L’ultimo test per Alaphilippe sui muri

 

RUOTE

GIRO DELLE FIANDRE | MANCANO QUATTRO GIORNI

 

L’ultimo test per Alaphilippe sui muri

 

    La corsa si chiama in modo semplice, diretto e didascalico. Dwars door Vlaanderen. È come se la Milano-Sanremo si chiamasse Attraverso la Liguria. Prepara il Fiandre e mette davanti alle ruote di chi corre il Volkegemberg, l’Hotondberg, il Knokteberg-Trieu, il Kortekeer, il Berg Ten Houte, il Kanarieberg, il Ladeuze, il Nokereberg. 

Sì, ma chi corre? Due dei primi 10 al mondo [Jasper Philipsen e Mads Pedersen], il vincitore della Gand-Wevelgem [Christophe Laporte], il vincitore della Strade Bianche e terzo fenomeno del ciclocross dopo i due van [Tom Pidcock], Top-Ganna [no, niente, è un gioco di parole sul film che mi è venuto stamattina] e il due volte campione del mondo Julian Alaphilippe.  Detto: un mistero

La sua campagna nelle Fiandre – spiega Gaétan Scherrer che lo ha intervistato per l’Équipe – è iniziata con un singhiozzo. Se l’El Dorado del ciclismo vive un perenne pentello, lui è in questo momento uno scalino sotto i due van, Evenepoel e Pogacar. Forse pure sotto Roglic e Pidcock. Il fatto è che dopo due anni di problemi fisici, alla vigilia di Harelbeke si è ammalato: non ha mangiato come si deve, si è ritirato e ha dovuto guardare dal bus della squadra i fuochi d’artificio dei Tre Fenomeni sulla strada [Wout van Aert, Mathieu van der Poel e Tadej Pogacar].  Dal Fiandre di due anni e mezzo fa, quando era con loro a correre per la vittoria, è stato in giro più per ospedali che sui sui podi. E stamattina ne parla. 

 

 ➣  Direbbe di essere vicino al suo livello migliore?

«Mi è difficile dirlo perché non ho avuto modo di provarlo. L’unica volta che ci sono riuscito è stato alla Tirreno-Adriatico, a Tortoreto, dove sono arrivato secondo dietro Roglic. Quel giorno, non ho fatto calcoli e alla fine ne avevo ancora un po’. Mi aveva reso super ottimista per il futuro. Alla Milano-Sanremo avevo delle gambe fantastiche, ma pessimo tempismo, pessimo posizionamento, qualche errore della squadra, e niente, sono arrivato undicesimo. Non sto colpevolizzando nessuno ma ero deluso di avvicinarmi in quel modo al Poggio. Non mi ero mai trovato in una posizione tanto brutta. Inoltre, quelli davanti hanno battuto il record di scalata: quando si sale a tutto gas e si inizia la salita in 40esima posizione, non c’è nulla da sperare. Ero frustrato perché avevo buone gambe. Da allora, sono amareggiato e spero di riaccendere il fuoco alla prima occasione».

 ➣  Si sente in grado di competere con i Fantastici Tre al Giro delle Fiandre?

«[Pensa]. Non lo so. Finora non ho avuto modo di dimostrarlo. Non potendo dimostrarlo, devo dire di no, ma non so cosa accadrà nelle prossime settimane. Quel che è certo è che sono a un livello eccezionale».

 ➣  Perché pensa che le Fiandre le si addicano più delle Ardenne, dove ha comunque brillato così tanto negli ultimi anni?

«È per il modo in cui si corrono che preferisco le Fiandre. Sono gare imprevedibili dove può succedere di tutto, devi stare sempre davanti, saper anticipare, c’è molto nervosismo e questo mi piace. Per il resto, certo, preferisco scalare il muro di Huy anziché mangiare chilometri di ciottoli. Ma mi piacciono queste gare aggressive. Mi calzano meno bene delle Ardenne, ma le preferisco. Per me sono una sfida incredibile. Anche se non fossi stato competitivo per la vittoria al mio primo tentativo al Giro delle Fiandre, ci sarei tornato. Per riassaporare questa atmosfera speciale».

