Anfield. Sono nato lì e morirò lì Steven Gerrard
Il dramma di Gerrard. Era il 15 aprile del 1989, e i Reds si giocavano la semifinale di FA Cup contro il Nottingham Forest. Gerrard aveva nove anni, e guardando la tv quel giorno provò un senso di vuoto. Speriamo che allo stadio non ci sia nessuno che conosco, pensava guardando quelle immagini, i corpi senza vita appoggiati sul campo da calcio. Il mattino dopo Steven venne svegliato dal nonno, venuto apposta a casa sua per parlare alla famiglia. “Ho una brutta notizia – disse – Jon-Paul è morto”. Jon-Paul era il cugino di Gerrard, e quel 15 aprile aveva solo dieci anni. Strappato alla vita e all’amore della sua vita da una morte insensata. Non si può morire a dieci anni per seguire la propria squadra del cuore, piangeva Steven. All’epoca Gerrard aveva appena cominciato a giocare nelle giovanili di un Liverpool ferito a morte dalla strage di Hillsborough. Negli anni che seguirono i genitori di Jon-Paul lo incoraggiarono a continuare a giocare: “Tuo cugino sarebbe orgoglioso di te”. Ogni volta che scende in campo con la maglia del Liverpool addosso, Gerrard pensa che lassù, da qualche parte, Jon-Paul sta facendo il tifo per lui. Con tutta la Kop. Ad Anfield, per sempre. | Piero Vietti, il Foglio, 10 gennaio 2015
L’ultimo erede di Shankly
“Io credo che il mio lavoro sia fare da serbatoio di riserva per i ragazzi, quando il loro livello di energia cala. Io glielo ripeto: Vi darò la mia forza. Io non ne ho bisogno. Vi prenderò a calci in culo se sarà necessario. Vi urlerò quando vi sentirete deboli. Meglio per loro essere aggressivi e affamati che non reagire e pensare: Oh, ho sbagliato. È meglio che pensino: il boss è un coglione, e poi vadano a dimostrare quel che sanno fare”. | Jürgen Klopp, Four Four Two, ottobre