La serie A si sente intoccabile e prepara l’incontro con il governo – L’addio di Insigne – I gol in più che segna l’Atalanta –

La serie A prepara l’incontro con il governo

 

      La scuola non riparte in un Comune su otto, scrive Repubblica, oggi Mario Draghi spiegherà al Paese le misure e risponderà alle critiche. Questo è il contesto nel quale il calcio si prepara all’incontro con il governo, dopo essere stato mezzo commissariato sulle presenze negli stadi, cinquemila spettatori da domenica 16 – e dopo aver furbescamente salvato l’incasso della Supercoppa di mercoledì. 

L’Ansa ieri pomeriggio ha battuto la notizia di un documento unico in preparazione, un impegno che ogni Regione prende affinché ci sia omogeneità tra le Asl sulle decisioni che riguardano le partite di calcio. Una ipotesi di lavoro in vista della riunione della commissione Salute di oggi, in preparazione alla cabina di regia organizzata per mercoledì, estesa pure a basket e pallavolo.

Valerio Piccioni sulla Gazzetta dello sport spiega che si pensa di stabilire dei parametri, anche in base ai colori delle zone, che farebbero da bussola per l’intervento delle Asl. Peraltro è indubbio con la comparsa di un altro soggetto, i Tar mobilitati dai ricorsi della Lega, si è oggettivamente ridotto il potere di discrezionalità delle Asl. Ma non l’ha annullato.

È interessante il passaggio sulle deroghe per gli atleti che arrivano dall’estero. Piccioni fa notare che in questo momento, in assenza di una nuova norma, il Djokovic del caso in Italia sarebbe abile e arruolato per giocare a tennis (uno dei pochi sport che non avrà da oggi l’obbligo vaccinale di fatto) senza super green pass (cioè anche senza vaccino, con i tamponi), ma non potrebbe dormire in albergo e per lui sarebbero vietati pure gli spogliatoi

 

Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-stadio dice: Non riesco ancora ad accettare che a soli tre giorni dall’assurdo giovedì delle Asl si siano giocate – grazie al Tar: ma avrei potuto concedermi un passaggio di giustificatissima volgarità – otto partite. Il completamento del turno è previsto tra oggi e domani. Siamo stati testimoni di un imperdonabile fallimento organizzativo sul quale troppe figure hanno messo la firma. Un’autentica débacle di immagine che ha procurato anche danni concreti ad alcune squadre, quelle che, tra positivi, isolati, non allenati e primavera integrati, sono state improvvisamente rispedite in campo. Il calcio è sempre stato un po’ cialtrone, stavolta però ha esagerato in sconcezze: ridicola anche la riduzione a 5.000. Immediata? Macché, posticipata di sette giorni. Ieri, e fino a sabato prossimo, stadi al 50%, alla faccia della logica e del super green pass

 

Poi Zazzaroni riprende uno degli argomenti più battuti quando il calcio esige qualcosa. 

Tra i numerosi attacchi al calcio italiano che – come detto – sta facendo di tutto per esporsi alle critiche più giuste e feroci, c’è quello che ne sottolinea la pretesa di extraterritorialità. Ovvero, di essere e sentirsi diverso dagli altri sport, da tutto. Diverso e chiaramente più importante. Esiste nel nostro Paese un’altra attività seguita da oltre 25 milioni di persone? Sbaglio o il calcio garantisce imposte per miliardi allo Stato e risorse alle altre discipline? Quando questo non secondario dettaglio è stato assimilato anche dai commentatori con la puzza al naso è parso inutile continuare a parlare di Repubblica del pallone