 ➣  Come Tadej Pogacar, lei è un nuovo Flandrian, un profilo atipico che… 

[Interrompe]. «No, no, non scherziamo, non pretendo di paragonarmi a Pogacar. È stato molto più attivo di me in questo tipo di gare: cerco solo di fare la migliore corsa possibile, tutto qui. So chi sono i favoriti, cerco di stare con loro il più a lungo possibile. Ma in uno sprint puro, so che non sarò mai il più veloce. E considerato quello che Pogacar è in grado di fare sul Kwaremont o su qualsiasi altro strappo, dovrei davvero essere in una giornata davvero speciale per poterlo seguire. Lui fa la differenza. Non io. Dobbiamo anche ammettere che come squadra siamo una tacca sotto la Jumbo-Visma, forse anche due. Ma questo non significa che si deve abbassare la testa, essere negativi, tenere il broncio, soffrire. Dobbiamo rimetterci in sesto, renderci conto che abbiamo ancora una squadra molto solida. Sono più forti di noi, questo è ovvio, ma questo non deve impedirci di lottare». 

 ➣  C’è un sentimento di rivolta all’interno della sua squadra?

«Cerchiamo di mantenere la calma. È normale essere delusi. Molti dei nostri ciclisti avevano grandi aspettative, si erano preparati a fondo per queste gare, quando vedi il dominio degli avversari, beh, non è piacevole, questo è sicuro. Ma dobbiamo essere pazienti. Dobbiamo continuare a fare quello che abbiamo sempre fatto. È inutile piangersi addosso. Questa cosa, a dire il vero, mi motiva ancora di più». – intervista di gaétan scherrer, L’Équipe 

 

La preparazione di Ganna al pavè

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 ➣  Domenica è caduto alla Gand-Wevelgem (dopo 143 km). Come sta? Il ginocchio destro le fa ancora male?

«No, ho fatto dei trattamenti fisioterapici e va molto meglio. Mi sono allenato senza problemi (ieri due ore, ndr). Certo, in gara la spinta cambia notevolmente rispetto all’allenamento. Questa “Attraverso le Fiandre” sarà la prova del nove per capire come sto in vista della Roubaix».

 ➣  È riuscito a vedere come si è conclusa la Gand?

«Non capisco le polemiche che ci sono state per l’arrivo. Il gesto di Van Aert è una cosa personale e ognuno può fare quello che vuole. Credo sia stato un bel gesto verso il compagno Laporte, tra l’altro il francese non è l’ultimo degli arrivati, è l’unico che è riuscito a stare a ruota di Wout».

 ➣  Dopo questo test scatterà l’ultima fase dell’Operazione Roubaix. Quando ha in programma la ricognizione?

«Venerdì farò 160 km del percorso della Roubaix. Partirò a una decina di chilometri dal primo tratto di pavé e arriverò fino all’uscita del penultimo. Proverò le parti più impegnative: la Foresta di Arenberg, Mons-en-Pevele e il Carrefour de l’Arbre. I compagni di squadra, dopo il Fiandre, faranno un’altra ricognizione giovedì, mentre io arriverò alla vigilia della corsa, venerdì 7». – intervista di davide romani, la Gazzetta dello sport

 

Il ragazzo nato quando rasarono a zero suo padre

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Bicisport racconta con Davide Bernardini la storia originale di una possibile sorpresa al Fiandre di domenica, Valentin Madouas, il bretone selvaggio che sta debuttando nelle corse fiamminghe, si è piazzato ottavo ad Harelbeke. 

