Sono due ragazzi di 27 anni, guidano le loro squadre nella partita più seguita al mondo, e sono neri. Nella finale del Super Bowl tra i Philadelphia 49ers e i Kansas City Chiefs, stanotte Jalen Hurts e Patrick Mahomes demoliscono un pregiudizio radicato in America intorno al ruolo del quarterback nel football. Storia di una discriminazione e dei giocatori che l’hanno combattuta.
Nell’America che offre agli afrodiscendenti un lavoro nella sanità ogni 10, nel giornalismo 8 su 100, negli studi legali e di architettura altri due punti in meno, i posti da quarterback titolare in 56 edizioni di Super Bowl sono stati nove in tutto. Nove fino a stasera. Il decimo e l’undicesimo arrivano insieme, due in campo nella stessa partita per il titolo non c’erano mai stati prima. Nel paese dove la percentuale di disoccupazione per gli afr0-americani è del 36 percento, quattro punti più alta della media nazionale, l’aggiornamento di Hurts e Mahomes può essere letto in due modi. Il primo parla di un’arretratezza. Il secondo segnala un progresso.
RETRO QUANDO SI ANDAVA IN CANADA ► Questo ha scritto Warren Moon l’altra domenica sul suo account Twitter, quando per primo si è accorto del momento storico che dalle semifinali stava maturando. In pochi minuti ha fatto 800mila visualizzazioni. Hanno iniziato a cercarlo giornalisti e vecchi compagni di squadra, consapevoli di cosa significasse per lui la circostanza. Moon è uno dei molti quarterback neri che in passato ha dovuto cercarsi un posto nel campionato canadese. Ha sopportato insulti e minacce. Ha cercato un rifugio, un lavoro, uno stipendio. Ha fatto parte di quella generazione che doveva affrontare gli stereotipi. Un nero non sapeva essere un leader, non poteva, i suoi compagni non lo avrebbero ascoltato.
Mahomes e Hurts sono tutto ciò che era anche Moon, guide in campo intelligenti e naturali, le colonne della loro squadra. Mahomes è stato scelto da Kansas City al primo giro, Hurts da Philadelphia al secondo. Nessuno è dovuto andare in Canada per sei stagioni, e mettersi alla prova. Oggi Moon si dice felice per loro, eppure non può fare a meno di considerare cosa sarebbe potuto succedere, se avesse avuto la stessa possibilità all’inizio della sua carriera. “Quanti Super Bowl avrebbe potuto vincere?” si è domandato la rivista Sports Illustrated, nel rintracciarlo.
Non credo che Hurts e Mahomes abbiano mai giocato con il carico di responsabilità con cui abbiamo giocato noi. Sono accettati per quello che sono e per quanto sono bravi. Noi eravamo in lotta per avere una possibilità. Era un peso con cui giocare. Ci pensavi tutto il tempo. Se non avessimo avuto questa responsabilità in più, saremmo stati giocatori ancora migliori. La gente diceva devi rappresentarci, devi rappresentarmi. Ovunque andassi nel paese. È qualcosa a cui non ti candidi quando inizi a giocare, ma ne diventi parte. È qualcosa che ti tocca affrontare | Warren Moon
▥ I PIONIERI ► La presenza afro discendente nel suo insieme in NFL è decisamente superiore al resto della società. I giocatori sono il 67% contro il 13% circa della popolazione statunitense. Ma i quarterback sono molti di meno: il 17% di quel 67%.
Il primo quarterback nero professionista fu Bernie Custis per gli Hamilton Tiger-Cats. Era di Philadelphia. È morto nel 2017 a 88 anni. Anche lui dovette emigrare in Canada, era il 1951. Da soli quattro anni Jackie Robinson aveva rotto la barriera nel baseball. I passi avanti del football sono stati lenti. I primi due quarterback neri nel paese sono del 1968 e del 1969, Marlin Briscoe e James Harris, entrambi nella American Football League.
Briscoe era un californiano, si era trasferito con sua madre a Omaha, nel Nebraska, quando aveva cinque anni e i genitori avevano divorziato. Dopo una carriera universitaria di successo da quarterback, i Denver Broncos lo scelsero al 14esimo giro, ma con l’intenzione di cambiargli ruolo e spostarlo in difesa. Era prassi per i giocatori neri. Briscoe non firmò finché non gli fu garantita la possibilità di allenarsi nel suo ruolo. Era un quarterback, maledizione.
