Il primo round del Milan e la leva calcistica del martedì [con Chiesa, Almqvist e le scarpe di Bertini appese a qualche tipo di muro]

     Nel gioco degli echi e dei rimandi, anche il Milan ha rivinto come alla prima giornata di un anno fa, con gli stessi due gol di scarto dati a suo tempo all’Udinese, ma stavolta senza subirne e segnandone la metà. Sono piccole schegge di presente nelle quali cerchiamo di intravedere inutilmente qualche presagio. Sarà sempre troppo presto, almeno fino alla settima-ottava giornata. Un anno fa Pioli dovette aspettare la terza per chiudere una partita con la porta imbattuta [era ancora un 2-0 al Bologna]. Nei primi otto turni gli riuscì solo un’altra volta, nel frattempo aveva perso Mike Maignan. Le sue due parate su Aebischer [di spalla] e su Posch dicono che un Osimhen puoi averlo anche in porta. Di Zamora si diceva che fosse in grado di ipnotizzare gli avversari quando ce li aveva davanti. Maignan ipnotizza traverse e pali, li porta dalla sua parte, forse li sposta col pensiero, come Troisi cercava di fare con un vaso in Ricomincio da tre

Quel che sappiamo è che per toccare i due gol di vantaggio il Milan ha impiegato 21 minuti, uno in più della Juventus a Udine, ma 56 in meno dell’Inter contro il Monza e 59 in meno del Napoli a Verona. Solo la Fiorentina a Marassi è stata più rapida [11 minuti], l’Atalanta la più lenta sul campo del Sassuolo [90 minuti]. Se questa specie di cronoprologo vorrà dire qualcosa, lo scopriremo come Mogol-Battisti avrebbero voluto scoprirlo quando si chiedevano chissà che sarà di noi

Un anno fa il Napoli ha trovato in Osimhen e Kvaratskhelia la OK con cui ripetere la Ma-Gi-Ca [Maradona, Giordano, Careca], adesso nel regno del vecchio Gre-No-Li [Gren, Nordhal, Liedholm] nasce la suggestione di un nuovo acronimo suggerito qualche giorno fa da Nino Materi sul Giornale, la scazzottante formula PuGiLe (Pulisic-Giroud-Leao). Sul ring di San Siro il primo gong suonerà presto. Ma niente boxeur. Per mettere ko l’avversario servono gol, mica pugni.

Matteo Tencaioli su Sportellate considera che il round uno di trentotto si è tenuto con un 4-3-3 estremamente offensivo, che punta a palleggiare nella metà campo avversaria e in fase di possesso finisce per portare sempre cinque uomini in area, i tre attaccanti, una mezz’ala (solitamente Reijnders), un terzino che tende ad accentrarsi (quasi sempre Theo Hernandez), come ormai stanno imparando a fare molti [A volte Calabria e Theo si trovano così vicini in mezzo che sembrano due amici che si sono dati appuntamento in piazza, Luigi Garlando, la Gazzetta dello sport].

In fase di non possesso – nota Sportellate – invece, il modulo diventa un 4-4-1-1, con l’altra mezz’ala (in questo caso Loftus-Cheek) che va ad affiancarsi a Krunic, tutti gli esterni che si abbassano e Giroud in avanti. Questo cambiamento rende il gioco meno prevedibile e dipendente da Leao

| Alessandro Bocci sul Corriere della sera trova che il nuovo Diavolo è un carrarmato, chiude gli spazi e riparte veloce, sicuro, ficcante. Pulisic, uno dei tre debuttanti, si traveste da Leao e lascia il segno. Il nuovo Milan passa l’esame. Concede meno allo spettacolo ma è pratico, deciso, concreto. Una squadra di stampo europeo. Efficace. Con delle cose da rivedere. Come è successo alla banda di Allegri, in casa dell’Udinese, i rossoneri nel secondo tempo abbassano troppo il ritmo, allentano la pressione al Milan va bene così. Ha cambiato molto e vittorie come questa accorciano i tempi della messa a punto.

Luigi Garlando sulla Gazzetta ha visto un Pulisic hollywoodiano  Anche il fatto che il Diavolo non abbia pagato la serata tiepida di Leao, che ha fatto il Leao solo al 90’ (palo), è una bella novità: la dipendenza dalla perla portoghese si è ridotta, anche se non ci sarà mai il miglior Milan senza il miglior Leao, il più talentuoso di tutti.

Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello Sport-Stadio trova che il Milan, presentato da Pioli con tre novità, Loftus-Cheek, Pulisic e Reijnders, possiede una quota elevata di imprevedibilità e una panchina piena di gente in grado di cambiare il senso di una partita. Già la scorsa stagione Theo e Leao avevano cominciato a frequentare insolite zone del campo, ieri la ricerca di inserimenti centrali è diventata per loro quasi una regola.  Alla frequentissima domanda se sia già un Milan da scudetto, oggi rispondo così: se Pioli dovesse centrarlo dopo una rivoluzione tecnica di questa portata, meriterebbe una statua a Milanello. Non gli è stato chiesto di strafare

0-2

 

PIEDI  Reijnders, l’effetto che fa un olandese al Milan

Carlos Passerini, Corriere della sera: Chiude, riparte, tira: l’olandese è ovunque, nel posto giusto al momento giusto, senza mai perdere lucidità. Arancia meccanica

Luca Bianchin, la Gazzetta dello sport: Uomo con torcia: si sposta rapido e illumina. L’assist, la palla per la chance di Theo e 27 passaggi corretti su 27. Come si dice errore in olandese?

Giorgio Burreddu, Corriere dello Sport-Stadio: Un assist per il primo gol dei suoi. Poi una valanga di cose (anche piccole) e quasi tutte buone

 

 

LA LEVA CALCISTICA  DEL MARTEDÌ

 

SOLE SUL TETTO DEI PALAZZI IN COSTRUZIONE 

Pavard che si aggiunge all’Inter

I giornali stamattina parlano di un acquisto in fase di definizione. Beppe Bergomi ne ragiona in una intervista alla Gazzetta. La domanda è se la difesa dell’Inter può dirsi la migliore della serie A, con l’arrivo del francese. Risposta: «Se l’atteggiamento è quello visto contro il Monza, con Dumfries e Calhanoglu attenti a scivolare e a chiudere quando serve, con tutti i giocatori disposti a sacrificarsi e a fare insieme la fase difensiva, beh, sicuramente è un’ottima difesa. Però credo sia troppo presto per dire che sia la migliore. E poi Pavard avrà bisogno del giusto tempo per ambientarsi e inserirsi. Un grande acquisto, ci mancherebbe. Mi piace molto, ma in carriera ha quasi sempre giocato da terzino e quindi dovrà capire in fretta come cambiare il suo modo di giocare e di stare in campo nel nuovo ruolo di braccetto destro. Per me, tra l’altro, è perfetto per giocare in una difesa a tre: non è o era un terzino arrembante, ma un giocatore di posizione, molto attento alla marcatura, intelligente tatticamente e difficile da saltare nell’uno contro uno».

 

  SOLE CHE BATTE SU UN CAMPO DI PALLONE

Come sta nascendo il Cagliari di Ranieri

Filippo Bonsignore sul Corriere dello Sport-Stadio dice che la magìa della promozione non si è ancora esaurita. Stavolta non ci sono le emozioni straordinarie della notte della festa ma il Cagliari può sorridere eccome. L’avventura in Serie A inizia con un punto prezioso, meritato, frutto di personalità, voglia e idee. Un risultato che promette in prospettiva, perché la creatura che Claudio Ranieri sta assemblando poggia su basi solide, su un mix di esperienza (Nandez e Makoumbou, il migliore) e di giovani, come Oristanio e Sulemana, che lasciano intuire che sta nascendo un progetto davvero interessante.

 

E NEVE E POLVERE CHE TIRA VENTO

Gli italiani scarseggiano ma segnano

Paolo Tomaselli sul Corriere della sera ha guardato le formazioni della prima giornata e ha fatto due conti. Scrive: Sempre meno giocatori italiani — appena il 33.5% quelli in campo —. Ma fra questi ci sono più titolari rispetto a un anno fa (10, quasi una squadra intera) e soprattutto sono più svelti in zona gol: 50% dei gol della prima giornata parlano italiano contro il 28% di dodici mesi fa. È una piacevole novità e pazienza se assomiglia a un miraggio estivo. il mercato è ancora aperto, ma le venti squadre di A per il momento hanno il 61% di stranieri. Il dato medio sul campo negli ultimi anni oscilla fra il 64 e il 66%, perché diversi italiani in rosa sono giovani del vivaio, poco utilizzati. Scendere sotto il 34% di azzurrabili è un dato che preoccupa, ma ormai segue una tendenza continua.

