Memorabile quella Davis

Se avessi saputo cosa sarebbe diventata,
questa Coppa l’avrei commissionata in oro
Dwight Davis

 

La famiglia dell’inventore: Dwight Davis. Era un bambino straricco. Sam Davis, suo nonno, nel 1835 si era spostato da Brookline, un sobborgo di Boston verso ovest e aveva fatto fortuna come mercante di tessuti. Nel 1873, quando lasciò la ditta al figlio John, l’emporio dei Davis era alto cinque piani e illuminato dalla luce elettrica. Il più importante edificio di St. Louis, pieno di ogni ben di Dio: vestiti di raso, broccati di seta, velluti pregiati, mussoline per le cuffie delle suore, damaschi per i cuscini delle chiese, e poi bottoni, ombrelli, corde di violino, profumi, orologi, armoniche. Centotrentacinque impiegati, filiali a Boston, New York, Parigi, Manchester, Aquisgrana. John ampliò l’impero paterno investendo in immobili, entrando nel consiglio di amministrazione di numerose banche, costruendo ponti sul Mississippi. Morì neppure cinquantenne per una malattia ai reni, quando Dwight, il minore dei suoi figli, aveva appena quattordici anni, lasciandolo orfano ma senza problemi per il futuro. | Stefano Semeraro. Centre Court – Il tennis dei pionieri

 

L’ispirazione. Davis era uno studente ad Harvard quando i resoconti dei giornali della gara di vela dell’America’s Cup nel 1899 tra Columbia degli Stati Uniti e Shamrock d’Inghilterra, di proprietà di Sir Thomas Lipton, il magnate del tè dall’Irlanda, lo ispirò a proporre una competizione internazionale di tennis. Quell’anno, Davis vinse i campionati nazionali degli Stati Uniti di doppio, in coppia con Holcombe Ward, e nel 1900 vinse una partita nella prima Coppa Davis. | John Roberts, Independent, 29 marzo 1999 

 

Lo spirito dei tempi. Al parto contribuì lo spirito dei tempi. Nel 1896 le Olimpiadi moderne avevano debuttato ad Atene, innescando un desiderio di competizione fra atleti di diverse nazioni, e proprio nell’ottobre del ’99 Davis e  suoi amici si erano entusiasmati per la vittoria dello yacht americano Columbia contro l’inglese Shamrock, in una combattutissima America’s Cup rimasta famosa anche per una inedita copertura mediatica: Guglielmo Marconi lanciò il primo messaggio radio della storia proprio per informare il mondo che il Columbia aveva vinto la terza regata. | Stefano Semeraro. Centre Court – Il tennis dei pionieri

 

L’invito agli inglesi. “Egregio signore, Vi prego di porre attenzione, come segretario della LTA, a un esperimento che stiamo tentando allo scopo, spero, di aumentare l’interesse verso il Lawn Tennis. Uno dei nostri giocatori ha messo in palio una Coppa per una sorta di sfida internazionale. Accludo alla lettera una bozza grezza del regolamento. Credo che dovremmo entrambi porvi una profonda attenzione, nei prossimi anni”. | La lettera firmata da James Dwight

 

Il primo punto nella storia della Coppa Davis lo giocò Davis. L’inizio dei match era previsto per mercoledì 8, visto che Barrett il sabato successivo doveva tassativamente imbarcarsi per il ritorno. Il sorteggio si tenne in piedi, in uno spiazzo della club house e alle 2 del pomeriggio, davanti a un pubblico di circa 1200 anime la cui parte femminile risultò non sgradita agli ospiti, Davis e Black scesero in campo. Lo scozzese servì, e Davis, l’inventore della Coppa, si avventò sulla prima risposta della storia della gara. Sbagliandola. | Stefano Semeraro. Centre Court – Il tennis dei pionieri

 

