Leo Messi ha vinto il suo sesto Pallone d’oro precedendo in classifica Van Dijk e Ronaldo. A De Ligt è andato il premio per gli Under 21, Alisson ha vinto tra i portieri. Il Pallone d’oro femminile alla statunitense Megan Rapinoe. Mundo Deportivo celebra Messi con una copertina su cui Leo posa con i suoi sei trofei. Il quotidiano sportivo catalano lo chiama “patrimonio mondiale”, Bartomeu lo incorona miglior giocatore della storia. Grande risalto alle sue parole: “Quello che provo per questo club va oltre un contratto”.
Come ha votato il giurato italiano | Paolo Condò è il giurato italiano che ogni anno deposita il suo voto tra le mani della giuria francese. Stamattina sulla Gazzetta dello sport ha rivelato che la sua scelta è andata al difensore olandese Virgil Van Dijk, “perché in un calcio sempre più schierato con le ragioni degli attaccanti – parole sue – erano molti anni che non si vedeva un difensore così dominante. La leadership dell’olandese, il record dei dribbling sventati, la sua capacità di difendere in campo aperto anche in inferiorità numerica – situazione frequente per una squadra votata all’attacco come il Liverpool, che se la può permettere proprio perché Van Dijk la protegge – persino l’abilità realizzativa ribadita sabato con la doppietta al Brighton ne hanno fatto l’uomo dell’ anno. … Capitolo Messi e Ronaldo: a mio parere, i due “mostri” quest’anno non meritano più di terza e quarta posizione, perché ho poco da eccepire sul loro rendimento personale (a parte l’ultimo pallido mese di Ronaldo) ma le squadre che guidano si sono limitate a vincere da lontano i campionati nazionali. In Champions hanno deluso. … Ribadisco la convinzione che Messi sia senza discussione il miglior giocatore del mondo, e che a fine carriera ci chiederemo se porlo oltre Maradona e Pelé nella graduatoria del più grande di sempre. Nel suo caso il Pallone d’oro non è mai rubato; ma il criterio principe del trofeo – prestazioni individuali e collettive nell’anno in questione – nel 2019 per me portava altrove“.
Un criterio che ogni tanto la giuria globale ha dimenticato. Tony Damascelli sul Giornale dice che “per France Football il campo, nel senso dei risultati, non conta, semmai la storia e, dunque, possiamo prevedere che Messi viaggerà verso il settimo e poi l’ottavo a meno che Cristiano Ronaldo risorga e venga fuori dall’asilo mariuccia nel quale si è rintanato come un bambino capriccioso. Il Premio ha perso il suo significato originario“.
Nell’incrociare questa rivalità mediatica fra due campioni epocali, il calcio ha deciso di farsela bastare e di chiudere gli occhi su tutto il resto, come se non ci fosse un panorama dietro i lampioni, come se null’altro sia esistito in questi anni, nulla a parte loro. Il ciclismo ha avuto un Magni fra Coppi e Bartali. Il tennis un Connors fra Borg e Mac, un Djokovic tra Rafa e Roger. Il calcio si è consegnato a due perfetti interpreti della cultura digitale senza valorizzare altro. … Verrà il giorno in cui, come il bambino dinanzi all’imperatore nudo, senza vestiti, qualcuno alzerà una mano per incriminare il calcio di non aver premiato in questi anni Iniesta o Xavi, Bale o Sneijder, Neuer o Buffon – una generazione di campioni ignorati – consegnando invece lo sproposito di 11 Palloni d’oro a due che hanno vinto insieme meno Mondiali di Iaquinta, e gli stessi Mondiali di chi non sa nemmeno palleggiare.
Filippo Maria Ricci, ancora sulla Gazzetta, stamattina aggiunge che “in mancanza di grandi trofei collettivi, Liga a parte, Leo Messi è arrivato al sesto Pallone d’oro per altre strade. una rinnovata strategia di comunicazione e l’appoggio e la spinta di una piramide pubblicitaria mostruosa”.
Cristiano Ronaldo non l’ha presa benissimo. Lo racconta Gianluca Oddenino su la Stampa. “Se il linguaggio del corpo non mente, Cristiano Ronaldo ieri sera avrebbe voluto essere in qualunque parte del mondo tranne che in due posti: Parigi e Milano. La gita nella capitale francese l’ha evitata accuratamente per non dover vedere Leo Messi premiato con il Pallone d’Oro, mentre il Gran Galà del calcio italiano non è riuscito a dribblarlo. Era un atto dovuto la sua presenza, visto che è stato eletto dai colleghi come miglior calciatore della Serie A 2018/19 ed era ovviamente inserito anche nel “top undici”, ma la sua faccia e il suo look erano poco in sintonia con la festa nell’enorme location della MegaWatt Court. CR7 è arrivato all’ultimo, quasi a sorpresa e ben dopo le 23, con un sorriso stiracchiato e senza indossare la cravatta sulla camicia sbottonata della divisa ufficiale. “Buona notte a tutti – ha salutato Ronaldo per la prima volta in italiano -: è un orgoglio ricevere questo premio, grazie ai compagni della Juve e a chi mi ha votato. La Serie A è un campionato difficile e sono molto contento di quel che ho fatto: quest’anno proverò a ripetermi”. Poche parole e poi via dall’uscita riservata per dribblare tifosi e curiosi“.
