Il week-end della Coppa del mondo
Le donne in Austria per la discesa libera di Altenmarkt-Zauchensee, gli uomini ad Adelboden per il gigante. Un week-end di Coppa del mondo.
Sofia ci prova. Dopo le due prove così così di Lake Louise, Sofia prova ad aggiungere una vittoria in libera a quella in superG ottenuta a St. Moritz. Ma in realtà quella di Zauchensee, dove domani si gareggerà nella combinata, è solo una tessera di un mosaico in divenire: «Guardo gara dopo gara, sto costruendo la mia casa pezzo per pezzo: sono concentrata a fare le cose giuste per raggiungere l’obiettivo finale, che sarà a marzo». A fianco della Goggia, l’Italia cerca gloria anche con Nicole Delago, mentre Federica Brignone, all’ esordio su questo tracciato, prepara soprattutto la «combi». | Flavio Vanetti, Corriere della sera
la classifica femminile Shiffrin 826, Vlhova 513, Brignone 451, Rebensburg 329, Gisin 301
La Coppa del mondo maschile
L’importanza dell’istinto per Kristoffersen. «L’istinto per me è la capacità di reagire senza pensare. Commetti un errore? Ti salvi facendo il movimento giusto al momento giusto. A differenza di molte altre, è una dote che si può apprendere e allenare, ma se ce l’hai naturale è molto meglio e io credo di averla. Non per niente nel mio curriculum ci sono davvero poche gare che non ho terminato a causa di un errore. Penso infatti di essere molto bravo a risolvere situazioni complicate riuscendo addirittura a prevedere quello che succederà nei prossimi secondi e facendomi quindi trovare pronto a reagire. L’istinto nello sci viene fuori quando sei al cancelletto di partenza e devi spingerti fuori senza pensare, facendo in automatico movimenti che hai provato mille volte in allenamento. Guai se dovessi pensare a quello che devi fare! Nello sci le variabili sono infinite e non puoi allenarle tutte. La pista, la neve, il tracciato cambiano sempre. Per questo è importante l’istinto, per sapersi adattare a ogni situazione nel minor tempo e nel miglior modo possibile».
➣ Hirscher diceva sempre che saresti stato tu il suo successore, cosa ne pensi? «Sarebbe davvero bello proseguire la tradizione norvegese e portare a casa una grande Sfera di Cristallo, ma non sarà facile. Sulla carta potrei fare 1600 punti focalizzandomi sulle prove tecniche, gigante, slalom e parallelo. Nel mio programma ci sono anche il superG e la combinata di Hinterstoder a fine febbraio (a queste due gare si è aggiunto il gigante annullato in Val d’Isère, ndr), ma per ora vado avanti un passo alla volta, cioè una gara alla volta. I conti si faranno alla fine».
➣ Sei sempre stato un vincente, fin da piccolo. Ti hanno insegnato a farlo o sei nato competitivo? «Sono cresciuto con l’idea che vincere fosse importante. Perché fare una gara se non per vincerla? Fin da bambino mi hanno insegnato a dare il massimo e se non andavo bene nessuno mi diceva bravo lo stesso, mi dicevano che dovevo impegnarmi e migliorare per fare di più. Quando poi ho capito che una vittoria regala le migliori sensazioni possibili, ci ho preso gusto e ho solo cercato di provarle il più spesso possibile. In ogni caso nella mia carriera ho perso più gare di quante ne ho vinte! Ma posso assicurare che la cosa più bella della mia vita è vedere la luce verde dopo aver tagliato il traguardo».
➣ Perdere ti scoccia proprio però. A volte ti fa anche perdere il controllo… «È vero, a volte mi arrabbio troppo, è ancora l’istinto a farmi comportare come non dovrei, con reazioni esagerate soprattutto al traguardo, quando non sono contento di una prestazione. Vorrei cambiare, ma poi mi dico: perché? Sono io, sono così, sono in ogni caso un atleta onesto e leale. So perdere, ma visto che lo sci per me è tutto e che nella vita non faccio altro, perché accettare di farlo male se posso farlo meglio? So bene che a volte dovrei controllarmi di più, se guardo indietro penso e credo di essere migliorato, ma voglio restare me stesso e non fingere di essere quello che non sono. Lo sport regala emozioni forti, senza di quelle sarebbe noioso, io non riesco a restare indifferente, ci tengo davvero a fare bene e non riesco a nasconderlo». | Intervista di Maria Teresa Quario, Sciare Magazine
la classifica maschile Pinturault 475, Kilde 474, Kristoffersen 471, Paris 454, Mayer 362
L’ultimo italiano che vinse ad Adelboden. ➣ Blardone, perché Adelboden è così importante? «Perché vale davvero un Mondiale o un’Olimpiade. Con la differenza che se ai Giochi gareggi su piste mediamente facili, sulla Chuenisbärgli non vinci per caso. Non è un gigante più lungo degli altri, ma ti frulla le gambe. E c’è una tale storia, un tale albo d’oro, richiede una tale capacità di adattamento che vincere ti dà una soddisfazione immensa. … Io mi sono sempre trovato bene, ma è anche vero che il feeling l’ho costruito».
➣ Come? «Un atleta non può sciare sulla pista di Coppa del Mondo nella settimana precedente alla gara. Io per tanti anni il 31 dicembre festeggiavo a casa, andavo a dormire presto e il giorno dopo andavo a sciare con un amico proprio ad Adelboden. Lo facevo da turista. Il muro finale non era percorribile ma facevo comunque ciò che mi serviva, cioè impostare bene la curva d’ingresso. Seguivo una traiettoria tutta mia, alternativa. Credevo che lì si vincesse la gara e infatti nel 2005 andò proprio così: la differenza la feci sul muro».
➣ Ce lo descrive? «Quell’ultimo tratto non fa parte delle piste ufficiali, è una variante usata solo in Coppa del Mondo. Non mi piace usare la parola “pericolosa“, ma la parte in cui giri a destra e ti trovi davanti all’anfiteatro dell’arrivo è davvero ripida oltre ogni logica. Sono otto porte appena, ma c’è un tratto in cui balzi addirittura nel vuoto, la pendenza è talmente forte (il 60% di Giisbruni, ndr ) che stacchi gli sci dalla neve, ma devi comunque mantenere la direzione giusta. Nel 2005 affrontai quel passaggio praticamente a spazzaneve: ero troppo diretto, d’istinto trovai quella soluzione che sembrava assurda, ma funzionò». | Intervista di Simone Battaggia, la Gazzetta dello sport