La prima critica alla Coppa Davis. “Il terreno era abominevole. Immaginatevi un campo in Inghilterra in cui l’erba sia la più alta possibile, raddoppiate l’altezza e avrete i campi di Longwood. La rete era un insulto al Lawn Tennis, sostenuta da corde così lente che ogni quattro cinque game si abbassavano di tre o quattro pollici costringendo a intervenire. E riguardo le palle, non vorrei neanche iniziare a parlarne. Erano terribili, morbide e piene di pelo”. | Herbert Roper Barrett, giocatore britannico avversario degli USA

 

Icone da Davis. Stan Smith è l’unico giocatore ad aver vinto una Davis su tutte le superfici. Bill Tilden ha il record di finali (11), Roy Emerson quello delle vittorie (8). Conchita Martinez è la sola donna ad aver guidato una squadra di uomini alla vittoria. Harry Fritz è il giocatore che ha vinto la partita con più game, 100, giocata nel 1982 contro Jorge Andrew. Nicola Pietrangeli ha il record di vittorie complessive (120) e in singolare (78).

 

L’orgoglio di Arthur Ashe. Quando ero un giocatore professionista, e ancora per molto tempo dopo, la Coppa Davis rappresentava la competizione più entusiasmante e più impegnativa del tennis. Quasi qualunque tennista ammetterebbe che giocare per il proprio Paese in Coppa Davis è molto più stressante che competere nella finale del singolare in un Grande Slam, Wimbledon compreso. Giocare per la Coppa Davis è così impegnativo che ricordo in modo più nitido le sconfitte. Essendo stato il primo americano nero nella squadra, entrai a far parte della storia. Malgrado la segregazione, amavo gli Stati Uniti. Al momento della vittoria mi emozionai sentendo il giudice di sedia annunciare non il mio nome, ma quello del mio Paese: “Game: Stati Uniti”, “Set: Stati Uniti”, “Game, set e match: Stati Uniti”. | Arthur Ashe. Giorni di grazia (Add editore)

 

Il senso di colpa di Arthur Ashe. Nel 1980 diventavo capitano degli Stati Uniti in un momento molto significativo degli ottant’anni di storia della Coppa, segnato dal declino del suo prestigio nazionale e internazionale. Ai tennisti più bravi non interessava più giocare per la Coppa e, in molte partire, l’affluenza del pubblico era diminuita. Per quanto fossi dispiaciuto della cosa, sapevo di avere qualche responsabilità nell’evoluzione che aveva indebolito la Coppa Davis. Ero stato uno dei primi ad accelerare quei cambiamenti che avevano modificato il volto del tennis. Il nostro sport era dovuto cambiare perché il mondo era cambiato. Tra il 1968 e il 1981 il tennis professionistico acquistò un’immensa popolarità. Se i consigli direttivi non erano pronti, non lo era nemmeno la maggioranza dei giocatori. Per molti di noi quella pioggia di soldi portava al caos e a una corsa forsennata al dollaro. Certi valori e certi principi che avevano creato un forte legame tra i giocatori nei miei primi anni da professionista – alcuni codici d’onore e lo spirito di collaborazione e di cameratismo – scomparvero. I giocatori più giovani arrivarono in un mondo in cui il concetto stesso di valore e principio era sconosciuto, bizzarro o antiquato, come le racchette di legno o le palle da tennis bianche su cui Wimbledon insisté a lungo anche dopo che la superiorità del colore fu dimostrata. Mi chiedo quanto noi, a capo dei giocatori durante quella transizione, abbiamo contribuito a quel declino. Non posso dimenticare che uno dei colpi inflitti dall’Atp in nome della libertà dei giocatori fu proprio a scapito della Coppa Davis. Nel 1973, boicottammo Wimbledon dopo che la Jugoslavia proibì a un suo giocatore, Nikola Pilic, di partecipare al torneo, perché si era rifiutato di giocare una partita di Davis. Dal nostro punto di vista un tennista aveva il diritto di scegliere se giocare o meno. Si pretendeva che i tennisti migliori giocassero in Coppa Davis con un semplice rimborso spese. Uno dopo l’altro cominciarono a trovare scuse per essere altrove o rifiutarono di giocare. | Arthur Ashe. Giorni di grazia (Add editore)