È un figlio d’arte. Suo padre Laurent è stato un discreto scalatore. Nel pezzo per abbonati [ci si abbona qui], Bernardini racconta di quando stava partecipando al Tour de France e il dottore della squadra, la Motorola, gli stava dando una scorciatina ai capelli. Solo che – ops – si fece prendere la mano, qualcosa andò storto e dovette fargli rasarlo a zero. 

Gérard Holtz – racconta allora Bicisport – storico giornalista televisivo francese, non esitò ad approfittarne e invitò Madouas a togliersi il cappellino di fronte alle telecamere. Per sua moglie, in quel momento davanti alla televisione, lo shock fu talmente grande che le si ruppero le acque. Valentin, che doveva venire al mondo circa quattro settimane più tardi, nacque quella notte, ma la madre lo comunicò al marito soltanto la mattina successiva, così da lasciarlo tranquillo.  Questo Madouas figlio amava nuotare e andare a cavallo. Il Fiandre è la sua corsa preferita. 

 

Il ritorno di Elisa Longo Borghini

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C’è una Dwaar eccetera anche in campo femminile e segna il ritorno su strada di Elisa Longo Borghini. Era fuori da un mese fa, dopo aver vinto il Giro degli Emirati Arabi. Aveva dovuto saltare la Strade Bianche, come ricorda Bicisport si scoprì che aveva avuto il Covid.

Longo Borghini non più corso da allora, ma sarà al via della Dwars door Vlaanderen, prova generale in vista del Giro delle Fiandre di domenica. La Trek-Segafredo ha incluso nella formazione anche la vincitrice del Trofeo Alfredo Binda Shirin van Anrooij, Lucinda Brand, Elynor Bäckstedt, Lisa Klein e Ilaria Sanguineti.

 

voci Gaia Realini e i regali sul filo del traguardo

 ➣  Le compagne straniere dai nomi altisonanti non ti mancano: Van Dijk, Van An­rooij, Spratt, Deignan, Klein, Chap­man, Brand…

«Non mi hanno mai messa né in soggezione né in disparte, non si danno arie e hanno fin da subito provato a parlarmi semplicemente e lentamente per integrarmi nei loro discorsi. Lo staff inoltre ha deciso di non mettermi mai in camera con le altre italiane, per agevolare il mio imparare l’inglese. A tal proposito ho legato tanto con una ra­gazza che ha 21 anni come me, Elynor Backstedt: eravamo in stanza insieme in ritiro, lei da paziente madrelingua mi faceva venti minuti di conversazione in inglese prima di dormire, con fo­cus sulla terminologia tecnica. Ho scoperto parole di cui non conoscevo l’esistenza!».

 ➣  Finché ti sei ritrovata a tagliare un traguardo vittorioso mano nella mano con Elisa Longo Borghini.

«Guarda, se ci ripenso è una cosa an­cora irreale: negli ultimi metri mi è venuto spontaneo dirle in abruzzese “me vè da piagne” (mi viene da piangere) e lei ha sorriso affettuosa e divertita. Appena dopo l’arrivo ho sentito i miei e ho detto “se è un sogno non svegliatemi”».

 ➣  Avresti voluto che ti lasciasse la vittoria?

«Quando sul Jebel Hafeet ci siamo ri­trovate da sole, dall’ammiraglia han­no cominciato a dirci che Elisa avrebbe pre­so la maglia di leader anche se avessi vinto io. Tuttavia noi eravamo indecise, con gli abbuoni eravamo lì lì. So­no stata io stessa a dire “già sto vivendo una favola con questa tappa, vince Elisa punto e basta, non m’interessa cosa diranno gli altri”».

 ➣  E “gli altri” hanno detto e soprattutto scritto parecchio: sono piovute critiche su Longo Borghini e Trek Segafredo per non averti fatta vincere.

«In una bellissima giornata di ciclismo, alcuni hanno preferito lanciarsi in accuse senza sapere come fossero andate le cose». – intervista di nicolò vallone, Tuttobici

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