Il tema richiederebbe molte parole. In sintesi: esistono altri settori industriali nella vita di questo Paese che garantiscono allo Stato un gettito perfino superiore al calcio e non esigono la stessa extraterritorialità. Il packaging, per esempio, come spiegava tempo fa Moris Gasparri sul Foglio. Le tasse sono proporzionali ai guadagni. Il vero patrimonio del calcio è un altro: il romanzo popolare. Quella è la sua unicità. Ma il calcio la ignora, la trascura, la calpesta appena può. Si è rinchiuso nei bunker dei suoi campi d’allenamento, dentro una bolla, molto prima che la bolla fosse necessaria per il covid. Si è disconnesso dal resto del Paese. Vive ormai in contrapposizione e in contrasto. Ha esibito privilegi sfacciati in questi due anni complessi. Parla da molto solo con il linguaggio delle industrie. È l’unica dimensione su cui sa mettere l’accento. Ma è una dimensione ovvia, banale, comune. Tutte le aziende hanno in questo tempo sbeccato un foglio Excel che non torna. Il calcio ha dismesso invece il vocabolario delle emozioni. Ha rinunciato alla sua straordinarietà. Vogliamo scommettere su chi saranno i cinquemila invitati negli stadi da domenica prossima? I rappresentanti delle aziende sponsor o i bambini, o l’abbonato più anziano e più fedele?

 

Paolo Condò su Repubblica riprende invece il tema delle partite intoccabili e scrive: La Lega ha difeso a oltranza il calendario, sul quale si può lavorare poco (ma poco non vuol dire niente: l’Uefa per esempio ha autorizzato la Premier a giocare i suoi recuperi nelle sere di Champions), ma un rinvio delle prime due giornate dell’anno avrebbe consentito alla Serie A – iper-positiva durante le feste – di “rifare la bolla“. Unico modo per ricreare condizioni sportive regolari in presenza di una variante così contagiosa

Mario Sconcerti sul Corriere della sera riflette: Si dice che il campionato sia falsato ed è vero, ma è molto più falsata la vita di tutti noi. Non c’è niente di veramente regolare in quello che ci sta succedendo. Perfino il virus è naturale

 

| ultimi I dilettanti nel Lazio non si fermano

Il sito Tuttocampo ha pubblicato la lettera aperta di Federico, calciatore della Seconda categoria laziale, alla sottosegretaria Valentina Vezzali. Un messaggio che segue la decisione del Comitato regionale di far proseguire i campionati dei dilettanti, in controtendenza rispetto al resto d’Italia. 

La vorrei invitare – si legge – a valutare con grande interesse ciò che sta succedendo nel Lazio, dove sono state rinviate più di 80 partite, dove le squadre sono decimate da casi di positività al Covid 19 e/o quarantene fiduciarie, ma nonostante tutto si continua a giocare in barba a tutte le decisioni prese dagli altri comitati. Persino la serie D si è fermata, mentre noi siamo costretti ad andare avanti. Se questo è garantire la regolarità dei campionati forse sfugge a me qualcosa, perché io non la vedo. Nella mia squadra, partecipante al campionato di seconda categoria, abbiamo due casi di positività al covid e ben 7 giocatori in quarantena fiduciaria, e nonostante 3 richieste di rinvii continuiamo ad andare avanti. Saremo costretti a presentarci con una squadra che a malapena arriva a 11 per soddisfare le pretese di chi ciecamente vuole andare avanti per chissà quale indefinito motivo. Auspicherei veramente che la stimatissima D.ssa Vezzali, icona e orgoglio italiano nella sua disciplina e quindi sportiva d’eccellenza, capisse e prendesse atto delle enormi difficoltà a cui siamo stati sottoposti in queste due settimane e a cui verremo sottoposti domenica. A lei poi la scelta di valutare se questa sia regolarità o meno dei campionati

 

Tra le partite che si sono giocate quella drammatica in Prima Categoria girone A, Cura-Allumiere, durante la quale il portiere ospite Tiziano Galimberti, 21 anni, ha perso i sensi dopo un impatto in uscita. Ha rischiato di morire soffocato. È stato salvato dall’allenatore della squadra di casa, David De Paolis, in tribuna perché era stato appena espulso per proteste, e da suo padre. «Grandinava, la nostra punta si è fermata dopo lo scontro anche se la porta era vuota e poteva segnare un gol: anche lui ha capito che era successo qualcosa di grave. Il portiere non si muoveva, aveva i pugni serrati – dice al Corriere della sera – , con papà ci siamo precipitati in campo, abbiamo entrambi seguito lezioni di primo soccorso. È andata bene, grazie pure all’intervento di un compagno di squadra del portiere, Marco Zimmaro». 

