I Mondiali di nuoto a Fukuoka
Il Re Léon, dice stamattina L’Équipe in prima pagina, un’altra per il loro Marchand [“Marchons, marchons!”], fortunato a nascere in Francia così da non veder nascosti i suoi trionfi in piscina dal rinnovo al contratto di un centravanti o da un derby di mercato per un mediano – c’è sempre un derby di mercato da qualche parte.
Léon Marchand non è solo il ragazzo del poster dei Mondiali di Fukuoka. È già l’eroe annunciato dei Giochi di Parigi dell’estate prossima. A Tolosa, la sua città, il palazzo del comune resterà illuminato di verde e bianco fino al week-end. Sono i colori della società nella quale il re ragazzino ha cominciato a nuotare. Adesso eccolo qua, con tre ori mondiali presi in Giappone, l’ultimo ieri nei 200 misti, cinque in totale in carriera, il primato di Phelps appallottolato.
Quando si è tuffato dal suo blocchetto, non si è lasciato scoraggiare dalla partenza formidabile dell’americano Shaine Casas a farfalla. Scrive Cécile Nony su L’Équipe che si era abituato per tutta la stagione universitaria negli Stati Uniti.
“Aveva tenuto segreta l’ambizione di avvicinarsi al record del mondo di Ryan Lochte (1’54”00 nel 2011)” perché gli pareva davvero troppo, un’esagerazione, comunque sia è sceso sotto 1:55 per la prima volta in carriera. In due partecipazioni mondiali, fanno notare in Francia, ha già superato il record di quattro titoli individuali stabilito da Camille Lacourt in sei edizioni e “sembra essere un gigante del nuoto, il risultato di un percorso non così naturale come sembra”.
L’Équipe viaggia alle origini di “una storia destinata a essere continuamente riscritta”, partendo proprio dal 15 agosto 2002, quando un altro ragazzetto, un 17enne americano, cancellò il record mondiale dei 400 misti che Tom Dolan deteneva da otto anni. Cominciava a farsi un nome, quel nome era Michael Phelps, sarebbe arrivato a ventitré medaglie d’oro olimpiche. Tre mesi prima, in un pezzo di Francia era nato Léon [“Come per chiudere il cerchio”]. I video di Phelps sono diventati il suo pane quotidiano. “Li ha visti miliardi di volte, ha scelto di andare in esilio in Arizona per condividere le conoscenze del suo mentore”.
Léon Marchand è nato sotto il segno dell’acqua, dice L’Équipe nel sottolineare le carriere di mamma Céline Bonnet [ai Giochi nel 1992], di suo padre Xavier [finalista olimpico nel 1996 e nel 2000, argento mondiale nel 1998], di suo zio Christoph [ai Giochi del 1988 e del 1992].
«Ma non è mai stato ovvio che nuotassi – spiega Léon – e i miei genitori non mi hanno spinto. Anzi, hanno cercato di frenarmi, persino di dissuadermi. Sanno che il nuoto è uno degli sport più duri, ci sono molti sacrifici da fare. D’altra parte, quando ero piccolo, mi sentivo bene in acqua. Il piacere è arrivato gradualmente, quando ho iniziato a essere veloce in gara. All’inizio avevo imparato il judo».
Alletà di 7 anni Léon era ancora un bimbo che aveva freddo in acqua. Nicolas Castel, l’allenatore che lo portato alla finale olimpica di Tokyo nel 2021 [6° nei 400 misti], tuttora al suo fianco in Giappone perché coach Bob Bowman sta seguendo la nazionale americana, racconta che Léon ha fatto tutto senza pressioni. Non ha avvertito il nuoto come un obbligo, come un confronto con mamma e papà. La piscina gli piaceva perché c’erano gli amici. A un campionato societario, i Dolphins di Tolosa non avevano nesuno da gettare in acqua nei 200 farfalla. Un classico. Si comincia per caso. In genere accade ai portieri. Allora hanno contattato Léon, che non ne aveva mai fatto uno in vita sua. Gli hanno spiegato tutto durante il riscaldamento, lui era anche un pochino spaventato, pare, così adesso si racconta, forse per alimentare la leggenda, insomma alla fine si tuffa e diamine, nuotava molto bene.
Léon non è un timido. È un riservato. Non gli piace mettersi in mostra. «Non sono mai stato il primo in niente – racconta di sé – non mi piaceva essere al centro dell’attenzione. L’acqua era una fonte di benessere e il mio spazio di libertà, mi bastava questo. La mia zona di comfort». Vincent Gardeau, il presidente dei Dolphins, rticorda che «Léon non è mai stato il miglior nuotatore nella sua categoria di età. Era molto bravo, ma non il migliore».
La scacchiera di Fukuoka
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♔ un re | Kyle Chalmers
Nelle molte vite che si nascondono dentro i 25 anni di Kyle Chalmers, campione del mondo nei 100 stile libero, stanno compressi un oro olimpico preso a Rio da diciottenne, tre operazioni al cuore, una depressione. Era un tipo esuberante che mostrava muscoli e tatuaggi. Ora si gode serenità e appagamento. Dice che non si era mai sentito così calmo prima di una finale, sebbene in corsia 5 fosse atteso, attesissimo, dopo il 46”56 lanciato nella 4×100 di domenica. È passato settimo ai primi 50 metri, non si è fatto prendere dal panico. Negli ultimi 20 metri ha messo tutta l’esperienza e tutta la potenza da 24.11. Chalmers è grande amico di Florent Manaudou. Sulle cosce si sono tatuati un ritratto dei loro due volti con la parola: fraternità.
LE STELLINE DELL’ATTESA
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★★★★★ La batteria di Benedetta Pilato nei 50 rana
La più forte tra le giovanissime, o la più giovane tra le fortissime della squadra italiana. È arrivata in Giappone con la forma di un punto interrogativo. Benedetta Pilato viene da un mucchio di cose contro le quali ha dovuto battersi. L’accumulo di stress e impegni tra nuoto e scuola, con l’esame di maturità. Qualche problema di salute, forse di crescita, dentro cui indagare. Non ha difeso il titolo dei 100 metri, ha provato a concentrarsi solo sui suoi 50. Suoi nel senso che nasce così, da sprinter pura, ma tale non può restare perché non è distanza olimpica.
C’è un’altra svolta alle porte, ne hanno scritto i giornali alla vigilia di Fukuoka. Pilato lascerà la sua Taranto, dove aveva disagi [una piscina da 25 metri] e lascerà il suo allenatore storico, Vito D’Onghia, dipendente statale. Alessandra Retico su Repubblica dice che così lascia anche l’età dell’innocenza. “La ranista favolosa, 18 anni, dopo i Mondiali di Fukuoka traslocherà a Torino per studiare biologia all’Università e allenarsi con Antonio Satta, classe 1976, guida del Centro Nuoto Torino e coach di Alessandro Miressi, 24 anni, talento della velocità azzurra. Tra Mire e Benny c’è più di un legame di amicizia e simpatia, non lo nascondono, sui social e in corsia: agli Europei di Roma 2022 lo scambio delle cuffie da gara, gesto di rara intimità. Ma alla base di una scelta così radicale, in un anno delicato che porterà ai Giochi di Parigi 2024, le ragioni sentimentali contano meno del bisogno di spaziare per migliorare. È un passo coraggioso, consapevole, un po’ come ha fatto Gregorio Paltrinieri”.
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