 

E POI MAGARI PIOVE Gli assenti al funerale di Mazzone

Giuseppe Antonio Perrelli su Repubblica: Non c’erano vertici della Federcalcio, né della Lega, né i campioni a lui più legati. Ma tutto, nella chiesa di San Francesco, ad Ascoli, parlava dell’amato pallone. Oiene di riferimenti al calcio sono state le parole commoventi con cui Vanessa, Alessio e Iole hanno salutato nonno Carlo: «Sono nata di lunedì, come avevi predetto — ha detto Vanessa – perché lunedì era il tuo giorno di riposo e tu volevi esserci. Hai allenato tante squadre ma la squadra imbattibile siamo noi, la tua famiglia. Non c’è stato un lunedì che non fossi a casa. Se si perdeva, tutti zitti. Se si vinceva, grande allegria».  Città rappresentate da ex giocatori e allenatori. C’erano Walter Novellino e Serse Cosmi, Vincent Candela e Beppe Iachini, Massimiliano Cappioli e Alessandro Calori, Roberto Muzzi, Giovanni Galli e Gianluca Pagliuca

 

  CAMMINA CHE SEMBRA UN UOMO Cambiaso

Era il giocatore più atteso da Slalom a Bologna nella guida al campionato del 12 agosto di un anno fa. C’eravamo presi una cotta quando aveva la maglia del Genoa. Forse ci siamo. Ne scrive Marina Salvetti su Tuttosport

A 23 anni, Cambiaso sembra un veterano: padrone della fascia sinistra, si accentra, attacca, trovando una perfetta intesa con Chiesa, come se giocassero insieme da anni, senza dimenticare anche i compiti difensivi.  Un Cambiaso alla Cancelo, l’idolo a cui si ispira e uno dei migliori interpreti del ruolo, che gli ha regalato la sua maglietta autografa, un pacco dono arrivato alla Continassa da Manchester. E se sul web impazza la domanda “ma era Cambiaso o Cancelo in campo a Udine”, il bianconero ammette di cercare di imitarlo in campo. A Cambiaso è comunque bastata una tournée estiva per scalzare dalle gerarchie Filip Kostic, titolare inamovibile l’anno scorso, quando ha accumulato 54 presenze. Adesso il serbo è scivolato indietro, diventando addirittura una terza opzione: quando si è trattato di dare il cambio a Cambiasso Allegri ha preferito inserire Iling-Junior

 

  CON LE SCARPETTE DI GOMMA DURA Quando finisce Calciopoli?

Resta all’Inter lo scudetto del 2006. Il Consiglio di Stato dovrebbe aver messo fine alla storia dei ricorsi contro l’assegnazione del titolo a Massimo Moratti dopo la revoca. È stato respinto il reclamo della Juventus contro la federazione, l’Inter e il Coni, il Corriere della sera lo definisce ultimo anello di una catena di opposizioni legali alla decisione del commissario straordinario della Federcalcio, Guido Rossi. Una storia di diciassette anni fa. 

 

IL CUORE PIENO DI PAURA  Gli smarrimenti della Lazio

Matteo Furina su Sportellate considera che la Lazio in questa prima giornata di campionato ha messo in mostra il grande difetto già mostrato nello scorso campionato. La squadra di Sarri è infatti incline a dare per vinte partite che controlla per larghi tratti senza però affondare; cala d’intensità proprio quando dovrebbe stringere i denti e questo chiaramente cozza con la forza di volontà che spesso le piccole squadre mettono in mostra

 