Galimberti è ricoverato a Viterbo. Si è ripreso prima dell’arrivo dell’ambulanza che lo ha trasportato in ospedale. La partita è stata sospesa. 

 

Le partite

 

    CAMPO PRINCIPALE |  Un punteggio senza credito

3-4 | Tecnicamente rimane un corto muso, ma è bastato mettere Allegri in tribuna perché fosse allo stesso tempo un grosso grasso muso. È saltato il tappo. Sette gol in una partita tra una squadra sua e una di Mourinho valgono per stupore quanto uno 0-0 tra Zeman e Glerean. È stata troppo alterna la Juve finora per attribuire al risultato il senso di una ennesima falsa svolta. È stata troppo dissennata la Roma per non considerarla – come dice Matteo Orlandi su Sportellate una vittoria dal peso specifico enorme ma che non può non essere considerata sotto molti aspetti episodica. La Juve ha giocato male e ha mostrato i soliti difetti strutturali.

Avanti di due gol a 20 minuti dalla fine, la Roma si è fatta raggiungere e superare, prima di sbagliare il rigore del 4-4, palese a occhio nudo per molti eccetto che per il solito confuso Massa, salvato dal paracadute della VAR come la Juventus da Szczesny. A dirla tutta, ce n’era pure un altro al quarto d’ora, sull’1-0 per la Roma. Sempre per mani di De Ligt. 

 

Emanuele Gamba su Repubblica dice che solamente la squadra più insensata della Serie A, cioè la Roma, avrebbe potuto fare questo alla Juventus: ripescarla dall’abisso in cui l’aveva cacciata, ridare colore a facce ormai terree, rimandare a data da destinarsi l’aura di fallimento che avvolgeva i bianconeri che invece hanno finito in festa. È assurdo squagliarsi dopo aver imposto il dominio, esercitato il controllo. A guardare la classifica, la differenza tra la Juve e la Roma è nei due penalty neutralizzati da Szczesny tra l’andata (a Veretout) e il ritorno, ma ieri s’è vista prima di tutto la differenza tra queste due squadre e una logica di gioco appena passabile L’attacco della Juve non è però rinato di colpo, no: ha fatto quattro gol con cinque tiri (il quinto, una mozzarella di Dybala al 1′), ha battuto un corner appena e come al solito ha puntato tutto sulle iniziative individuali

È scettico Gigi Garanzini su la Stampa. Scrive che nel suo genere è un’impresa. E consente alla Juve di non perdere altra distanza dalla classifica che conta. Ma per provare a risalirla non può prescindere da una riflessione: che un’altra Roma in giro non c’è. Dunque i miracoli potrebbero essere finiti. Perché di miracolo si è trattato. Con il pallone che scottava tra i piedi e non un’idea sparata di come risalire la china, o le davano una mano gli avversari o tanto valeva arrendersi. Arthur in mezzo e Morata davanti un po’ i rapporti di forze li hanno mutati. Ma tolto il bel gol del 2-3 non sarebbe bastato, se una mano decisiva non fosse arrivata dalla Rometta del profeta, con le sue amnesie, i suoi sbandamenti, i suoi mancati aggiustamenti: quale corsista di Coverciano non avrebbe tolto Ibanez, oltretutto ammonito, a costo di metterci un fuori ruolo?  in un tempo sospeso come questo vale tutto, anche sentir parlare e, temo, dover leggere dello spettacolo dell’Olimpico. Facendo un po’ di confusione con l’avanspettacolo”

Mario Sconcerti concorda e commenta sul Corriere della sera: C’è stata l’impresa, non l’epica dell’impresa. Morata, è vero, ha contribuito a cambiare il risultato, ma è stato un crollo così verticale quello della Roma da non poter essere solo tecnico. Ha vinto la sua paura, l’inadeguatezza al dubbio, all’avversario, a una battaglia sapiente. Non ho visto una Juve dominante, per quella dovremo aspettare. Ho visto però una Juve che resta comunque agganciata alla classifica.

