Nove gol e il verbo esatto di Marquinhos

La parola giusta non viene dalla Académie française e nemmeno dalla Rat für deutsche Rechtschreibung, quei posti dove in Francia e in Germania si occupano di proteggere la lingua, ammettere neologismi, aggiornare il vocabolario. La parola giusta per la serata di PSG-Bayern è venuta da Marquinhos, professione difensore, e che difensore; un termine infilato nelle sue risposte a Sky in italiano: Approfittare. Trarre vantaggio. Sfruttare. Marquinhos ha italianizzato un verbo che veniva nei pensieri e sulle labbra mescolandone due dal francese e dal portoghese, profiter e aproveitar. Un vocabolo che nel suo discorso significava altro: Godersela.

«Arriviamo a un’età che profittiamo molto di questo tipo di partite, perché non sappiamo quando andremo a giocarne un’altra così. Questa è la gioia mia».

Sette volte. L’ha detto sette volte. Quattro volte col significato di godersela, tre volte col significato di sfruttare. Quattro a tre come Italia-Germania del ‘70, che resta il riferimento più alto dello spettacolo nel nostro immaginario collettivo. Un meraviglioso cortocircuito linguistico, simbolicamente rappresentativo di quel dibattito decennale e mai concluso su cosa sia il calcio, e su cosa sia per noi italiani, eredi e figli di una battaglia ideologica tra Gianni Brera e la scuola giornalistica napoletana di Gino Palumbo e Antonio Ghirelli. Tre esperienze mondiali maldestre di fila [1954-1958-1962] e le contemporanee affermazioni dell’Inter di Herrera e del Milan di Rocco in Coppa dei Campioni furono i risultati che consentirono a Brera di vincere la battaglia.

È chiaro che il catenaccio, il difensivismo italiano, non è una guarigione, ma solo la cura che conosciamo meglio e a cui siamo più abituati già dagli anni Cinquanta. Quel metodo ha un’infinità di piccole varianti. Tenere una difesa bassa può essere anche solo il modo migliore di utilizzare le caratteristiche dei propri giocatori. Si può partire da dietro per avere più campo per l’attacco. Restare bassi, quindi compatti, aiuta a gestire meglio le otto-dieci fasi di una partita. Il calcio all’italiana è tante cose e rappresenta forse una delle forme di pensiero più geniali che l’Italia abbia avuto nel Novecento. Il punto è un altro. È che, scoperto il calcio all’italiana, per almeno trent’anni non abbiamo giocato altro. Perché? Il successo di questo modo di pensare il calcio e di gestire le partite secondo principi soltanto nostri, ci ha resi maestri del nostro ma ci ha isolati. Ci ha esclusi da qualunque discussione tattica si svolgesse in Europa. E se ne svolgevano molte.
MARIO SCONCERTI, Storia delle idee del calcio

Marquinhos è probabilmente inconsapevole di tutto questo. Ha vissuto un solo anno con noi e nel nostro campionato. Riesce perfino a essere convinto che uno dei maestri avuti nell’arte difensiva sia stato Zeman [lo dice qui], dando i brividi a chi vive dentro la dicotomia invincibile del gioco contro il risultato. Eppure, il suo cortocircuito linguistico è meraviglioso, perché dentro uno stesso termine stanno due idee che di solito teniamo separate. Da una parte c’è l’ombra dell’opportunismo, cogliere il momento, sfruttare una crepa nelle file avversarie, giocare il gioco degli Orazi coi Curiazi [questa è di Brera – la ripete spesso Sacchi]. Dall’altra c’è qualcosa di più europeo e più innaturale: assaporare, stare dentro l’evento, riconoscerne la bellezza finché dura.

In quell’approfittare, detto così da Marquinhos, convivono il calcolo e la gratitudine. Il vantaggio e la festa. Il Santo Catenaccio – diventato il Pullman davanti alla porta – o il sentimento del piacere, la fortuna di essere parte di uno spettacolo. È per questo che la parola suona così bene: non risolve il vecchio dissidio, perché quel dissidio non si risolve, ma lo tiene insieme per un attimo, come fanno certe grandi serate di calcio, quando c’è da essere lucidi e felici nello stesso momento.

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Dove si legge dei nove segnati in PSG-Bayern e del cortocircuito linguistico di Marquinhos che racconta benissimo lo scontro ideologico nel calcio

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