NON È MICA DA QUESTI PARTICOLARI I capelli di Yildiz

Se vi appassionano certi risvolti su tradizione e innovazione, modernismo e contemporaneità, Tuttosport riferisce un aneddoto. «Ho scelto di inserire Kenan perché è un giocatore che comincia a essere pronto, ma in quei dieci minuti in cui è stato in campo si è toccato cento volte i capelli. Basta, domani deve andare a farseli tagliare…». Sono parole di Allegri, domenica scorsa. Un’uscita da allenatore vecchio stampo fa notare il giornale torinese. Boskov impazziva quando vedeva i suoi davanti allo specchio dopo la doccia. Dice Tuttosport che su Yildiz pareva una battuta, in verità non lo era. Di sicura, non l’ha presa come tale il diretto interessato. Il quale, in barba al fatto che di lunedì di solito i parrucchieri sono chiusi, è andato subito a farsi tagliare i capelli: da Matteo Rosucci, fratello della centrocampista bianconera Martina

 

DI GIOCATORI TRISTI Il mercato svogliato di Cairo

Guglielmo Buccheri su la Stampa trova nello 0-0 del Torino contro il Cagliari un copione già visto. E più di una volta: il Toro comincia la nuova avventura fedele a vecchi usi e costumi e ciò che ne esce non può essere una vittoria e, infatti, non lo è. Zero fantasia là davanti, zero qualità quando servirebbe accendere il pomeriggio. Il mercato, ieri, ha presentato il conto sotto gli occhi di ventimila spettatori – non pochi, anzi – delusi al fischio finale. Un mercato che ha consegnato, per ora, a Juric cavalli di ritorno e poche, pochissime idee per dare, quantomeno, un senso di curiosità a chi butta un occhio dentro alle cose granata.

0-0

 

HANNO APPESO LE SCARPE A QUALCHE TIPO DI MURO

Mario Bertini. L’altro 10 di Italia-Brasile 70

 ➣  Finale all’Azteca: Pelé con il 10, Bertini con il 10.

«Perché nessuno lo voleva: Rivera perché forse non giocava, Mazzola perché diceva che non l’aveva mai avuto. A me non pesava. Anzi, mi portò bene in quel Mondiale».

 ➣  Lei marca Pelé, Valcareggi però sposta Burgnich su O Rey. E arriva il famoso gol.

«Mai capito perché quella mossa. Stavo facendo benissimo: poi il c.t. mi mise su Rivelino a fare il terzino perché faceva scoprire Burgnich».

 ➣  Cosa pensa del dibattito tra ex sull’abuso di medicinali? 

«Vuol dire che hanno preso qualcosa, io non ho mai preso nulla. C’erano delle pasticchine rosse, quelle che prendevano anche gli studenti per stare svegli. A me semmai serviva qualcosa per calmarmi». 

 ➣  I primi stipendi?

«A Prato mi pagarono con un premio: due settimane in Versilia tutto spesato. A Empoli non arrivavo a fine mese. Ma debiti sono sempre stato abituato a non farne». 

 ➣  Nel 1990 uno dei suoi due figli, Gualtiero, muore per overdose. Come l’ha vissuta? 

«Difficile spiegarlo. Dico solo che devono morire prima i genitori. Lui ha fatto delle cose che non doveva fare e alla fine ha deciso di togliere il disturbo. Abbiamo provato in tutti i modi a salvarlo: era in comunità da due anni, era andato anche all’estero, era sulla strada giusta. È morto il giorno prima di Natale».

 ➣  Oggi è un nonno felice? 

«Sono bisnonno da un mese e mezzo. Una delle mie nipoti è brava a sciare». 

 ➣  L’ex calciatore oggi è una professione. Che ne pensa? 

«Uno come me guadagnerebbe 3-4 milioni. Ma noi sapevamo già che avremmo dovuto lavorare: l’importante era non farsi mangiare i soldi».

– intervista di paolo tomaselli, Corriere della sera, 23 agosto

 

L’ALLENATORE SEMBRAVA CONTENTO Malesani

 ➣   Il calcio le manca?

«Non tanto. Mi manca il lavoro sul campo, altre cose che alla gente non interessano. Ma che puoi fare anche in altre aziende».

 ➣  Infatti lei è diventato produttore di vini, con la Giuva.

«L’azienda l’ho venduta. L’offerta era buona, e garantiva un futuro importante. Da imprenditore ho visto il mio vino dentro ristoranti importanti. Prima del calcio avevo creato un ufficio import export alla Canon Italia. Vengo da una famiglia di operai, sono stato operaio, geometra, impiegato. E da allenatore ho portato un piccolo borgo come Chievo dal nulla alla Champions league».