Per Luigi Garlando, sulla Gazzetta dello sport, di questo 4-3 non faranno un film. Sette gol, un rigore sbagliato, emozioni, divertimento, ma non una bella partita. Le belle partite nascono da belle squadre. Roma e Juve, imperfette, sbagliate, si sono sfidate a colpi di errori. La rimonta, come detto, si spiega molto di più con i limiti della Roma, implosa di colpo (3 gol subiti in 7′), come un palazzo abusivo, per carenze tattiche e di personalità, mai soccorsa da Mou con cambi opportuni o aggiustamenti tattici.

La pessima notizia è che l’infortunio a Chiesa dopo mezz’ora potrebbe essere molto serio e tenerlo fuori per tutto il resto della stagione. 

 

la classifica Inter 49, Milan 48, Napoli 43, Atalanta 41, Juventus 38, Lazio Roma e Fiorentina 32, Sassuolo ed Empoli 28, Verona e Bologna 27, Torino 25, Udinese e Sampdoria 20, Spezia 19, Venezia 17, Cagliari 13, Genoa 12, Salernitana 11

 

     2-1 | Con una partita in meno, l’Inter ha conservato il suo vantaggio in classifica. Mario Sconcerti sul Corriere della sera considera che è stata continua in partita anche se meno brillante. Sostituire Calhanoglu con Gagliardini è un’impresa, non per qualità individuale, Gagliardini è giocatore prezioso, ma per differenze tecniche che pesano su tutto il gioco alto della squadra. L’Inter era anche quella che aveva l’avversario più complesso. Sotto questo aspetto è uno strano inizio di girone di ritorno. In due giornate ci sono già state quattro partite dirette tra le squadre classiche del campionato. Questo, aggiunto ai vuoti lasciati dal Covid, deve rallentare il giudizio complessivo. La stessa Roma esce con due sconfitte ma contro Milan e Juve. Non credo che questo calendario asimmetrico alla fine inciderà molto, ma sta portando accelerazioni che nell’altra versione avevano avuto andamenti più graduali

Il rischio è che ci lasci nella seconda parte del girone di ritorno con un numero esiguo di grandi partite e un copione da giochi semi-fatti. 

Paolo Condò su Repubblica dice che è stata una serata che i tre difensori dell’Inter hanno riempito di cose fino all’orlo. Bastoni, il migliore, è il 16° marcatore stagionale; De Vrij, l’esperto, è il principale colpevole del pasticcio che Immobile non perdona; Skriniar, l’energico, è quello che rimette le cose a posto. L’Inter si è così riportata in testa malgrado la gara in meno, ristoro psicologico di non trascurabile valore visto che alle sue spalle si sono messe a correre. Conoscono il calendario. Sanno che il momento per provarci è questo

Alberto Dalla Palma per il Corriere dello sport-stadio riflette su Luis Alberto e scrive: Perché non riprovare con il talento spagnolo che determina sempre qualche giocata importante dalla metà campo in su? Come ha fatto ieri sera, dopo il suo ingresso, che ha consentito alla squadra di Sarri di alzarsi e di mettere ripetutamente in difficoltà la retroguardia dell’Inter Ormai è chiaro che questa Lazio non sa difendere o, almeno, non sa difendere come vuole Sarri, cioè quasi a metà campo, offrendo il fianco alla velocità degli avversari (gol di Lautaro in avvio annullato per un alluce in fuorigioco): tanto vale sfruttare l’abilità dei giocatori più bravi, cioè quelli che negli anni sono riusciti a tenere la squadra vicina alla zona Champions conquistando anche due Supercoppe e una Coppa Italia

 