Il 29 settembre del 1968, il titolare Steve Tensi si ruppe la clavicola. Nel quarto quarto contro i Boston Patriots, il coach pensò ma sì, proviamo questo Briscoe. La prima giocata di Briscoe fu un lancio di 22 yard consegnato. La seconda azione fu un touchdown drive di 80 yard, con un passaggio di 21 e una corsa personale di 38. Una settimana dopo, il 6 ottobre, Briscoe era diventato il primo quarterback afroamericano titolare. Mancavano 10 giorni al momento in cui Tommie Smith e John Carlos avrebbero alzato due pugni guantati di nero verso il cielo di Città del Messico
L’altro pioniere, James Harris, veniva invece dalla Louisiana. È stato l’ispirazione della canzone di Sam Spence: Ramblin’ Man From Gramblin’ . Era il figlio di un ministro della fede battista. Sarebbe diventati il primo quarterback nero a partecipare al Pro Bowl e a vincere una partita di play-off, in mezzo a lettere di odio, minacce di morte, con gli agenti di scorta a proteggerlo in campo e negli hotel.
▥ LE BARRIERE ► La AFL era nota come più tollerante rispetto alla National Football League, dove le tendenze razziste erano state nutrite sotto l’influenza del proprietario dei Washington Redskins, George Preston Marshall. È dalla fusione delle due leghe che nel 1970 è nata la NFL. Il Canada era senza dubbio più accogliente. Negli anni ’70, i quarterback titolari neri erano all’ordine del giorno. Uno di loro era Conredge Holloway. Era stato scelto in NFL dai New England Patriots, ma arruolato come difensore, non come quarterback. Salutò e se ne andò. Così il nostro amico Warren Moon, cinque campionati vinti in Canada prima di sbarcare tra i professionisti in America. È stato il suo successo a iniziare a infrangere lo stereotipo.
Nel 1971, il 3% dei quarterback della NFL che avevano effettuato almeno 100 passaggi durante la stagione erano neri. Nel 2001 il numero era salito al 35%. Il draft NFL del 1999 fu un momento di svolta: otto dei tredici quarterback selezionati erano afrodiscendenti. Michael Vick, due anni dopo, sarebbe diventato il primo a essere scelto con la prima scelta assoluta.
Nel 2017 è caduta un’altra barriera, quando i New York Giants hanno messo in panchina Eli Manning per far giocare Geno Smith. Era l’ultima squadra nella storia della NFL a dare un posto da titolare a un quarterback nero.
▥ LA LINGUA ► Uno studio pubblicato su The Howard Journal of Communications ha analizzato le descrizioni dei quarterback presenti sulla carta stampata tra il 1998 e il 2007, esaminando parole o frasi – positive o negative – usate per il loro atletismo e la loro intelligenza. I quarterback neri venivano elogiati per la loro corsa e criticati per la mancanza di intelligenza. I quarterback il contrario. Risultati uguali sono stati registrati in uno studio analogo fatto sul linguaggio con cui in Inghilterra è stato raccontato negli ultimi anni il campionato di calcio. Daunte Culpepper e Tee Martin, entrambi quarterback neri, sono stati descritti per esempio come un “bell’esemplare fisico” e “un esemplare impressionante”. I bianchi? “Veri studiosi del gioco”.
Fino al 2022, presso la NFL è stato attivo il Wonderlic Personnel Test, un esame sulle attitudini mentali dei giocatori, a cura dello NFL Scouting Combine. A partire dal 2018, il punteggio medio dei quarterback vincenti al Super Bowl era di 30.7. Un dato rilevante. La media del campionato è di 22, quella del ruolo di quarterback di circa 24. Nell’elenco dei quarterback vincenti c’è Russell Wilson. Il suo punteggio era di 28. Ma ci sono state accuse ai metodi razzisti con cui Wonderlic distribuiva i punteggi. Dal 2013 la NFL ha affiancato alla vecchia pratica il nuovo Player Assessment Tool. Dopo la stagione 2021, la Lega ha deciso di eliminare del tutto il Wonderlic Test dal suo programma di scouting.
