Quattro partite vinte e quattro perse, con un pallone tra le mani e i pensieri a casa. Casa è Tel Aviv e il Maccabi l’ha lasciata dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre per poter continuare il suo cammino in Eurolega. È la squadra simbolo dell’intero sport israeliano e della cultura ebraica. Sei volte campione d’Europa fra 1977 e 2014, due volte di fila fra 2004 e 2005. È l’orgoglio del paese e vive in modalità d’emergenza, ospitata a Belgrado, il campo neutro dove stasera arriva il Real Madrid.
Quando gioca il Maccabi sugli spalti ci sono gli striscioni che invocano il ritorno a casa degli ostaggi. La squadra ha trovato inizialmente riparo a Cipro, poi è stata 20 giorni in giro per l’Europa, adesso si è stabilita in Serbia. Un dipendente dell’ufficio stampa è stato richiamato al fronte. «È stato scioccante vederlo in uniforme, mandarci messaggi dalla guerra», dice Chema Berrocal, spagnolo, il secondo allenatore, ex assistente di Svetislav Pesic e di Xavi Pascual al Barça, un giramondo, con esperienze in Ucraina, in Bahrein, in Turchia e Grecia.
Nel Maccabi di oggi si sta facendo carico di un ruolo più ampio, una specie di ascoltatore delle ansie collettive, in un ambiente dove abbondano tristezza e dolore intorno, ha detto al giornale spagnolo El Mundo. Pensa che tocchi a lui perché «sono l’allenatore più anziano e la gestione del gruppo adesso non è importante, di più, è fondamentale. Ho una grande responsabilità, ricordare che bisogna provare a mettere tutto da parte e quando siamo in campo perfino divertirci un po’. Approfittare dell’opportunità che il basket ci offre per stare insieme».
In rosa ci sono giocatori che non capiscono bene cosa stia accadendo. Nel Maccabi gioca l’americano di passaporto spagnolo Lorenzo Brown, una delle colonne della nazionale di Scariolo campione d’Europa. Gli stranieri portati via da Tel Aviv hanno dovuto sradicare pure le loro famiglie del paese e ricominciare in Serbia. Hanno dovuto iscrivere i figli a scuola a Belgrado, non sanno nemmeno quanto durerà questa situazione. Gli israeliani hanno preferito lasciare le famiglie nel paese, dove presto la squadra è chiamata a tornare per un episodio surreale. Tra pochi giorni è annunciata la ripresa del campionato, 3 dicembre, Nes Ziona-Maccabi, e le partite sono in programma in Israele, anche se adesso la squadra vive in Serbia. Chema Berrocal è invece solo, in un momento durissimo della sua vita privata, con il trauma delle morti consecutive del padre e della madre. Ha voluto che la moglie, Jofre e Bruna se ne tornassero a Badalona. «Siamo ancora in modalità sopravvivenza, ci sentiamo tutti di passaggio», spiega, alla fine persino sorpreso dai risultati dignitosi della squadra, settima in classifica in Eurolega, in zona play-off. «In questa stagione, qualunque cosa accadrà, sarà stata un successo» dice Lorenzo Brown. Nessuno sa ancora come andrà il 14 dicembre, quando il calendario chiede al Maccabi di andare in Turchia a giocare sul campo dell’Efes, in in paese ostile – sottolinea El Mundo – dove ci sarebbero preoccupazioni per la sicurezza. La guerra a Gaza ha riavvicinato politicamente la Turchia e l’Iran.
“Una squadra in permanente stato di incertezza, sempre accompagnata dalla protezione del Mossad e che cerca di isolarsi dai segnali di ostilità che subisce in alcune delle sue partite e durante i suoi viaggi”. Non c’è nessuno che non abbia un familiare o un amico coinvolto, ferito o ucciso. L’altro giorno hanno passato l’intera giornata a guardare la liberazione degli ostaggi al telegiornale. Poi arriva la sera e devono mettere una palla dentro un canestro.