     TRAME Gli strappi di Theo Hernandez

0-3 | Se qualcuno ha ancora dubbi sul fatto che il ruolo del terzino sia il più centrale nel calcio contemporaneo, Theo Hernandez spedisce una cartolina da Venezia con la sua terza doppietta in serie A – record per un difensore nei cinque grandi tornei europei nel triennio – e con una partita imbottita di combinazioni elettriche con Leao e di strappi micidiali. Quelle lacerazioni che stanno portato la storia delle idee di questo gioco oltre la deliziosa sartoria dei passaggi corti, in voga egemone un decennio fa. Chi vuole puntare al cielo, deve avere là – in quella posizione – un giocatore che non sia meno di fantastico. Dove lavorano gli Alexander-Arnold e i Kyle Walker, i Reece James e gli Achraf Hakimi, dove nascono i João Cancelo e i Joshua Kimmich per poi diventare totali. Il Milan uno così ce l’ha e quando avrà recuperato il miglior Calabria, Pioli potrà addirittura costruirsi qualcosa di simile dall’altra parte. Opta segnala che il Venezia è diventato l’80esima squadra differente contro cui Zlatan Ibrahimovic ha fatto gol. Solo Cristiano Ronaldo ha una tale mole di vittime.

 

scoperte | Matteo Tencaioli per Sportellate dice che l’impatto di Cuisance al Venezia è stato assolutamente in linea con le aspettative, sebbene la sua partita sia durata soltanto un’ora. Parliamo di una mezzala di qualità, il cui impatto col calcio di alto livello europeo non è stato facile e che sta provando a ripartire dalla provincia per mettere in mostra le proprie doti. Sicuramente un giocatore da seguire con grande attenzione.

 

    PANORAMI I gol in più dell’Atalanta

2-6 | Un anno fa all’Atalanta mancarono 14 punti per vincere lo scudetto. Sono meno di quanto potrebbero sembrare, se si considera che pareggiò nove partite, sei delle quali contro squadre nella seconda metà della classifica: Udinese, Atalanta, Torino, Bologna, Spezia e Sassuolo. Si consumava così il paradosso che il miglior attacco della serie A (90 gol) aveva smarrito 12 punti per non averne segnati appena sei al momento giusto, mentre i gol superflui per le vittorie e per la classifica – i gol in più, non necessari – si potevano contare alla fine addirittura in 32. Li potevi sottrarre e la classifica non sarebbe cambiata (tre nel 5-1 al Sassuolo, due nel 4-1 al Benevento, tre nel 5-1 al Crotone e così via). 

Il rischio è mettersi sulla stessa strada. A Gasperini mancano sei punti per aver pareggiato all’andata 0-0 col Bologna, 1-1 con l’Udinese e 0-0 con il Genoa. Bastavano tre gol, mentre quelli dissipati nelle vittorie larghe sono finora già 11. Tre li ha aggiunti al mucchietto ieri, facendone sei tutti insieme, per la quarta volta da quando Gasperini è a Bergamo dal 2016. 

Sei gol che il dt udinese Pierpaolo Marino a Sky ha messo in connessione al protocollo pensato fresco fresco per giocare sempre e comunque. 

 

«Questa partita non ha senso – ha detto – come si fa a commentarla? Questa partita è un martirio. Siamo stati costretti a radunarci stamani come un torneo da bar. Alcuni non si allenavano da settimane, in panchina avevamo tanti primavera anche loro fermi da tanto. Perché questo accanimento per farci giocare? Questo è incomprensibile. Si dice che si vuole salvare lo spettacolo, ma che spettacolo c’è stato oggi? L’Udinese prima di questa partita aveva vinto 4-0 a Cagliari e questa non era la stessa squadra. Abbiamo giocato con giocatori che sarebbero dovuti stare in quarantena e vedremo le conseguenze ora. La peculiarità del disastro che hanno fatto con l’Udinese è sotto gli occhi di tutti. Oggi che si è voluto fare? Avete visto una partita in cui c’era l’Udinese? No, è stata una partita di martiri. Il nostro allenatore è stato bravo a non schierare i Primavera. La Lega ci ha detto che i nostri giocatori in quarantena dovevano giocare, perché probabilmente in caso contrario non avremo raggiunto il numero dei giocatori. Poi c’è stato detto che Pereyra, giocatore che si è operato poco fa, era arruolabile. Avremo dovuto farlo giocare con la spalla operata? Non frequento la Lega da tanti anni, so che una cosa del genere non mi è mai capitata in tutti gli anni di esperienza. Il risultato che rimarrà negli annali dell’Udinese sarà ricordato come un’onta e questo non ci sta per quanto fatto».  A Gasperini però è parso che se si guardano le assenze, forse ne aveva più lui. Ha detto così. 

