L’alleanza con la Turchia di Erdogan per gli Europei di calcio

 

Quelli de L’Équipe non li abbiamo convinti. Boh, dicono da ieri sera, i contorni dell’organizzazione degli Europei 2032 rimangono misteriosi. Italia e Turchia hanno condotto una lunga campagna separatamente prima di unire le forze alla fine di luglio, senza rivelare le future città ospitanti, mentre quasi 1.400 km in linea d’aria separano le loro due capitali.

È un Dossier Mogol-Battisti. Lo scopriremo solo vivendo. Arianna Ravelli sul Corriere della sera fa noatre che Milano è nelle cinque città indicate, ma con quale stadio è un bel mistero. Non è facile, ma bisogna cominciare a cambiare mentalità: abituati per anni a considerare San Siro come la casa di Milan e Inter, e l’unica possibilità per ospitare le partite che contano, in un futuro relativamente prossimo lo scenario potrebbe cambiare radicalmente. Assegnare al vecchio Meazza le partite di Euro 2032 — al momento nei dossier c’è scritto San Siro — potrebbe essere un modo per tenere in vita un impianto storico, ma è tutto da vedere che, in presenza di stadi più moderni e più accoglienti, si opti per questa soluzione. Se e quando ce ne saranno, mentre Daniele Dallera, sempre sul Corriere, parla di effetto traino per il paese che lo sport sa sempre garantire, se aiutato

Maurizio Crosetti da Repubblica offre una lettura più critica quando scrive che il pallone rimbalza un po’ sghembo tra Roma e Ankara, è una strana traiettoria che mette imbarazzo. Eh sì, perché Erdogan un paio di anni fa venne definito un dittatore da Mario Draghi, che non era un passante, ma il capo del governo. Per ragioni di inopportunità – dice Crosetti – l’Italia aveva rinunciato ad un’ipotesi di candidatura congiunta con l’Arabia Saudita per i Mondiali 2030. Scendere a patti con la Turchia, che era la nostra concorrente per il 2032, un partner scomodo eppure sempre più potente sullo scenario internazionale, rimaneva l’unico modo per non perdere anche stavolta. E questa organizzazione condivisa è la certificazione ulteriore di una evoluzione dei rapporti fra Roma e Ankara. Draghi lo aveva previsto quando aggiunse che con questi dittatori, alla fine, bisogna anche cooperare, negli interessi del Paese.

Il direttore di Tuttosport Guido Vaciago allarga le braccia e sospira: Siamo messi così: un Europeo tutto per noi non ce lo danno. Succede mentre Napoli e Fiorentina si fanno venir dei dubbi sulla trasferta a Gedda per la Supercoppa di gennaio. Tutto giusto, in teoria – dice Vaciago – ma la geopolitica negli ultimi tre anni si è talmente complicata e, soprattutto, infiammata con nuove guerre che diventa davvero difficile pensare al paese organizzatore perfetto. Così torna l’immagine del ponte, ecco, dice Vaciago, in fondo si potrebbe invertire il ragionamento e invece di evitare certe nazioni, si potrebbe usare lo sport come ponte per riavvicinare culture e posizioni, invece di farlo diventare un altro mattone nel muro

A Massimiliano Castellani, su Avvenire, questa storia del ponte non torna da un bel po’. Stamattina allarga le braccia perfino più di Vaciago, scrive che ormai si può solo prendere atto di questo Europeo con Erdogan. Quel che aveva da dire, lo scrisse a luglio: La candidatura congiunta Italia e Turchia per i prossimi Europei di calcio del 2032 fa venire in mente una scena esilarante del film premio Oscar di Gabriele Salvatores, Mediterraneo, in cui il losco mercante nella greca Kastellorizo incontra il manipolo di soldati italiani allo sbando e li saluta con un sarcastico e speculare «italiani, turchi, una faccia una razza». Quel ponte culturale, a ben vedere, potevamo capirlo se lo avessimo gettato dalla nostra Magna Grecia ad Atene e non sul Bosforo dove domina incontrastato il presidente Erdogan, sultano assoluto della Turchia. C’eravamo appena ripresi dall’umiliante assegnazione dei Mondiali di calcio in Qatar, Paese che con la stessa velocità con cui produce petrodollari riesce a violare i diritti umani, che ci tocca subito fare i conti con l’altrettanta antidemocratica Turchia. La strategia della Federcalcio ci pare un po’ azzardata, quanto in contraddizione con i bei proclami sull’etica e il rispetto della dignità umana che dovrebbe garantire ogni Paese organizzatore di eventi internazionali come un Europeo di calcio.

Marcello Di Dio sul Giornale dice che il video di presentazione all’Uefa «We play as one» ha toccato le corde del sociale più che quelle calcistiche, accostando pure pizza e kebab. Evidentemente scosso dal menù, si consola e scrive che c’è una buona notizia: La nostra Nazionale, come padrona di casa, è già qualificata di diritto. Notizia non da poco di questi tempi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.