Tre nomi sono rimasti fuori dalla lista. Akram Daboub avrebbe voluto chiamare per la prima partita del girone di qualificazione ai Mondiali anche Ibrahim Abuimeir, Khaled Al-Nabris e Ahmed Al-Kayed. Sono rimasti tutti a Gaza. Non possono uscire. Non hanno potuto raggiungere la nazionale palestinese all’esordio contro il Libano il 16 novembre [0-0 alla fine], attesa martedì 21 a una seconda partita contro l’Australia. Almeno stanno bene, così risulta a Daboub che ha parlato con la Associated Press «Molti dei loro parenti sono morti sotto i bombardamenti». Altri due calciatori di Gaza, Mohamed Saleh e Mahmoud Wadi hanno raggiunto i compagni in ritiro in Giordania. Vivono e giocano in Egitto. Daboub è originario della Tunisia. Dice che sarà difficile per i suoi ragazzi concentrarsi sul calcio con le famiglie in pericolo. «Con la morte e la distruzione a Gaza, si trovano in una condizione psicologica difficile». Per Susan Shalabi, vicepresidente della federcalcio, non c’è dubbio che sia loro sia il popolo vogliano che le due partite si giochino regolarmente. «Questo è un popolo che vuole essere ascoltato e visto dal resto del mondo, vuole vivere come gli altri».
La Palestina è riconosciuta dalla Fifa fin dal 1998. Fino a otto anni fa non si era mai qualificata neppure per una fase finale di Coppa d’Asia. Ha giocato le ultime due edizioni senza ancora vincere mai, due pareggi e quattro sconfitte, un solo gol fatto e 14 subiti. Anche se l’Asia avrà otto-nove posti ai Mondiali del 2026 è impensabile che uno finisca alla Palestina. Daboub invece ci crede. La sua nazionale dovrà prima passare questo girone arrivando fra le prime due. In sostanza deve lasciarsi alle spalle Libano e Bangladesh. Il grosso del lavoro verrà dopo e con la grossa incognita sulla sede di gioco. La squadra ha la sua base in Giordania per essere sicura di poter viaggiare e avrà il proprio campo neutro in Kuwait. Anche il Libano per motivi di sicurezza è in campo neutro, trasferito da Beirut agli Emirati Arabi Uniti. «Il calcio è il gioco più popolare al mondo. Unisce le persone. Aspiriamo a ottenere buoni risultati e a qualificarci per mostrare l’identità palestinese. Questo è un popolo che merita la vita e ama la pace», dice Daboub.
Israele invece sta recuperando le partite saltate in ottobre, subito dopo l’attacco di Hamas. Domenica scorsa ha perso in Kosovo, dove sono state vietate manifestazioni politiche sugli spalti. Stasera gioca contro la Svizzera e fra tre giorni con la Romania, per qualificarsi agli Europei del 2024. Sarebbe la prima volta e la seconda apparizione sulla scena internazionale dopo i Mondiali del 70. Anche Israele è lontana da casa, ospitata in Ungheria, su invito del primo ministro Viktor Orbán. Il raduno è a Felcsut, un villaggio di circa 1.900 abitanti dove Orbán ha trascorso gran parte della sua infanzia. La Associated Press lo spiega con “le profonde affinità politiche tra lui e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu”. Yacov Hadas-Handelsman, ambasciatore israeliano in Ungheria, ha riconosciuto che lo stretto rapporto tra i due leader ha avuto un ruolo. Anche prima degli attacchi di Hamas, Orbán presentava il suo paese come il più sicuro in Europa per gli ebrei. Orbán ha vietato manifestazioni filo-palestinesi e ha indicato le proteste viste in alcune città dell’Europa occidentale – dice la Ap – “come un’ulteriore prova del fatto che il suo governo ha svolto un lavoro migliore nella lotta all’antisemitismo”.
In conferenza stampa prima della partita, il capitano Eli Dasa, terzino della Dinamo Mosca, ha tenuto in mano una scarpa da ginnastica Adidas. La scarpa sinistra di Neve Shoham, otto anni, uno degli ostaggi di Hamas, con altre sette persone della sua famiglia. Lo aspettiamo, ha detto Dasa. The Athletic ha scritto che lo sport e la politica sono “scomodi compagni di letto, ma con Israele c’è di mezzo un fermo rifiuto nel separarli. In un momento in cui le forze armate del paese continuano una pesante controffensiva che ha causato più di 11.000 vittime a Gaza, c’è stato un orgoglio nazionalistico legato ad Hazan e ai suoi giocatori. Sono portabandiera di una nazione in guerra“.
La metà dei 31 convocati non giocava da oltre un mese. La sicurezza intorno alla squadra è stata rafforzata. Ci sono cinquanta guardie del corpo che viaggiano con i giocatori e con lo staff tecnico, gli hotel in cui alloggia la squadra sonio chiusi agli altri ospiti. I pericoli avvertiti in Kosovo, spiega The Athletic, una nazione a maggioranza musulmana, sono stati parecchi. Intorno allo stadio sono state schierate guardie armate, i tifosi sono potuti entrare allo stadio portando un documento d’identità. Non ci sono stati incidenti. Una gigantesca bandiera palestinese esposta a un grattacielo di Pristina accanto a una grossa bandiera ucraina è stata fatta rimuovere.
The Athletic spiega ai suoi lettori americani che la vicina Budapest ha forti legami con gli ebrai. Lo storico quartiere ebraico della capitale ungherese è il luogo in cui fu fondato il ghetto negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, con 70.000 persone costretti a trasferirsi lì fino alla loro liberazione da parte dell’esercito sovietico. Si stima che 10mila tra loro siano stati uccisi in due mesi. Il quartiere ebraico è oggi una zona alla moda di Budapest, pieno di caffè e ristoranti. Comprende il museo ebraico ungherese, nell’area della sinagoga di Dohány Street. Per la partita con la Svizzera [1-1], la polizia si è posizionata sul tetto dello stadio. Gli spettatori hanno dovuto superare due posti di blocco. La presenza di Orban allo stadio voleva sottolineare la fiducia nelle operazioni di sicurezza locali. I giocatori israeliani non torneranno a casa finché non avranno concluso il percorso di qualificazione con la trasferta di Andorra.