 

coralli Muriel | “Se si potessero cristallizzare alcuni frammenti delle partite, decontestualizzarli fino a isolarli nello spazio e nel tempo, potremmo avere un’impressione drasticamente diversa di calciatori o talvolta intere squadra, a seconda degli attimi scelti. Se si potesse astrarre il momento in cui Luis Muriel prende palla, manda in crisi d’identità il povero De Maio a forza di finte e supera Padelli con il suo destro delicato, ecco, in quel preciso momento si potrebbe pensare al colombiano come ad un fuoriclasse assoluto, uno che sposta il destino a suo piacimento, come pochi altri sanno fare. La verità è che la partita è una specie di identikit di Muriel, anche piuttosto accurato. Beccato continuamente da un pubblico ferito, il colombiano alterna momenti in cui fatichi a ricordare se è in campo o meno a frammenti di leggera onnipotenza. Come del resto ha fatto per la sua intera carriera. A 30 anni suonati, ce lo teniamo cosìdi marco bellinazzo, Sportellate

 

    GESTI L’arrevuoto di Petagna 

1-o | Nella giornata delle figurine Panini, Petagna si è regalato una posa da bustine d’epoca, mettendo lo spirito di Carlo Parola dentro un gesto alla Rummenigge. Un arrevuoto, sostantivo dal verbo arrevotare, che significa rivoltare, mettere sotto sopra, creare scompiglio. Arrevuoto è un progetto di teatro e pedagogia nato al teatro stabile Mercadante durante la faida di camorra a Scampia del 2005, un progetto a sostegno della condizione giovanile trascurata dalle istituzioni. Ribaltare, insomma. Invertire, cambiare segno alla realtà. Come un centravanti che ha un corpaccione da ariete e segna da ballerino. 

La prima partita di Lorenzo Insigne al San Paolo da separato in casa e da ex ancora con la stessa maglia è durata mezz’ora. Antonio Giordano sul Corriere dello sport-stadio dice che quando Lorenzo Insigne s’è inginocchiato, e nell’aria s’è avuta la percezione che ci fosse una mano oscura ad orientare la sorte, il Napoli ha smesso d’appoggiarsi ad uno scugnizzo che pure, in dieci anni, gli ha regalato centoquattordici gol e talmente tanto miele da addolcirgli il palato a prescindere: ma in quel preciso istante – mezz’ora appena di partita, le ombre del Toronto quasi padrone della scena, il sospetto d’essere piombato in un infernale girone dantesco – stava per cominciare un’altra vita, che vieterà di voltarsi per rimpiangere quella precedente.

Alla fine del primo tempo 353 passaggi a 118 per il Napoli, con il 75% di possesso. Al 90esimo la Samp ha chiuso con il 24% di palloni imprecisi. 

 

