Il Barcellona non merita la nostra impazienza

Consegneremo alla piccola storia del calcio europeo i primi nove minuti giocati da Lamine Yamal al Metropolitano come quelli di un invasato, un posseduto da qualche piccolo diavolo che solo Walter Matthau in quel film con Benigni avrebbe potuto fermare. Tutto il primo tempo del Barcellona è stato spettacolare, con Olmo, Fermín e Ferran ispiratissimi. È stata una vera partita di Coppa, piena, nervosa, aperta, febbrile, una partita che il Barça ha giocato meglio per larghi tratti – anche se un giorno dovremo una volta per tutte sederci intorno a una tavolo e stabilire cosa significa giocare meglio.

Ma l’Atlético ha passato il turno, soffrendo e resistendo. Non si è sbriciolato, si è appoggiato a Griezmann regista offensivo per mettere ordine e respiro dentro il caos. Da una sua giocata è nato in verticale l’1-2 di Lookman, che ha restituito la qualificazione agli eredi benestanti dei vecchi materassai.

Il secondo tempo del Barça è stato di una ostinazione irrazionale e fisica, dentro una trama che Simeone ha trasformato in sopravvivenza pura, a tratti purissima. Fino al rosso per Eric Garcia al 78’, fallo da ultimo uomo su Sorloth. Una volta in dieci, al Barça sono rimasti quasi solo l’orgoglio di Lamine, i suoi dribbling, il tentativo di tenere in vita da solo una squadra stanca.

Eppure, stamattina sarebbe ingiusto e crudele celebrare l’Atlético senza riconoscere al Barcellona il senso di un’operazione più ampia, la ricostruzione di una storia con i ragazzi della Masia, dopo essersi preso poco prima del Covid una sbandata per una vita da galàctics [in catalano]. Quella deviazione scellerata e contronatura portò il club a spendere 148 mln per Dembélé, 135 per Coutinho, 120 per Griezmann, 86 per De Jong, mettiamoci pure i 60 per Pjanic, finendo con i conti sottosopra, costretto dal fallimento del progetto Superlega e della stretta del fair play di Javier Tebas a vendersi tutto l’oro di casa, pure le fedi nuziali, e a impegnarsi praticamente ogni bene, compresa la biancheria intima.

Se stiamo reclamando per il calcio italiano una ripartenza seria, una ricostruzione che parli la lingua dell’architettura stabile e non quella del commercio spicciolo, non possiamo stamattina permetterci di sbrigare l’eliminazione del Barcellona come quella di una banda di sciocchini, dei dissoluti che giocano un calcio offensivo e si prendono troppi rischi. Sarebbe la foto perfetta della nostra incorreggibile mentalità – noi sì che la sappiamo lunga.

In Spagna non lo fanno – non deve essere un caso che loro andranno ai Mondiali [peraltro da favoriti] e noi no. È come sempre una questione culturale.   

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