▥ LE DISCRIMINAZIONI ► Sono numerosi i casi di discriminazione segnalato in questi anni. Kordell Stewart aveva giocato a Pittsburgh una grande stagione nel 1997 da quarterback, ma quando il suo coordinatore offensivo Chan Gailey se ne andò a fare il capo allenatore ai Dallas Cowboys, il nuovo staff tecnico lo incluse nelle riunioni tecniche per i wide receiver e non per i quarterback. Durante questo periodo, inziarono a girare indiscrezioni sul fatto che Stewart fosse stato arrestato dopo essere stato sorpreso in atti sessuali con un altro uomo. Le voci erano false, un misto di razzismo e omofobia. Non esiste alcun rapporto della polizia sull’arresto di Stewart. Ne ha parlato in un pezzo pubblicato da The Players’ Tribune. Il giornalista Ron Cook del Pittsburgh Post-Gazette, gli ha successivamente manifestato solidarietà, riconoscendo di aver assistito a episodi di razzismo e omofobia contro Stewart.
Nel 2003, il conduttore di un talk show radiofonico conservatore. Rush Limbaugh, disse che i media stavano costruendo una reputazione di Donovan McNabb superiore alle sue qualità, perché “erano molto desiderosi che un quarterback nero facesse bene. Così ha avuto molti elogi che non meritava”..
Deshaun Watson è giunto a chiedere di non essere più definito un running quarterback, nonostante la sua capacità riconosciuta sia di passare sia di correre. Non vuole essere chiamato dual-threat quarterback. Crede che il termine sia spesso usato come uno stereotipo. Nel 2018, quando giocava per gli Houston Texans, è stato oggetto di osservazioni razziste dopo aver preso una decisione sbagliata durante una partita. Il sovrintendente del distretto scolastico di Onalaska, poco fuori Houston, il signor Lynn Redden, disse che “quando hai bisogno di prendere decisioni precise, non puoi contare su un quarterback nero”. Fu costretto a dimettersi.
Lo stesso Lamar Jackson, uno dei migliori quarterback contemporanei, ha fatto in tempo a conoscere la diffidenza. Nonostante un’ottima carriera universitaria come quarterback di Louisville, ha ricevuto numerose sollecitazioni per passare tra i ricevitori. Il direttore generale della Pro Football Hall of Fame, Bill Polian, ha spesso sottolineato il suo atletismo. Jackson ha respinto non solo la proposta, ma anche i test sullo scatto da 40 yard a cui volevano sottoporlo presso lo NFL Scouting Combine. Ha sostenuto che non era pertinente col suo ruolo, e che lui voleva concentrarsi sulla visualizzazione delle abilità di passaggio. Polian ha ritrattato la sua precedente dichiarazione.
Al tema sono stati dedicati in America diverse pubblicazioni. Le fonti di queste righe, riassunte in alcuni passaggi da Sports Illustrated, sono:
Billy Joe Jordan, N.F.L. Black Quarterbacks Underrated [2005]
Wisdom T. Martin, Intentional Grounding: The History of Black Quarterbacks in the NFL [2003]
William C. Rhoden, Third and a Mile: The Trials and Triumph of the Black Quarterback [2007]
Doug Williams, Quarterblack: Shattering the NFL Myth. [1990] Jason Chung, Racial Discrimination and African-American Quarterbacks in the National Football League, 1968-1999 [2005]
Non so se ci sia voluto più tempo di quanto pensassi, ma sapevo che alla fine sarebbe successo, che avremmo avuto due quarterback neri. Alcuni pensano che non sia significativo, io sono dovuto andare a giocare all’estero, quindi so qual è l’importanza di quel che accadrà. Adesso spero che non se ne debba parlare più, adesso spero che tutto sia compiuto, che sia tutto finito | Warren Moon
| sguardi Quando davvero la Storia cambia corso
Dei quarterback neri scrive Gabriele Romagnoli nella rubrica domenicale per Repubblica, considerando che “oggi il confronto fra due di loro fa meno rumore di quello fra due fratelli, Jason e Travis Kelce”.
Romagnoli si domanda quand’è che su un determinato punto, la Storia svolta davvero.