Fenomenologia di Leo Messi
La condanna degli argentini. Noi argentini abbiamo la vocazione a essere un alone, una nube, materia vaporosa. Per molti anni, ogni volta che un ugandese, un mongolo o un bengalese mi chiedevano da dove venissi e io dicevo che ero argentino – sì, lo dicevo – la risposta era una e una sola: Ah, Argentina, Maradona. Ho sentito quelle parole in dozzine di accenti – e spesso ho pensato alla crudeltà per cui tutti noi, quaranta milioni di argentini, per mezzo mondo, non eravamo altro che quella confusa nuvola di gas che circondava la testa di Diego Armando Maradona: un alone, una nube, materia vaporosa. Un destino curioso, insufficiente. Ora, negli ultimi anni, tutto è uguale ma diverso: la frase, al posto di Maradona, contiene Messi. Ah, Argentina, Messi. Il destino è lo stesso: per tre miliardi di persone restiamo una massa senza nome che circonda un uomo con troppo nome.
È lo stesso ma non è uguale, perché l’immagine che ci sostituisce è cambiata molto. Siamo passati da un ragazzo che riassumeva una certa idea dell’Argentina – veloce, picaro, vizioso, sempre al limite – a uno in cui non abbiamo mai saputo riconoscerci. Lionel Messi è argentino come una pasta frolla: sai che lo è ma niente ti mostra che lo sia.
Potrebbe sembrare un paradosso che l’argentino più universale del momento suoni così poco argentino – a meno che non si ricordi che, dopo tutto, la maggior parte degli argentini universali ha dovuto smettere di esserlo. Guevara divenne un rivoluzionario cubano, Eva Duarte una diva di Hollywood e Borges uno scrittore inglese, prima che il mondo li adottasse come volti da mettere su delle magliette. La stessa cosa è successa a Messi, ma con gli estremi di una cattiva metafora: ha lasciato il paese per smettere di essere un nano, la sua unica possibilità di crescere era la fuga, eppure il suo cuore è così generoso – o così annoiato – che sta ancora cercando di essere un argentino. … La prima volta che ho pensato a un calciatore come un genio è stato con Maradona: sembrava ovvio che lo fosse, se crediamo che un genio – un vero genio – sia qualcuno che fa le stesse cose di altri milioni di persone ma in modo diverso. Maradona era così, e adesso Messi. Solo che Maradona le faceva diverse da tutti, Messi le fa diverse da tutti tranne che da Maradona. Questa è stata per anni la sua condanna: Maradona non ha mai avuto paragoni possibili, Messi ha dovuto sopportarli. In altre parole: la più grande aspirazione di Maradona da bambino era quella di essere grande e vincere una Coppa del Mondo. La più grande aspirazione di Messi da bambino era quella di diventare Maradona. | Martín Caparrós, Soho
Messi è come il linguaggio: un essere vivente in costante evoluzione. Ecco perché è sterile discutere se sono finite le parole per definirlo. Possiamo sempre aggiornare vecchie espressioni: nel calendario rivoluzionario francese il mese numero 10 era il Messidoro, a Maiorca posar messions significa giocarsela… Ci sono anche neologismi: “Essere il Messi della letteratura” (o della chimica o dell’economia) è come essere un premio Nobel. Messi è linguaggio” | Márius Serra, la Vanguardia, 19 marzo
Messi secondo Jorge Valdano
➣ Cosa manca a Messi per essere un leader in Argentina?
“Gli manca un’Inghilterra, un’umiliazione come quella che visse il Paese all’epoca, così che lui possa arrivare su un cavallo bianco a vendicare l’affronto. Maradona è stato un genio, apparso in un momento speciale per riscattare un popolo, anzi due, per farsi bandiera anche di Napoli nella ribellione del sud umiliato contro il nord dominante. Un profeta, non solo un calciatore, superiore su un terreno sociale, vorrei dire religioso. Ma in campo i geni sono due, Messi è seduto alla stessa mensa. Non ha bisogno di un prato né di compagni. Solo di un pallone. È come se facesse per tutto l’anno quel che Diego fece per un mese in Messico. Tanto che quando segna un solo gol, ci pare poco”. | Intervista a la Repubblica, 7 marzo 2016
Voliamo alto. Cosa ne pensa papa Bergoglio
➣ È un sacrilegio dire che Messi è Dio?
“In teoria è un sacrilegio. Non si può dire. Io non lo credo. Tu lo credi?”.
