
Siamo arrivati a un punto e non si torna indietro, “Un manager non dovrebbe dire certe cose” pensano a L’Équipe scendendo in difesa di Julian Alaphilippe, attaccato in maniera definitiva dal suo direttore sportivo Patrick Lefévère durante un’intervista sul settimanale fiammingo Humo. Lo ha scaricato da tempo e da più palcoscenici, compresa la colonna da editorialista che tiene sul quotidiano Het Nieuwsblad. Una costante goccia che ha scavato nella roccia di Alaphilippe, anche se ora Lefévère dice che dell’argomento ha parlato solo due minuti in una chiacchierata di due ore. Ha esagerato, scrivono in Francia. Ha alzato il livello dello scontro. «Quando si invecchia – gli ha detto – bisogna stare più attenti, allenarsi più duramente, non lasciare il lavoro a metà», incalzandolo sulla vita privata, trovando che va a «troppe feste, troppo alcol». Fino all’affondo finale contro Marion Rousse, sua moglie, commentatrice tv a cui è stata affidata la guida del Tour de France.
«Julian è un cane giovane pieno di energia, bisogna lasciarlo attraversare il cortile di tanto in tanto – ha detto il ds – e allo stesso tempo a volte gli va detto: arrivi fin qui e non vai oltre».
Lefévère ha 69 anni, di cui quarantacinque trascorsi con una responsabilità nel ciclismo. L’Équipe allora spiega: “Ha sempre lavorato così”.
Solo che i tempi cambiano, le mamme invecchiano, i sindacati si svegliano. Pascal Chanteur, il presidente dell’associazione che tutela i diritti dei ciclisti, ha trovato «deplorevole che un dirigente d’azienda possa fare simili commenti contro uno dei suoi dipendenti. Questo tipo di commenti sulla stampa sono del tutto inappropriati e dobbiamo essere chiari: si tratta di molestie».
È stato rotto un diaframma. Marion Rousse ha reagito per la prima volta. «È inaccettabile attaccare la nostra vita privata come sta facendo lui». Fin qui la forma. Ma poi ha smentito pure la sostanza. «Io non bevo alcolici, mai. E alle feste non andiamo, perché con un bimbo di 3 anni preferiamo essere in forma la mattina». Dries Smets, l’agente di Alaphilippe, ha detto che «i commenti di Lefévère dimostrano una mancanza di rispetto e di classe, indegna di un team manager».
Questa è la Wolfpack, un branco di lupi. L’arrivo in squadra di Remco Evenepoel ha aggiunto difficoltà alle difficoltà di Alaphilippe. Durante la presentazione della squadra all’inizio di gennaio in Spagna, Lefévère non ha speso nemmeno una parola per il francese, escluso dalla preselezione per il Tour. Solo il diesse Tom Steels, vecchio frago di mille volate, si è ricordato di rassicurare che – parbleu – certaemente Julian è ancora uno dei capitani della squadra.
Mentre Lefévère cercava di far calare il polverone con un secchio d’acqua, sul palco è apparsa un’altra figura con un’uscita misteriosa. Lei si chiama Bettina Pesce. È la moglie di Philipp Gilbert e si è sentita chiamata in causa dallo sfogo di Marion Rousse. Su Instagram ha scritto che le critiche di Lefévère sono quel che si chiama l’altro lato della medaglia. «Patrick racconta solo una parte della storia di tuo marito. Sarebbe meglio mantenere un profilo un po’ basso… Patrick dice semplicemente ad alta voce quello che pensa e quello che pensano molte persone intorno a te. Tu vivi per parlare male della gente dietro il tuo microfono, quando sei nascosta nel tuo studio»
Una questione di soldi
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Stamattina L’Équipe ritorna sul caso con un pezzo di Philippe Le Gars, convinto che “nessuno voleva raggiungere quel che sembra sempre più un punto di non ritorno. L’ennesima esplosione provocata dal manager fiammingo questa volta è andata oltre”.
Il giornale francese scrive che solo poche settimane fa all’interno del team tutti erano concordi sul fatto che i rapporti fossero migliorati, casomai un certo logorio pareva che stesse arrivando dalle parti di Evenepoel. Il denaro, il punto è questo.
“Patrick Lefévère non ha mai potuto accettare che i soldi investiti non portino nulla. Che si tratti di 100 euro o di due milioni” dice L’Équipe con un riferimento all’origine fiamminga del diesse, un luogo comune, come di quelli che girano su scozzesi e genovesi, per capirci. I primi attriti però risalgono al periodo precedente i due Mondiali vinti da Alaphilippe, quando non esisteva ancora una questione di stipendi. Ero il suo stile di vita che faceva discutere.
“Il primo Tour de France di Alaphilippe – scrive L’Équipe – aveva stravolto le abitudini della squadra belga, abituata a un certo rigore. Quando il francese invitava la sera in albergo genitori e amici, lo staff era sconvolto nel vederlo svolazzare per i corridoi a tarda ora, il giorno prima di una grande tappa. C’era già una leggera diffidenza nei confronti di questo corridore giovane e iperattivo che non si adattava all’immagine di una squadra rigorosa. I risultati che hanno proiettato Alaphilippe al rango di campione hanno fatto dimenticare questi dubbi, ma nella mente di Patrick Lefévère è sempre rimasta in sottofondo questa vocina, il suo ciclista mancava di serietà”.
Il denaro, certo, è un punto chiave. Quando Niki Terpstra vinse la Parigi-Roubaix nel 2014, la prima reazione di Lefévère a microfono spento, mentre attraversava il velodromo di Roubaix per raggiungere l’autobus della squadra, fu chiedersi come avrebbe fatto a pagarlo, gli sarebbe costato un sacco di soldi. Molti suoi corridori vengono pagati secondo un sistema di bonus basato sui risultati. Le ripetute vittorie hanno fatto esplodere il budget. La seconda maglia iridata di Alaphilippe [2021] ha paradossalmente complicato i conti della squadra. Così, il diesse ha iniziato la sua campagna di logoramento, “usando il ricatto dei risultati per giustificare il rinnovo del contratto e la rinegoziazione a circa 2 milioni di euro annui. Alla fine degli anni 2000 – scrive stamattina L’Équipe – Tom Boonen, campione adorato da Lefévère, ha vissuto problemi simili. La stampa fiamminga diffuse (per caso) dossier compromettenti sulla sua vita notturna dissoluta, risultato positivo alla cocaina proprio nel momento in cui stava costando caro alla squadra. La storia sembra ripetersi”.