UN GOL AL GIORNO
DI FURIO ZARA
28 marzo 1976 | Milan-Inter 1-0
Bigon falso nueve fa incazzare Facchetti
Saltano i nervi al Garrone del calcio italiano. È la domenica in cui Giacinto Facchetti si trasforma, come l’incredibile Hulk e – a leggere le cronache – non par vero. Protesta ripetutamente con l’arbitro Gonella, si lamenta perché – dice – i milanisti sono sempre a terra, muso contro muso con Benetti, va allo scontro fisico con Albertino Bigon, si becca l’ammonizione e – non pago – batte platealmente le mani davanti all’arbitro che finge di non vedere (è pur sempre Garrone e Gonella è più sorpreso che irritato), poi – come riporta il Corriere della Sera – “Facchetti arrabbiatissimo si rivolgeva verso il guardalinee cercando di rifilargli una pallonata e facendogli con le mani il gesto di mettersi gli occhiali”. Ullallà.
I giocatori del Milan si buttavano a terra e rimanevano dieci minuti a rotolarsi: è una vergogna
Beppe Chiappella, allenatore dell’Inter
L’invito a mettersi gli occhiali rivolto all’arbitro ci riporta ad una gestualità da oratorio anni ’60 e ’70, quando si faceva proprio così, unendo indice e pollice e portando le due mani vicine agli occhi. Era una cosa molto elegante, a pensarci. Oggi i colleghi di Facchetti se la caverebbero con un banalissimo vaffanculo. Comunque quel derby lo vince il Milan, giocando malissimo, tanto che il migliore in campo è il portiere Ricky Albertosi, che il giorno dopo becca voti che vanno dall’8 al 9. Gol della vittoria di Albertino Bigon, che in quegli anni diventa – senza saperlo – il primo falso nueve del calcio italiano. Il 9 del Milan quella domenica in realtà lo indossa Egidio Calloni, sì, lo “Sciagurato Calloni”. Non ne azzecca mezza. A tradirlo è l’emozione. Sta pensando che il giorno dopo deve sposarsi, a Varese, con la signorina Marzia Ferri.
in tv oggi ore 12.30 Sky Sport 1: Inter-Milan (femminile)
L’ultimo eroe della tradizione orale
| figurine Anni ’80 ➔ Zico sembra che un giorno abbia detto di Giampaolo Montesano: «Non ho mai visto al mondo uno dribblare come lui». Zero campionati vinti (uno tra i dilettanti, in conclusione di carriera) e zero reti in A, Montesano va collocato in quei territori frequentati anche da Alviero Chiorri e dall’argentino Trinche Carlovich, nei quali se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda. E va bene così, visto che il calcio non è solo statistica ma anche intrattenimento e talvolta letteratura (orale soprattutto).
«Ho imparato a giocare a calcio all’oratorio di Taino. Si metteva in porta sempre il più scarso e poi ne sfidavo tre. A sedici anni ho subito un infortunio serio, dopo l’operazione al ginocchio la mia gamba sarebbe rimasta piegata, spostando leggermente il baricentro. Anche questo effetto Garrincha ha contribuito al successo delle mie finte».
Ma Montesano è un artista naif, non il classico ribelle senza causa. «A me non sono mai piaciute le regole in campo e in spogliatoio. Mi nascondevo nel bosco durante la preparazione precampionato, ma non saltavo mai un allenamento e ho sempre fatto una vita regolare, mi sono sposato giovane e non so cosa siano droga, sigarette e alcol. Mi allenavo per il dribbling. A Palermo mi fermavo dopo l’allenamento, mettendo dei paletti in fila: partivo a duemila all’ora, mi arrestavo di colpo e ripartivo senza mai toccare gli ostacoli. Oppure portavo al campo il mio pastore tedesco, non è facile saltare un difensore con quattro zampe».
di alberto facchinetti, il Foglio sportivo