 

Agassi. 1990. “Mi sento meglio se gioco per me stesso. Quando esco vittorioso dal campo, voglio tenermi per me tutta la gioia. Non riesco a giocar bene per una squadra. Quand’ero ragazzino, non sopportavo l’idea che la mia squadra di football potesse perdere se avevo giocato bene. Mi pareva ingiusto. Per il futuro, la Coppa non sarà certamente prioritaria nel mio programma. Quattro settimane l’anno per una vecchia Coppa? Mi sembrano davvero troppe”.

 

Il nazionalismo. ~ Signor Becker, quanto vale per lei la Coppa Davis? “Finanziariamente o emotivamente?” 
In marchi tedeschi. “Non è il denaro che conta. Questo me l’ha detto il mio manager Jon Tiriac, e io gli credo, raramente mi ha mentito. Tutti sanno che difficilmente mi lascio attrarre dal denaro. Dovrebbe proprio trattarsi di una somma astronomica”. 
Lei ha detto: quando sento suonare l’inno nazionale provo un brivido. “Non è a questo che voglio rinunciare, ma ho un problema con la Coppa Davis; un problema che non c’entra né con il denaro né con le date”. 
~ Michael Stich? “Mancato. No, il fatto è che ormai per me la Coppa Davis ha troppo a che fare con il nazionalismo. L’anno scorso in Brasile la gente ci ha insultato, ci ha lanciato monetine e cubetti di ghiaccio soltanto perché eravamo tedeschi”. 
~ Ma il nazionalismo passa anche attraverso lo sport. “A diciotto, diciannove anni uno non se ne rende conto. Altri giocatori forse di queste cose se ne fregano altamente. Io ho i nervi più scoperti, situazioni del genere mi colpiscono. Il nazionalismo oggi in Germania mi sembra pericoloso. C’è troppo isterismo. E poi, se voglio essere il numero uno a livello mondiale devo gestire razionalmente le mie energie”. | Intervista di Helmut Sorge, Der Spiegel, 9 febbraio 1993

 

L’invettiva di Mac. “Nessuno è più interessato a questa manifestazione. Sampras dice di essere troppo occupato. Sembra che nessuno voglia mancare i tornei di Palm Springs e Cincinnati: ma chi se ne importa di questi tornei? A qualcuno in questo paese interessa ancora la Coppa Davis? Il circuito si è rivelato straordinario per i giocatori classificati tra il ventesimo e l’ottantesimo posto del ranking mondiale, gente che non fa vendere un biglietto ma in compenso colleziona grosse somme di danaro. Pezzi di carne ben pagata”. | Intervista a Tennis Magazine, gennaio 1995

 

La Davis boicottata. Quattro uomini che sognavano di sorseggiare champagne dalla Coppa Davis, alla fine ci misero le mani sopra, ma senza festeggiamenti. “Ci fu detto di indossare i nostri abiti da tennis e scendere in campo per accettare i trofei”, ricorda Raymond Moore, membro dell’unica squadra sudafricana a vincere la Coppa Davis. Bob Hewitt ricorda: “Eravamo orgogliosi di vedere i nostri nomi sulla Coppa , ma il modo in cui l’abbiamo ottenuta ha lasciato un sapore amaro”. Martedì è il 35° anniversario di una delle più importanti partite di tennis che non si sono giocate mai. Nel 1974, il Sudafrica e l’India avanzarono alla finale della Coppa Davis che USA o Australia vincevano dal 1936. Ma il governo indiano boicottò la finale in segno di protesta contro l’apartheid del Sudafrica.  I giocatori che avrebbero dovuto giocare la finale hanno avuto decenni per discuterne, ma non c’è ancora consenso. … Cliff Drysdale, che era il miglior sudafricano nel 1974 ed è ora un commentatore per ESPN, pubblicamente contrario all’apartheid, lasciò la squadra e rinunciò alla cittadinanza sudafricana dopo aver giocato una partita nel 1974. Drysdale disse di essersi stancato di rappresentare un paese il cui governo era diventato “sempre più inaccettabile per tutto il mondo”. Drysdale disse che aveva iniziato a sentirsi come un “ospite indesiderato” ai tornei di tutto il mondo. “Ne avevo abbastanza”. | Dave Seminara, NY Times, 28 novembre 2009