“Rimosse le barriere protettive che favoriscono soltanto una parte della popolazione – scrive – tutti i ruoli, sportivi e non, dovrebbero naturalmente distribuirsi in maniera più equa. Di conseguenza, dovremmo smetterla di stupirci se arbitra una donna, dell’etnia un giocatore, ma soprattutto di fare cagnara per questo. Perché non accade? Perché uno o due quarterback rilevano, ma non bastano? Quand’è che la Storia svolterà davvero? Quando quelli che oggi hanno superato un muro giocando ne avranno superato uno molto più alto diventando presidenti dei due club. Quando la favola del ragazzo arrivato col barcone che debutta in Serie A diventerà la vicenda di quell’uomo, divenuto proprietario di una società di Serie A. Altrimenti resteremo fermi a 10 anni fa, a Monza, al termine di un comizio, quando Paolo Berlusconi (l’uomo che non ha inventato il Grande Fratello) concluse con l’invito: “E ora andiamo a vedere il negretto della famiglia”. Debuttava Balotelli con la maglia del Milan. Forse è una leggenda: la frase non era questa, il video in cui lo si vede e sente dire esattamente così è stato taroccato, siamo un Paese migliore. O no?”.
figurine I fratelli Kelce
Roberto Gotta sul Giornale racconta Jason e Travis, “35 e 33 anni, centro di Phila e tight end di Kansas City: uno consegna la palla al quarterback a inizio azione, l’altro la riceve sui lanci, ed entrambi possono essere ragionevolmente considerati tra i migliori della storia nel proprio ruolo. Se Travis è una stella, in parte lo deve a… Jason, che nel 2011, appena uscito dall’università (Cincinnati) intercedette presso il coach Butch Jones affinché riprendesse in squadra il fratello, escluso per tutta la stagione 2010 per essere risultato positivo a un test antidroga, marijuana per la precisione. Non è vero che il Super Bowl ferma l’America – dice Gotta – come da frase fatta. Anzi, la scuote e la agita, segna la fine dell’inverno”
Storia di Maria Taylor. Che il Super Bowl lo racconta
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
A Maria Taylor è scappata una parola. Anziché City, ha detto Shitty. I Kansas Shitty Chiefs. Eh.
Nella sociolinguistica degli inglesi lo chiamano un malapropismo, dal personaggio del drammaturgo Richard Brinsley Sheridan nella commedia The Rivals. Si chiamva Mrs. Malaprop e sparava parole corrotte e malintese, a sproposito. È un espediente che Eduardo ha usato in Sik Sik e in Filumena Marturano [“così, a titolo di esportazione” dice].
Maria Taylor l’ha usato involontariamente qualche domenica fa in diretta sulla NBC. Ha cercato di correggersi, ma la gaffe era andata, ridando fiato a tutto il chiacchiericcio che la circonda, lei, giornalista, nel mondo testosteronico del Super Bowl.
Ha una porzione di carriera alle spalle di grande successo. A 35 anni ha vissuto una finale NBA, un’Olimpiade estiva, un’Olimpiade invernale e un Super Bowl. L’edizione americana di Vanity Fair le dedicò un lungo ritratto un anno fa, scrivendo che “Taylor combina l’energia dell’atleta del college che era una volta (ha giocato a basket e pallavolo all’Università della Georgia) con l’equilibrio di una politica ben istruita”. Stava per debuttare sulla NBC dopo la controversia che l’aveva portata a lasciare la ESPN.
Fu un caso che appassionò l’America. Il New York Times riferì di una registrazione trapelata, nella quale la sua collega Rachel Nichols aveva fatto commenti – nel luglio 2020 – suggerendo che Taylor fosse stata promossa a conduttrice del programma NBA Countdown perché nera. Non perché brava, ma perché era una quota. Nichols, come si capisce, è una signora bianca. Quando il contratto di Taylor alla ESPN è scaduto, nell’estate successiva, ha salutato tutti e non ha più parlato dell’esperienza.
«Non voglio parlare di lei», ha ridetto a Vanity Fair, aggiungendo solo che tutto ciò che si vive, contribuisce a farci diventare ciò che siamo.
Nel luglio del 2020 le proteste di Black Lives Matter erano molto presenti, nelle strade e sulla scena mediatica. La stessa Maria Taylor aveva detto pochi giorni prima della rivelazione giunta dal Ny Times che essere insensibili a certe proteste, dopo la morte di George Floyd, era qualcosa di off.
La NBC le lascia la flessibilità di occuparsi anche di altri progetti. Nel febbraio di un anno, nel pre-partita del Super Bowl, annunciò il progetto di un documentario sulla storia dei quarterback neri. Un anno dopo: Mahomes vs Hurts. E pazienza per Mrs Malaprop.