 ➣  Lei si occupava anche della campagna abbonamenti.

«Facevo di tutto. All’inizio distribuivo persino i biglietti agli amici, perché nessuno veniva al campo. Ma siamo arrivati a fare sold out per il derby con il Verona, per cui si scomodò anche la Cnn. Quelli sono successi».

 ➣  Come allenatore Malesani ha dato il massimo? 

«Di sicuro ci ho provato. Ho trasmesso quello che avevo da trasmettere. Tanti non ci riescono: per paura, timidezza, pigrizia. Io ho sempre avuto il coraggio di farlo e la gente, anche i campioni, mi ha seguito». 

 ➣  Quale era il messaggio? 

«Che la vita è fatta di obiettivi, e bisogna raggiungerli». 

 ➣  Se arrivasse un’offerta per allenare? 

«La rifiuterei. Serve una vigoria psicofisica spaventosa che non ho più». 

– intervista di stefano semeraro, la Stampa, 13 agosto

 

IL CUORE DENTRO ALLE SCARPE Charles De Ketelaere

Luca Taidelli per la Gazzetta ritorna su quella che domenica stiamo chiamando metamorfosi. La fioritura del belga attesa per un anno al Milan e arrivata al primo giorno a Bergamo.

Se in campo si è scaldato al ritmo di un microonde, nel privato CDK fa le cose con flemma fiamminga. Fidanzato da una vita con l’ex compagna di liceo Jozefien Van de Velde, nei prossimi giorni vedrà le prime case nel centro di Bergamo, dove intende vivere (la bella compagna sta terminando gli studi di odontoiatria all’università di Gent e si divide tra Belgio e Italia) per accelerare un ambientamento che nel mondo Dea ha già sorpreso tutti. Una spugna nell’assorbire il credo di Gasp. In un tridente può partire largo a destra per sfruttare il mancino, con Scamacca centrale e Lookman a sinistra. Ma soprattutto, come successo domenica col Sassuolo, muoversi da punta per seguire l’ispirazione e ritrovare vecchie sensazioni. Proprio come successo a Josip Ilicic, in un paragone per altri aspetti abusato.

 

ENTRÒ NELL’AREA TIRÒ SENZA GUARDARE Pontus Almqvist

Cronache di Spogliatoio celebra lo sfolgorante inizio stagione del 24enne svedese arrivato al Lecce in prestito dal Rostov, in Russia. 

Costantino Giannattasio racconta: Da ragazzino ha vissuto in Thailandia, dove i genitori avevano trovato lavoro in una clinica veterinaria. Giocava a piedi nudi in spiaggia con la sorella, anche lei poi diventata calciatrice, ed è in quei giorni che ha sviluppato grandi abilità con la palla tra i piedi. A 15 anni, poi, ha impressionato tutti in un Nike Camp organizzato a Stoccolma. Gli vennero proposti provini in Inghilterra, ma ha preferito crescere al Norrköping, sempre in Svezia. Dal 2020 è di proprietà dei russi del Rostov che lo hanno mandato in prestito prima all’Udinese e poi al Pegon Stettino (Polonia). Il Lecce lo ha scoperto nel settembre del 2020 quando – alla prima presenza con la Svezia U21 – una sua doppietta ha messo k.o. l’Italia di Nicolato durante ke qualificazioni agli Europei di categoria. Corvino ci ha messo le mani sopra anche alla luce degli ottimi numeri in Polonia: 27 presenze, 5 gol e 6 assist. Anche grazie alla grande organizzazione della struttura che lavora per lui. Dopo due partite col Lecce ha già segnato due reti, per questo adesso vogliono tenerselo stretto.