zizzanie L’addio di Insigne | “Rifiutare i soldi offerti agli altri è la via più breve e sicura per la nobiltà d’animo: nessuno di noi dovrà mai sottoporre le sue certezze alla prova di settantacinque milioni di euro garantiti entro i prossimi cinque anni. Siamo ancora in un momento di elaborazione e costruzione, e probabilmente a questo fatto si deve l’atmosfera surreale che permea la discussione attorno alla scelta di Insigne di andarsene da Napoli e partire per Toronto. «A Toronto? Ma che ci vai a fare a Toronto? Guarda che fa freddo a Toronto», per il momento è questa la qualità degli argomenti mostrati da chi, se l’offerta fosse stata fatta a loro, avrebbero detto certamente, convintamente, immediatamente no. Il riscatto sociale: quanti scudetti ci vogliono per pagare il riscatto sociale di una generazione della propria famiglia? Quante Champions servono per riscattarne due? Quanti Palloni d’Oro bastano a garantire che la generazione successiva del riscatto sociale non abbia mai di che preoccuparsi? Dei giocatori come Insigne ci piace ricordare le origini locali e proletarie, almeno finché quelle origini non intralciano la sospensione dell’incredulità necessaria a goderci ogni fine settimana di pallone: i calciatori esistono solo dentro il rettangolo di gioco, solo per novanta minuti, solo finché rotola il pallone, non fuori, non oltre, non senza. Ma l’intrattenimento domenicale del tifoso è il riscatto sociale del calciatore, per uno il pallone è un fine e per l’altro è un mezzo. Quindi viva Insigne, che ha riscattato se stesso e chi è venuto prima di lui, che ha protetto chi c’è adesso e chi verrà dopo di lui. Insigne è uno di quelli che sbagliano in ogni caso: se decide di rimanere, è la dimostrazione che hanno ragione i detrattori quando dicono che non può sopravvivere senza succhiare dalla tetta napoletana; se decide di andar via, è la dimostrazione che hanno ragione i detrattori quando dicono che ha avuto più di quello che ha dato, ha sempre preso i baci, gli abbracci e i sorrisi e ha restituito quei suoi occhi sempre un poco tristi, quell’espressione sempre un tantino accigliata, quelle pose sempre troppo irrequiete di uno che ha fretta di andare. Si può capire, a un certo punto della vita e della carriera, il desiderio di essere (finalmente e di nuovo) come tutti, solo con settantacinque milioni di euro in più degli altri dentro il conto in banca: sai che passeggiate tranquille, per le strade di Torontodi francesco gerardi, Rivista Undici (per intero qui)

 

gettoni Lobotka | “Prende il pallone e lo smista al compagno più smarcato, semplificando le situazioni più complicate. Forse esagera Spalletti a paragonarlo a Jorginho, ma sicuramente lo slovacco sta diventando un riferimento importante per la squadra(Maurizio Nicita, la Gazzetta dello sport)

     1-5 | Per la prima volta nella sua storia in Serie A, il Sassuolo ha segnato cinque gol fuori casa. Mattia Viti ha messo a segno un prezioso record facendosi cacciare con due gialli in 23 secondi. Giuseppe Lorenzo ne impiegò non più una dozzina per farsi cacciare in Parma-Bologna (1990): entrò dalla panchina e mollò una gomitata a gioco fermo ad Apolloni.

Andrea Ebana su Sportellate dice che il Sassuolo di oggi è bello da stropicciarsi gli occhi: quando i tre là davanti sono così ispirati, i neroverdi sono uno spettacolo che raramente si vede in questa serie A

I tre davanti sono Berardi, Scamacca e Raspadori. Dionisi sta mostrando di lavorare sul solco di De Zerbi, ma la sua mano comincia ad essere evidente soprattutto in una fase difensiva più solida e nel lanciare alcune individualità come Frattesi, Harroui, Ayhan, che stanno diventando sempre più convincenti. I neroverdi oggi hanno solo 3 punti in meno della stagione passata, e c’è da pensare che per età e struttura possano solo crescere nel girone di ritorno: e se l’Europa non fosse un sogno proibito?

 

   DOMANI 

Dopo le parole di Sinisa Mihajlovic al Corriere dello sport-stadio di ieri mattina, è arrivata anche una nota ufficiale del Bologna sul programma che non si ferma, non si ferma mai. 

«Preso atto dell’incomprensibile decisione della Lega di rinviare Cagliari-Bologna a martedì 11 gennaio, il Bologna intende esprimere la sua totale e ferma avversione a una scelta immotivata, penalizzante e vessatoria. Tutti gli appartenenti al gruppo squadra sono in isolamento domiciliare da mercoledì e vi resteranno fino a stasera (ieri sera, ndr) per una disposizione dell’Ausl di Bologna, la cui legittimità è stata confermata anche dal Tar dell’Emilia-Romagna. I giocatori che non risulteranno positivi dovranno quindi partire per Cagliari nella giornata di domani (oggi, ndr) e giocare una partita di campionato martedì senza aver di fatto potuto svolgere allenamenti per una settimana, con tutti i rischi che ne conseguono anche per l’incolumità degli atleti. Siamo allibiti di fronte a un provvedimento preso senza reali necessità di urgenza, che dimostra sprezzo per i più elementari principi di equità competitiva e di tutela dell’integrità fisica dei calciatori».