 

La Davis di Borg. Il super ragazzo – così gli svedesi chiamano Borg – ha compiuto il suo capolavoro. … Alla Kungliga Tennishallen di Stoccolma questo eccezionale avvenimento è stato festeggiato come si conviene all’età del suo protagonista: un’orchestrina composta da musicisti vestiti di bianco, con in testa vistose pagliette, ha suonato una marcetta allegra, mentre il pubblico scandiva il tempo, il gigantesco capitano della squadra, Bergelin, faceva saltare fra le braccia il super ragazzo. Cullato dal suo capitano, Bjorn Borg assumeva una dimensione umana che, in partita, certo non aveva mostrato | Daniele Parolini, Corriere della sera, 22 dicembre 1975

 

La Davis italiana. «Fecero di tutto per non farci andare – insiste Pietrangeli –. Ci siamo dovuti imbarcare allo scalo nazionale e tornando abbiamo nascosto la Coppa Davis. Ovviamente lì i cileni hanno voluto far vedere che tutto era bello. Nel mese di novembre del 1976 ero un uomo da una parte molto amato e al contempo odiato. Mi dicevano brutto fascista, quando fascista non sono mai stato. Volevamo andare in Cile per non dare una soddisfazione a Pinochet e per coronare la nostra avventura sportiva. Nessuno può approvare i regimi totalitari. Sono cresciuto nella convinzione che lo sport debba restare al di sopra di tutto. Dissi che per non mandarmi in Cile avrebbero dovuto togliermi il passaporto. E non potevano farlo. L’Italia, non quella tennistica, non si meritava la Coppa Davis. Guarda caso poi non l’abbiamo più vinta».
Di particolare interesse in questa vicenda c’è la gestione del rapporto con i media da parte di un fuoriclasse della racchetta, capace di non cedere alla pressione dell’inchiostro sulla carta. L’emeroteca restituisce decine di interviste, articoli, editoriali dell’epoca. Pietrangeli discusse per mezz’ora alla radio con il ministro degli esteri del Pci Pajetta, si confrontò con gli Inti Illimani. L’unica parola scritta, quella del campo, che resta a distanza di quarant’anni, non ricorda il Cile di Pinochet, ma l’Italia di Panatta e Pietrangeli. | Gabriele Santoro, Minima & Moralia, 7 giugno 2016

 

Accanto a Nicola. “Lui era un bel ragazzo, io non ero male. Nel nostro lungo girovagare assieme abbiamo avuto migliaia di occasioni per finire a letto, lei nemmeno se lo immagina. Non è mai accaduto. Io avevo sempre un altro, lui di altre ne aveva sempre almeno due. Con lui ho gioito, ho pianto, entrambi abbiamo affrontato un tumore. Con Nicola sono stata anche a Santiago, sapevo che perdere quella Davis lo avrebbe sfregiato. Ero la sua reginetta, lui è stato meglio di un amico, molto più di un marito”. | Lea Pericoli a Dario Cresto-Dina in Sei chiodi storti (66thand2nd)

 

La Davis di Federer. Roger Federer ha vinto per la Svizzera la prima coppa Davis, dopo che Mr. Dwight l’aveva inventata. Vinta, mormora un mio vicino di banco insubro, dopo che per nove volte la distrazione l’aveva spinto a non considerarla un “must” nei suoi programmi. Si è tuttavia commosso non meno che a Wimbledon e, contrariamente al solito, forse per preservare la schiena, si è abbandonato in un tuffo in avanti sulla terra, quasi un nuotatore. | Gianni Clerici, la Repubblica, 24 novembre 2014