➣ Io sì
“Io no. La gente dice Dio, ti adoro… Adorare, si adora solo Dio. Sono espressioni della gente: Questo è un dio in campo con la palla. Sono modi dire popolari. È chiaro che dà un piacere vederlo giocare. Ma non è Dio”. | Intervista al programma tv spagnolo Salvados
finzioni di calcio | Messi o Maradona
Quello che direbbe (forse) Jorge Luis Borges
Il genio con una maglia sola. Per gli altri (Maradona, Cruyff, Ronaldinho) Barcellona è stata una stagione (primavera o autunno che fosse), per Messi è la vita intera. Non ha mai avuto un’altra maglia e mai l’avrà. La 10 blaugrana è la sua pelle e molto di più: è la vera icona contemporanea. Oggi Andy Warhol dipingerebbe quella e non la bottiglia di Coca Cola. La portano in versione taroccata i bambini che inseguono un pallone nei campi profughi. La ricevono in dono i disabili. È come avesse il potere di trasformare il destino, perché l’ha fatto con lui, che era un ragazzino troppo gracile per giocare a calcio e indossandola è diventato il migliore al mondo nel farlo. Che il suo potere vada oltre l’uomo a cui è cucita addosso lo dimostra il fatto che con la 10 albiceleste dell’Argentina a Messi le stesse magie non riescono mai. | Gabriele Romagnoli, la Repubblica, 3 maggio 2019
Leopardi, Che Guevara, Evita, Saviano, il tango. Siamo dalle parti di Castelldefels, la cittadina catalana dove il fuoriclasse “blaugrana”, a dispetto della fama e della ricchezza, vive in una villa appartata e lontana mille miglia dalla movida delle Ramblas. Dal caos. Dalle discoteche. Dalle caffetterie alla moda. Dalle notti brave.
“La Pulce” è allegro. Rilassato. Apre curioso la busta che gli ho portato. Contiene la fotocopia di un vecchio “Cartellino di indice” del Comune di Recanati. È lo stato di famiglia di Angelo Messi, nato nel 1866 e domiciliato con la moglie Maria Latini in Valle Cantalupo, una povera contrada un paio di chilometri a nord della cittadina marchigiana. «I nonni di mio papà, giusto?».
➣ Non l’aveva mai visto? – «No».
➣ Erano di Recanati, come Giacomo Leopardi. – «Chi era?».
➣ Un grande poeta: «sempre caro mi fu quest’ermo colle / e questa siepe, che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude». – «Mai sentito. Mi dispiace».
➣ Magari conosce la Madonna di Loreto. È lì vicino… – «No. Mi dispiace. Dov’è?».
➣ Marche. Italia centrale. Mai avuto la curiosità di andare a vedere da dove arrivavano i nonni? – «No. Credo che mio papà conosca il posto. Che sia stato lì e abbia incontrato i nostri parenti. Magari un giorno ci andrò anch’io». …
➣ Lei è di Rosario, la città di Che Guevara: che rapporti ha con quella figura che campeggia sulle magliette di decine di milioni di ragazzi del pianeta? – «So chi era. È un mito. Come Evita. Ma apparteneva a un’altra epoca. Quelli della mia generazione non lo hanno vissuto come un simbolo…».
➣ Il tango, almeno! Lo sa ballare, il tango? – «No».
➣ Non è possibile! – «Vale quello che dicevo per Che Guevara. È di un’altra epoca, rispetto alla mia generazione. Se siamo lì e danno il tango alla radio cambiamo canale. Ma se un argentino sente il tango qui in Europa gli viene la pelle d’oca». …
➣ Cosa le manca di più dell’Argentina? – «Non mi manca niente… Sono venuto qui in Spagna da piccolino, la famiglia è venuta con me, loro continuano a venire e tornare, qui ho tutto quello che mi serve. Più che altro vorrei tornare nel barrio dove sono nato».
➣ Nel barrio La Bajada? – «Sì. Il mio barrio a suo tempo era umile ma non pericoloso. Un quartiere modesto. Questo sì. Ma non pericoloso. Del resto, mio papà e mia mamma vivono ancora là…». …
➣ Era doloroso, il trattamento ormonale? – «Una puntura al giorno».
➣ Ho letto cose diverse: il suo amico Lucas sostiene che quando era a casa sua a un certo punto si alzava, prendeva la dose nel frigo, se la iniettava e tornava a fare quel che stava facendo come fosse la cosa più normale del mondo, senza traumi. – «Era solo una puntura…».
➣ Altri hanno scritto che quelle cure «spezzano in due. Hai sempre nausea, vomiti anche l’anima. I peli in faccia che non ti crescono. Poi i muscoli te li senti scoppiare dentro, le ossa crepare». – «Ma no… Nessun dolore particolare».
➣ L’ha scritto Roberto Saviano… – «Chi?».
➣ L’autore di Gomorra, il libro che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo. – «Non lo conosco».
➣ È vero che in tutta la sua vita ha letto solo un libro, sulla vita di Maradona? – «Sì. Vorrei leggere di più e un giorno lo farò. Ma oggi sono travolto da troppe cose».
➣ Almeno Osvaldo Soriano lo conoscerà! – «Soriano chi?». | Intervista di Gian Antonio Stella, Sette, 21 giugno 2013