 


📌  Osservatorio sostituzioni 

 

   31  Come era già successo giovedì, nessuna partita di ieri è stata decisa dalle due sostituzioni in più introdotte nel regolamento del calcio in pandemia. Restano 31 finora in tutta la stagione. Le rose ridotte al minimo dal covid hanno prodotto anzi una situazione singolare: cinque squadre non si sono avvalse dei cambi in più. Roma, Verona, Napoli e Spezia ne hanno fatti tre, l’Udinese si è fermata a due. 

 

Le squadre che si sono giovate delle cinque sostituzioni per cambiare risultato: Genoa 5 volte, Udinese 4, Atalanta Empoli e Salernitana 3, Juventus, Milan Sassuolo e Venezia 2, Fiorentina Inter Verona Torino e Spezia 1

 

Le squadre che ne hanno sofferto: Sassuolo 4 volte, Cagliari Spezia e Verona 3, Venezia Juventus Torino Udinese Sampdoria 2, Atalanta Genoa Inter Salernitana Lazio Empoli Fiorentina Napoli 1

 

I punti che si sono mossi dopo il quarto cambio: Genoa +6, Empoli +5, Salernitana +4, Milan +3 Atalanta +3, Juventus +1, Inter +1, Udinese +1, Venezia 0, Torino -1, Fiorentina -2, Lazio -2, Napoli -2, Verona -4, Sampdoria -4, Spezia -4, Sassuolo -6, Cagliari -7


 

    La polemica sull’intitolazione dell’Olimpico a Paolo Rossi arriva stamattina sulle colonne di El País, nella rubrica che ogni lunedì Daniel Verdú dedica a vicende italiane. Titolo: Roma non vuole essere la capitale italiana del calcio. Tra le righe pare di capire che pure l’editorialista del giornale spagnolo trovi l’iniziativa azzardata. Decrive le “rabbia monumentale sulle sponde del Tevere e dice che né l’Italia è l’Inghilterra, né lo Stadio Olimpico è Wembley. Roma è la città che ha ospitato più volte la Nazionale, 63, ma le partite sono  ampiamente distribuite: dopo viene Milano con 59 e Torino con 40. Non si può sapere cosa ne penserebbe lo stesso calciatore, la cui carriera non ha nulla a che vedere con l’Olimpico. A Roma veniva fischiato e odiato in egual misura, ogni volta che indossava la maglia della Juventus, uno dei principali nemici dei giallorossi. Questo stadio, nonostante la sua fastidiosa pista di atletica, conserva ancora all’ingresso un obelisco dedicato a Mussolini. Continua a essere un monumento alla romanità e ai due club della città, che qui giocano da 70 anni. È vero che tutti gli stadi ora portano il nome di compagnie assicurative o di stati petroliferi, è chiaro che si cerca il nome di un eroe del calcio per l’Olimpico, ma bisognerebbe cercare un cardine tra l’odio di entrambe le curve. Forse Fulvio Bernardini o Silvio Piola * , che hanno indossato le due maglie? Come sempre accade in queste occasioni, riemerge il divario tra le due Italie, le sue giovani radici e la questione meridionale. La Nazionale è sempre stata più popolare al sud che al nord. Ci sono meno club in Serie A, più tifosi per gli azzurra. Matteo Salvini, ex vicepresidente del Consiglio dei ministri, amava tifare per chi giocava contro la Nazionale. A Paolo Rossi fu attribuito il merito di aver unito l’intero Paese nell’estate del 1982. Un uomo che, dopo essere stato condannato all’inferno di due anni di squalifica per le scommesse, riuscì a rammendare le cuciture di un’Italia incrinata, con tre gol al Brasile nel vecchio Sarrià. Ora, grazie a una mozione in Parlamento, stanno per trasformarlo nel suo contrario.

 

In realtà Silvio Piola non ha giocato nella Roma

 

in tv oggi ore 17 Dazn: Torino-Fiorentina | domani  ore 20.45 Sky e Dazn: Cagliari-Bologna | mercoledì ore 14.30 Italia 1: Atalanta-Venezia | 21 Canale 5: Inter-Juventus

 

 

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