 

La Davis di Djokovic che non era ancora Djokovic.  Novak Djokovic strappa due punti in singolare a Simon e Monfils, e in un’indimenticabile domenica, cancella la delusione-doppio di sabato, e, sul 2-2, urla al popolo: «Vi ho chiamati e siete venuti, energici. Dovete sovrastare il tifo francese, che è incredibile, ma è di mille voci, voi siete molti di più, siete a casa». | Vincenzo Martucci, la Gazzetta dello sport, 6 dicembre 2010

 

I record di San Marino. Là sul Titano devono molto a Domenico Vicini. La sua è una di quelle storie che renderebbero orgoglioso Dwight Davis. Il Leone di San Marino ha 43 anni * e nella vita gestisce lo storico campeggio di famiglia a Finale Ligure, dove si diletta a dare qualche lezione ai turisti nel campo del villaggio. Ma quando indossa la t-shirt biancazzurra della Repubblica si trasforma in una leggenda, con tanto di premiazione nell’anno del centenario dell’ITF, in occasione della finale di Davis del 2013 fra Repubblica Ceca e Spagna. “Credo che gli spettatori nemmeno sapessero dell’esistenza di San Marino. Mi hanno chiamato in campo in mezzo ai grandi, Nicola Pietrangeli, Manolo Santana e non solo, davanti a un pubblico da stadio. L’esperienza più difficile però è stata in Costa d’Avorio, all’equatore, col sole perpendicolare al campo. A ogni cambio di campo dovevo sostituire polsini e grip, il cemento bolliva, bisognava stare attenti a non cadere per evitare scottature. Anche lì battei qualche giocatore più forte di me. Magari da altre parti ci avrei perso, ma in quelle condizioni mi esaltavo”. 
Pur essendo un piccolissimo stato con solo 22 anni nella competizione, San Marino alla Coppa Davis ha dato tanto. Oltre al record di Vicini, ne vantano altri due: il giocatore più giovane, Marco De Rossi, schierato nel 2011 a 13 anni e 319 giorni (e oggi numero uno della formazione), e il più anziano, Vittorio Pellandra, che ha esordito addirittura a 66 anni e 104 giorni. “È successo nel 2007 in Egitto”, racconta ancora Vicini. “Siamo partiti solamente in due giocatori, ma per iscrivere la squadra ne serviva un terzo. Così abbiamo inserito Vittorio, al tempo vice presidente della Federazione. Io e William Forcellini eravamo distrutti dopo un’intera settimana a giocare singolare e doppio, così l’ultima giornata l’abbiamo invitato”. | Marco Caldara, Tennis Best Magazine, agosto 2015

 

 Nel 2019 Vicini è diventato il più anziano a vincere un singolare, a 47 anni e 318 giorni, contro il Kosovo, togliendo il primato a Genc Selita

 

Quando hanno votato la riforma. Nonostante quest’anno alla Coppa si siano iscritte, nei turni competenti, ben 153 nazioni, facendone la manifestazione sportiva più frequentata dell’anno, la Davis sta morendo. Perché ? Perché tra i primi 15 tennisti del mondo, solo uno, l’ex numero uno ATP, ora numero due, Nole Djokovic, ha giocato per il suo paese, affermando, come il giorno della vittoria serba nel 2010, che il suo paese, esistente da soli 11 anni, ha bisogno di essere amato e conosciuto.

 

Perché la Davis è poco onorata dai primi giocatori al mondo? Per due ragioni fondamentali. Perché dura 4 settimane l’anno, che confliggono con il densissimo calendario, e perché i premi della Federazione Internazionale vanno alle Federazioni Nazionali, che decidono come pagare i tennisti per la loro partecipazione. Destinata o a una rapida finale tra otto paesi, se sopravviverà o, nel formato tradizionale, ad essere vinta da nazioni rappresentate da giocatori di classifica non elevata. Patrioti, forse, ma mediocri tennisti. | Gianni Clerici, la Repubblica, 8 febbraio 2017

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