 

IL RAGAZZO SI FARÀ Michael Kayode

Federico Castiglioni per Sportellate: Fra le tante novità e sorprese in casa viola, meritevole di attenzione è stato l’esordio dal primo minuto di Michael Kayode. Il terzino classe 2004, fresco campione d’Europa con l’Italia u-19 con tanto di gol nella finale, è stato lanciato dall’inizio al posto di un giocatore-chiave come Dodô, ripagando con una prestazione di livello e personalità. Difficile non notare l’upgrade, e non solo in prospettiva, nelle turnazioni viola rispetto all’anno scorso, là dove alle lunghe indisponibilità del brasiliano ex-Shakhtar Italiano doveva contare su Venuti

 

CON LA MAGLIA NUMERO Federico Chiesa [e Magnanelli]

Un numero da ala, un destino forse differente. Domenico Marchese su Repubblica racconta che per ritornare se stesso, Federico Chiesa è stato costretto a cambiare. Da esterno a seconda punta, la transizione scelta per lui da Allegri ha ringiovanito il volto della Juventus più del mercato. un’idea mai tramontata nella testa dell’allenatore. Se le idee sono sicuramente il propellente del cambiamento, anche la ritrovata condizione atletica ha inciso molto. Il ginocchio di Chiesa non fa più male, i muscoli reggono quando la testa li stimola a fare di più. Il merito di Allegri è stato quello di togliere Chiesa dall’equivoco tattico che l’ha accompagnato fin dal suo esordio. Nella Fiorentina Paulo Sousa lo schierò, poco più che 18enne, come esterno di centrocampo, legando il suo percorso alle corsie laterali: destra o sinistra le uniche alternative. In bianconero, non si è fermata la sua ricerca della posizione in cui esprimere tutto il suo potenziale.

Merito di Agnelli o no? Tra le pieghe della Juventus nuova si pianta un dilemma. 

Su la Stampa Antonio Barillà critica l’attaccante. Non per il gioco, ma per le parole finali, quell’accenno all’aggettivo moderna da associare alla Juventus che verrà.

Scrive Barillà: Notarelle finali sulla metamorfosi e su protagonisti e comprimari della stessa.

Complimenti a Magnanelli che s’è rivelato in fretta prezioso e merita le citazioni della squadra, però dipingerlo come un Re Mida dopo due soli mesi di lavoro è eccessivo. A meno che non si tratti di appiglio scaltro per continuare la guerra ad Allegri e al suo staff. E poiché il dubbio c’è, troviamo poco opportune le parole di Chiesa a fine partita: siamo convinti dell’assenza di intenti polemici e della genuinità dell’entusiasmo per la prestazione collettiva, ma da ragazzo intelligente qual è doveva mettere in conto le strumentalizzazioni. La Juventus, oltre che dei suoi guizzi, ha bisogno di serenità.

Magnanelli, parliamone. Filippo Conticello sulla Gazzetta sottolinea il feeling che esisteva con Allegri quando giocava e Max lo allenava, ma pure che si tratta di una testa di calcio cresciuta con De Zerbi e Dionisi. 

Stefano Lanzo su Tuttosport fa equilibrismi. A Napoli si dice che ciacca e medica, ferisce e cura. Dice che il lavoro di Magnanelli si è visto: è l’assistente che, in particolare, si è concentrato sulla fase di recupero del possesso e di impostazione della fase offensiva, fino alla finalizzazione. Ma attenzione: bando ai personalismi, perché si tratta di un lavoro di squadra. Inoltre, le capacità di un capo allenatore “alla americana” si vedono anche dalla scelta dei propri collaboratori. Magnanelli l’ha voluto Allegri proprio perché il tecnico livornese vuole sempre alzare l’asticella,. Magnanelli a sua volta ha avuto Allegri tra i suoi tanti maestri, oltre a De Zerbi dal quale ha sicuramente preso ispirazione per certi dettagli che a Udine si sono visti.

Uno staff è uno staff, scrive Roberto Beccantini sul Corriere dello Sport-Stadio e quando si muove un pastore, si muove un gregge. Per sentirsi meno soli, probabilmente; per evitare pugnalate alle spalle, forse. Parla di Camelot per Pep Guardiola, che al Manchester City arriva a quindici unità, fra allenatori, vice, analisti assortiti, eccetera. Nella Juventus, Massimiliano Allegri dispone di quattro collaboratori tecnici, che salgono a cinque con Marco Landucci, il vicario bilioso e solitario. Ma Francesco Magnanelli, ex Sassuolo, ha già contagiato addirittura Federico Chiesa. Con la maglia numero 7. 

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